LCM ed Erreà, le divise sanitarie diventano DPI: tessuti antibatterici, antivirali e riutilizzabili fino a 100 cicli
Le infezioni correlate all’assistenza restano una delle principali sfide per la sicurezza delle cure. Accanto all’igiene delle mani, alla sanificazione degli ambienti, alla formazione e alla sorveglianza, l’innovazione tecnologica sta introducendo nuovi strumenti di prevenzione. Tra questi vi sono divise per operatori sanitari classificate come dispositivi di protezione individuale (DPI), con caratteristiche antibatteriche, antivirali e di elevata idrorepellenza. Ne parliamo con Carlo Tagliabue, amministratore delegato di LCM, azienda che commercializza le innovative divise sanitarie prodotte da Erreà.
Dottor Tagliabue, perché oggi è necessario tornare a parlare di infezioni correlate all’assistenza?
“Perché le infezioni correlate all’assistenza, le cosiddette ICA, non possono essere considerate soltanto un problema infettivologico. Riguardano la qualità e la sicurezza delle cure e coinvolgono contemporaneamente l’organizzazione dei processi, la formazione degli operatori, la gestione degli ambienti, l’impiego appropriato dei dispositivi di protezione e anche la sostenibilità economica delle strutture sanitarie. È quindi un problema che deve essere affrontato a livello di sistema“.
Non esiste, dunque, una singola soluzione capace di eliminare il rischio?
“No. Il principio fondamentale è proprio questo: la prevenzione efficace è multimodale. Nessuna misura, presa isolatamente, è sufficiente a controllare il rischio infettivo. Occorre costruire un sistema di barriere multiple nel quale governance, precauzioni standard e aggiuntive, igiene delle mani, pulizia e disinfezione degli ambienti, ventilazione, organizzazione degli spazi, formazione, sorveglianza e dispositivi di protezione individuale agiscano contemporaneamente“.
In questo sistema quale ruolo può avere la divisa dell’operatore sanitario?
“È qui che l’innovazione tessile introduce una prospettiva molto interessante. Siamo abituati a considerare la divisa essenzialmente come un indumento da lavoro. Oggi, invece, determinate divise possono essere progettate e classificate come veri e propri DPI, diventando quindi una componente del sistema di protezione dell’operatore. L’obiettivo è contribuire a proteggere sia il personale sanitario sia l’utente della struttura e a limitare il trasferimento dei contaminanti“.
Che cosa distingue le divise innovative prodotte da Erreà e commercializzate da LCM?
“Parliamo di divise DPI realizzate attraverso tecnologie tessili avanzate, con caratteristiche antibatteriche e antivirali e con un’elevata idrorepellenza. Tra gli elementi di innovazione vi è l’impiego di tessuti con ossido di zinco, ZnO, studiato per le sue proprietà antimicrobiche e che, nelle formulazioni e nelle condizioni sperimentali previste, può contribuire a ridurre la carica microbica sulla superficie tessile“.
Perché l’idrorepellenza è così importante in ambito sanitario?
“Perché in molte attività sanitarie gli operatori possono essere esposti a fluidi potenzialmente infetti. Ridurre al massimo l’assorbimento e la penetrazione dei liquidi nel tessuto rappresenta quindi una caratteristica importante della barriera protettiva. Naturalmente deve trattarsi di una prestazione verificata e documentata, non semplicemente dichiarata“.
È questo un punto decisivo: quando si parla di proprietà antibatteriche o antivirali, quali garanzie devono esserci?
“La conformità e la documentazione delle prestazioni sono fondamentali. Definizioni come antibatterico e antivirale devono essere sostenute da verifiche sperimentali e da metodi di prova appropriati. Nel documento tecnico-normativo dell’INAIL dedicato alle misure di sicurezza nelle aree critiche in sanità vengono richiamate, tra le altre, la UNI EN ISO 20743:2021 per le proprietà antibatteriche, la ISO 18184:2019 per le caratteristiche antivirali e la EN ISO 6530:2005 in relazione alla penetrazione dei liquidi. Il punto essenziale è che le prestazioni dichiarate siano verificabili e coerenti con l’impiego previsto“.
Una caratteristica particolarmente interessante è la possibilità di riutilizzare queste divise. Perché?
“Perché apre una prospettiva diversa rispetto alla logica del monouso. Se una divisa DPI mantiene le prestazioni previste fino a 100 cicli di utilizzo e ricondizionamento, naturalmente nelle condizioni per le quali questa capacità è stata validata, possiamo avere benefici non soltanto organizzativi, ma potenzialmente anche economici e ambientali“.
Quindi 100 cicli non significa semplicemente poter mettere cento volte la divisa in lavatrice?
