Intesa Sanpaolo: manifattura italiana stabile nel 2026, crescita moderata fino al 2030 nonostante le tensioni globali
L’industria manifatturiera italiana si prepara a chiudere il 2026 in sostanziale equilibrio. È quanto emerge dal Rapporto Analisi dei Settori Industriali di Intesa Sanpaolo e Prometeia, presentato oggi a Milano, che fotografa un comparto capace di resistere alle tensioni geopolitiche e alle nuove criticità internazionali grazie soprattutto alla domanda interna e agli investimenti.
Secondo le stime contenute nel rapporto, il fatturato del manifatturiero resterà praticamente invariato a prezzi costanti (+0,2% tendenziale), mentre crescerà del 3,8% a prezzi correnti, raggiungendo complessivamente i 1.168 miliardi di euro. A trainare saranno soprattutto Elettrotecnica (+2,2%), Meccanica (+1,4%) ed Elettronica (+1,3%), comparti favoriti dalla doppia transizione digitale ed energetica.
Le previsioni elaborate da Intesa Sanpaolo e Prometeia si basano sull’ipotesi che il conflitto in Medio Oriente abbia una durata contenuta e che nella seconda parte dell’anno il quadro internazionale possa migliorare gradualmente. Tuttavia, le conseguenze della crisi continueranno a farsi sentire, sia per i danni alle infrastrutture energetiche sia per le difficoltà logistiche e produttive che hanno determinato rincari degli input energetici, dei prodotti chimici e di altri beni intermedi diventati più difficili da reperire.
A sostenere l’industria italiana nel corso del 2026 sarà soprattutto il mercato interno. Un ruolo decisivo verrà svolto dagli investimenti in beni strumentali, spinti dal nuovo pacchetto di incentivi fiscali legati all’iper-ammortamento e dalla necessità per le imprese di mantenere elevata la competitività in uno scenario globale sempre più complesso. Importante anche il contributo delle opere infrastrutturali collegate al PNRR, ormai entrato nella fase finale. Più debole, invece, l’andamento dei consumi, penalizzati dall’incertezza economica e dalle nuove pressioni inflazionistiche che stanno comprimendo il potere d’acquisto delle famiglie.
Anche l’export continuerà a contribuire ai risultati del manifatturiero, ma con una forza inferiore rispetto alle attese iniziali. La crisi mediorientale, insieme alle persistenti tensioni commerciali internazionali e alla politica tariffaria americana, continuerà infatti a frenare la domanda globale. In questo scenario riusciranno comunque a mantenere una dinamica positiva le imprese più orientate ai mercati internazionali e ai processi di innovazione tecnologica, in particolare nei settori dell’Elettrotecnica, dell’Elettronica e della Meccanica.
Guardando oltre il 2026, il rapporto prevede per il quadriennio 2027-2030 una crescita moderata del manifatturiero italiano, attorno all’1% medio annuo a prezzi costanti. Le performance migliori sono attese per la Farmaceutica (+2,5% medio annuo), il Largo consumo (+1,4%), che include anche la cosmetica, oltre a Elettronica (+1,9%), Meccanica (+1,5%) ed Elettrotecnica (+1,3%). A favorire questi comparti saranno sia la transizione energetica e digitale sia la possibile ricostruzione delle infrastrutture danneggiate dai conflitti e la riorganizzazione delle filiere internazionali. Sul fronte interno, gli investimenti continueranno a beneficiare degli incentivi previsti fino al 2028 per l’acquisto di nuovi macchinari, compensando almeno in parte l’esaurimento della spinta del PNRR. I consumi, invece, cresceranno lentamente, frenati dalla forte polarizzazione dei redditi.
La capacità di esportare resterà dunque centrale per la competitività del sistema industriale italiano. Secondo le stime del rapporto, entro il 2030 la propensione all’export del manifatturiero sfiorerà il 56%, permettendo un ampliamento del saldo commerciale fino a 125 miliardi di euro, vale a dire 21 miliardi in più rispetto ai livelli pre-pandemia del 2019. Un risultato che dovrebbe essere raggiunto nonostante una domanda mondiale meno dinamica e la crescente concorrenza internazionale, in particolare quella cinese, favorita da prezzi più competitivi.
Per affrontare la competizione globale, le imprese dovranno continuare a investire in digitalizzazione, sostenibilità e autonomia energetica. Il rapporto sottolinea infatti come sia ormai strategico accelerare sull’efficienza produttiva e sulle soluzioni per l’autoproduzione e la gestione dell’energia.
Le aziende potranno comunque contare su livelli di redditività ancora superiori alla media storica, sebbene in ridimensionamento rispetto ai picchi registrati tra il 2021 e il 2023. Nel 2026 il MOL del manifatturiero dovrebbe attestarsi al 9,7%, in calo rispetto al 10,7% del 2024, ma ancora sufficiente a sostenere i programmi di investimento e innovazione.
Il rapporto dedica spazio anche a uno scenario più critico. Qualora la chiusura dello stretto di Hormuz dovesse protrarsi oltre la metà del 2026, il deterioramento della domanda mondiale e nazionale potrebbe portare il manifatturiero italiano a registrare una contrazione del fatturato a prezzi costanti pari all’1,5% medio annuo nel biennio 2026-2027. In questo caso, i margini operativi scenderebbero significativamente, con un MOL previsto al 7,4% nel 2027 contro il 9,7% ipotizzato nello scenario base. Il recupero atteso nel 2028 consentirebbe soltanto un recupero parziale dei livelli produttivi e della redditività.
Le dichiarazioni di Gregorio De Felice, Chief Economist e Responsabile Research Department, Intesa Sanpaolo ad Affaritaliani
Gregorio De Felice, Chief Economist e Responsabile Research Department di Intesa Sanpaolo, ha dichiarato ai microfoni di Affaritaliani: “La situazione nel Golfo Persico colpisce l’Italia in modo ancora più significativo rispetto ad altri Paesi, ma il nostro sistema dispone di importanti fattori di mitigazione: un elevato livello di stoccaggi energetici e una minore intensità energetica rispetto a trent’anni fa. Per questo motivo subirermo inevitabilmente i contraccolpi della crisi, ma senza arrivare a una fase recessiva. Ci aspettiamo un anno caratterizzato da una crescita molto contenuta, sostanzialmente vicina allo zero a prezzi costanti, mentre le previsioni al 2030 indicano una crescita media annua intorno all’1%. Non si tratta di un ritmo particolarmente elevato, ma in un contesto così incerto abbiamo preferito mantenere un approccio prudente nelle stime. La Lombardia si conferma la regione italiana con la più forte vocazione all’export e i comparti per cui prevediamo le prospettive migliori sono particolarmente rappresentativi del tessuto produttivo lombardo: elettronica, elettrotecnica e industria meccanica. Insieme al farmaceutico, questi sono i quattro-cinque settori che mostrano le prospettive di crescita più favorevoli. Nel caso di una rapida conclusione del conflitto e della conseguente riapertura dello stretto di Hormuz, la nostra previsione per la crescita del Pil italiano nel 2026 resta pari allo 0,4%. Uno scenario di tensioni prolungate fino alla fine di agosto comporterebbe invece una crescita più contenuta, attorno allo 0,2%”.