“Assolutamente no. Il riutilizzo di un DPI deve essere considerato un processo controllato. Bisogna stabilire temperature e modalità di lavaggio, detergenti utilizzabili, compatibilità con gli eventuali disinfettanti, procedure di asciugatura e criteri di scarto. Occorre verificare che non vengano meno le proprietà di barriera e controllare eventuali danneggiamenti del tessuto, delle cuciture o delle chiusure. È inoltre importante poter tracciare i cicli di utilizzo e ricondizionamento“.
Questo comporta un cambiamento anche per l’organizzazione sanitaria?
“Certamente. Il riuso non è soltanto una caratteristica tecnica del prodotto: diventa un processo organizzativo. Coinvolge lavanderia, prevenzione e controllo delle infezioni, approvvigionamenti, magazzino e naturalmente gli utilizzatori. Responsabilità e procedure devono essere definite con chiarezza. La tecnologia funziona davvero quando viene inserita correttamente nell’organizzazione“.
E dal punto di vista economico? Un DPI riutilizzabile costa necessariamente meno?
“Il confronto non dovrebbe essere fatto semplicemente tra il prezzo di una divisa riutilizzabile e quello di un prodotto monouso. Bisogna ragionare sul costo dell’intero ciclo di vita: acquisto, numero effettivo di riutilizzi, lavaggio e decontaminazione, logistica, tracciabilità, controlli di qualità, eventuali scarti e formazione degli operatori. Solo considerando tutte queste componenti una struttura sanitaria può effettuare una valutazione economica corretta“.
C’è poi la questione ambientale.
“Sì. La possibilità di utilizzare lo stesso dispositivo per numerosi cicli può contribuire alla riduzione dei rifiuti e alla minore dipendenza dal monouso. Anche in questo caso, però, è necessario ragionare sull’intero ciclo di vita, considerando anche l’impatto dei processi di lavaggio e ricondizionamento. Sostenibilità significa misurare il sistema nel suo complesso“.
Comfort e vestibilità possono sembrare aspetti secondari rispetto alla protezione. Lo sono davvero?
“No, perché un DPI deve essere utilizzato correttamente e per tutto il tempo necessario. Comfort e tollerabilità possono incidere sulla compliance dell’operatore. Le caratteristiche protettive rimangono naturalmente prioritarie, ma un dispositivo destinato a essere indossato durante l’attività professionale deve tenere conto anche delle esigenze concrete di chi lavora“.
LCM ed Erreà arrivano da esperienze molto diverse. Come nasce l’incontro tra questi due mondi?
“È proprio l’incontro tra competenze differenti ad aver reso possibile questo percorso. Erreà porta una lunga esperienza nella progettazione e produzione tessile e nello sviluppo di materiali tecnici. LCM ha visto nelle applicazioni sanitarie di questa tecnologia un’opportunità per contribuire alla prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza. Abbiamo quindi iniziato a proporre queste soluzioni sia sotto il profilo tecnico-scientifico sia sotto quello commerciale, con l’idea che l’innovazione tessile possa avere una concreta valenza socio-sanitaria“.
Possiamo quindi dire che la divisa sanitaria sta cambiando funzione?
“Sì. Il passaggio culturale è proprio questo: da semplice indumento a possibile componente attiva della strategia di protezione. Questo, però, non significa attribuire alla divisa un ruolo che non può avere. Nessun DPI elimina da solo il rischio di infezione e nessuna tecnologia sostituisce l’igiene delle mani, la sanificazione, la formazione o le altre misure di prevenzione“.
Qual è allora il messaggio che vorrebbe rivolgere alle Direzioni Sanitarie?
“La domanda non dovrebbe essere quale sia il DPI migliore in assoluto. La domanda corretta è quale combinazione di misure riesca a produrre il necessario effetto cooperativo per ridurre il rischio e prevenire l’insorgenza delle infezioni, mantenendo nel tempo prestazioni verificabili e riducendo la variabilità operativa. Le divise DPI innovative possono inserirsi in questa strategia come una barriera ulteriore, purché siano supportate dalle certificazioni e dalle evidenze prestazionali richieste per lo specifico impiego“.
Quindi il futuro della prevenzione passa anche dai tessuti?
“Passa dall’integrazione. L’innovazione tessile può dare un contributo importante, ma deve dialogare con organizzazione, formazione, procedure e sorveglianza. La vera innovazione non consiste nel cercare una tecnologia che risolva tutto da sola, ma nel costruire un sistema nel quale ogni barriera contribuisca alle altre. È in questa logica che una divisa sanitaria può smettere di essere soltanto ciò che l’operatore indossa e diventare uno degli strumenti con cui lo proteggiamo“.
“Le infezioni correlate all’assistenza restano una delle principali sfide per la sicurezza delle cure. Accanto all’igiene delle mani, alla sanificazione degli ambienti, alla formazione e alla sorveglianza, l’innovazione tecnologica sta introducendo nuovi strumenti di prevenzione. Tra questi vi sono divise per operatori sanitari classificate come dispositivi di protezione individuale (DPI), con caratteristiche antibatteriche, antivirali e di elevata idrorepellenza. Ne parliamo con Carlo Tagliabue, amministratore delegato di LCM, azienda che commercializza le innovative divise sanitarie prodotte da Erreà“.
Dottor Tagliabue, perché oggi è necessario tornare a parlare di infezioni correlate all’assistenza?
“Perché le infezioni correlate all’assistenza, le cosiddette ICA, non possono essere considerate soltanto un problema infettivologico. Riguardano la qualità e la sicurezza delle cure e coinvolgono contemporaneamente l’organizzazione dei processi, la formazione degli operatori, la gestione degli ambienti, l’impiego appropriato dei dispositivi di protezione e anche la sostenibilità economica delle strutture sanitarie. È quindi un problema che deve essere affrontato a livello di sistema“.
Non esiste, dunque, una singola soluzione capace di eliminare il rischio?
“No. Il principio fondamentale è proprio questo: la prevenzione efficace è multimodale. Nessuna misura, presa isolatamente, è sufficiente a controllare il rischio infettivo. Occorre costruire un sistema di barriere multiple nel quale governance, precauzioni standard e aggiuntive, igiene delle mani, pulizia e disinfezione degli ambienti, ventilazione, organizzazione degli spazi, formazione, sorveglianza e dispositivi di protezione individuale agiscano contemporaneamente“.
In questo sistema quale ruolo può avere la divisa dell’operatore sanitario?
“È qui che l’innovazione tessile introduce una prospettiva molto interessante. Siamo abituati a considerare la divisa essenzialmente come un indumento da lavoro. Oggi, invece, determinate divise possono essere progettate e classificate come veri e propri DPI, diventando quindi una componente del sistema di protezione dell’operatore. L’obiettivo è contribuire a proteggere sia il personale sanitario sia l’utente della struttura e a limitare il trasferimento dei contaminanti“.
Che cosa distingue le divise innovative prodotte da Erreà e commercializzate da LCM?
“Parliamo di divise DPI realizzate attraverso tecnologie tessili avanzate, con caratteristiche antibatteriche e antivirali e con un’elevata idrorepellenza. Tra gli elementi di innovazione vi è l’impiego di tessuti con ossido di zinco, ZnO, studiato per le sue proprietà antimicrobiche e che, nelle formulazioni e nelle condizioni sperimentali previste, può contribuire a ridurre la carica microbica sulla superficie tessile“.
Perché l’idrorepellenza è così importante in ambito sanitario?
“Perché in molte attività sanitarie gli operatori possono essere esposti a fluidi potenzialmente infetti. Ridurre al massimo l’assorbimento e la penetrazione dei liquidi nel tessuto rappresenta quindi una caratteristica importante della barriera protettiva. Naturalmente deve trattarsi di una prestazione verificata e documentata, non semplicemente dichiarata“.
È questo un punto decisivo: quando si parla di proprietà antibatteriche o antivirali, quali garanzie devono esserci?
“La conformità e la documentazione delle prestazioni sono fondamentali. Definizioni come antibatterico e antivirale devono essere sostenute da verifiche sperimentali e da metodi di prova appropriati. Nel documento tecnico-normativo dell’INAIL dedicato alle misure di sicurezza nelle aree critiche in sanità vengono richiamate, tra le altre, la UNI EN ISO 20743:2021 per le proprietà antibatteriche, la ISO 18184:2019 per le caratteristiche antivirali e la EN ISO 6530:2005 in relazione alla penetrazione dei liquidi. Il punto essenziale è che le prestazioni dichiarate siano verificabili e coerenti con l’impiego previsto“.
Una caratteristica particolarmente interessante è la possibilità di riutilizzare queste divise. Perché?
“Perché apre una prospettiva diversa rispetto alla logica del monouso. Se una divisa DPI mantiene le prestazioni previste fino a 100 cicli di utilizzo e ricondizionamento, naturalmente nelle condizioni per le quali questa capacità è stata validata, possiamo avere benefici non soltanto organizzativi, ma potenzialmente anche economici e ambientali“.
Quindi 100 cicli non significa semplicemente poter mettere cento volte la divisa in lavatrice?
“Assolutamente no. Il riutilizzo di un DPI deve essere considerato un processo controllato. Bisogna stabilire temperature e modalità di lavaggio, detergenti utilizzabili, compatibilità con gli eventuali disinfettanti, procedure di asciugatura e criteri di scarto. Occorre verificare che non vengano meno le proprietà di barriera e controllare eventuali danneggiamenti del tessuto, delle cuciture o delle chiusure. È inoltre importante poter tracciare i cicli di utilizzo e ricondizionamento“.
Questo comporta un cambiamento anche per l’organizzazione sanitaria?
“Certamente. Il riuso non è soltanto una caratteristica tecnica del prodotto: diventa un processo organizzativo. Coinvolge lavanderia, prevenzione e controllo delle infezioni, approvvigionamenti, magazzino e naturalmente gli utilizzatori. Responsabilità e procedure devono essere definite con chiarezza. La tecnologia funziona davvero quando viene inserita correttamente nell’organizzazione“.
E dal punto di vista economico? Un DPI riutilizzabile costa necessariamente meno?
“Il confronto non dovrebbe essere fatto semplicemente tra il prezzo di una divisa riutilizzabile e quello di un prodotto monouso. Bisogna ragionare sul costo dell’intero ciclo di vita: acquisto, numero effettivo di riutilizzi, lavaggio e decontaminazione, logistica, tracciabilità, controlli di qualità, eventuali scarti e formazione degli operatori. Solo considerando tutte queste componenti una struttura sanitaria può effettuare una valutazione economica corretta“.
C’è poi la questione ambientale.
“Sì. La possibilità di utilizzare lo stesso dispositivo per numerosi cicli può contribuire alla riduzione dei rifiuti e alla minore dipendenza dal monouso. Anche in questo caso, però, è necessario ragionare sull’intero ciclo di vita, considerando anche l’impatto dei processi di lavaggio e ricondizionamento. Sostenibilità significa misurare il sistema nel suo complesso“.
Comfort e vestibilità possono sembrare aspetti secondari rispetto alla protezione. Lo sono davvero?
“No, perché un DPI deve essere utilizzato correttamente e per tutto il tempo necessario. Comfort e tollerabilità possono incidere sulla compliance dell’operatore. Le caratteristiche protettive rimangono naturalmente prioritarie, ma un dispositivo destinato a essere indossato durante l’attività professionale deve tenere conto anche delle esigenze concrete di chi lavora“.
LCM ed Erreà arrivano da esperienze molto diverse. Come nasce l’incontro tra questi due mondi?
“È proprio l’incontro tra competenze differenti ad aver reso possibile questo percorso. Erreà porta una lunga esperienza nella progettazione e produzione tessile e nello sviluppo di materiali tecnici. LCM ha visto nelle applicazioni sanitarie di questa tecnologia un’opportunità per contribuire alla prevenzione delle infezioni correlate all’assistenza. Abbiamo quindi iniziato a proporre queste soluzioni sia sotto il profilo tecnico-scientifico sia sotto quello commerciale, con l’idea che l’innovazione tessile possa avere una concreta valenza socio-sanitaria“.
Possiamo quindi dire che la divisa sanitaria sta cambiando funzione?
“Sì. Il passaggio culturale è proprio questo: da semplice indumento a possibile componente attiva della strategia di protezione. Questo, però, non significa attribuire alla divisa un ruolo che non può avere. Nessun DPI elimina da solo il rischio di infezione e nessuna tecnologia sostituisce l’igiene delle mani, la sanificazione, la formazione o le altre misure di prevenzione“.
Qual è allora il messaggio che vorrebbe rivolgere alle Direzioni Sanitarie?
“La domanda non dovrebbe essere quale sia il DPI migliore in assoluto. La domanda corretta è quale combinazione di misure riesca a produrre il necessario effetto cooperativo per ridurre il rischio e prevenire l’insorgenza delle infezioni, mantenendo nel tempo prestazioni verificabili e riducendo la variabilità operativa. Le divise DPI innovative possono inserirsi in questa strategia come una barriera ulteriore, purché siano supportate dalle certificazioni e dalle evidenze prestazionali richieste per lo specifico impiego“.
Quindi il futuro della prevenzione passa anche dai tessuti?
“Passa dall’integrazione. L’innovazione tessile può dare un contributo importante, ma deve dialogare con organizzazione, formazione, procedure e sorveglianza. La vera innovazione non consiste nel cercare una tecnologia che risolva tutto da sola, ma nel costruire un sistema nel quale ogni barriera contribuisca alle altre. È in questa logica che una divisa sanitaria può smettere di essere soltanto ciò che l’operatore indossa e diventare uno degli strumenti con cui lo proteggiamo”.


