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Mediobanca, il IV Capitalismo punta sulla crescita: fatturato atteso a +2,5% nel 2026

L’export è atteso in crescita del 3%, ma l’86% delle imprese segnala difficoltà nel reperire personale. Tra le sfide principali, passaggio generazionale e apertura del capitale

Mediobanca, il IV Capitalismo punta sulla crescita: fatturato atteso a +2,5% nel 2026
Mediobanca, sede

Le imprese manifatturiere del IV Capitalismo italiano guardano con fiducia al 2026, nonostante uno scenario internazionale ancora segnato da tensioni geopolitiche, protezionismo e instabilità economica. Secondo la quinta indagine congiunturale e strutturale realizzata dall’Area Studi Mediobanca, il fatturato complessivo è atteso in crescita del 2,5%, sostenuto soprattutto dall’export, previsto in aumento del 3%, e dal mercato domestico, stimato a +1,7%.

L’Area Studi Mediobanca analizza da tempo le dinamiche del cosiddetto “IV Capitalismo”, formato dalle medie imprese con una forza lavoro compresa tra 50 e 499 dipendenti e vendite 2024 tra 19 e 415 milioni di euro, oltre che dalla prima fascia delle grandi imprese, con più di 499 dipendenti e/o un fatturato fino a 3 miliardi di euro.

Si tratta prevalentemente di aziende manifatturiere a controllo familiare italiano, regolarmente censite nelle pubblicazioni “Le principali società italiane” e “Dati cumulativi di società italiane”, oltre che nell’indagine annuale sulle “Medie imprese industriali italiane”, condotta insieme a Unioncamere e al Centro Studi Tagliacarne.

Dal 2022, l’Area Studi Mediobanca raccoglie anche informazioni congiunturali, previsionali e strutturali attraverso un’indagine condotta ogni anno tra la metà di marzo e la fine di aprile. La survey 2026 è stata sottoposta a 4.350 aziende, che rappresentano il 29% delle vendite e il 21% della forza lavoro dell’intera manifattura italiana. Hanno risposto 504 imprese, rappresentative del 16% del fatturato totale generato dal IV Capitalismo italiano.

Il 62% delle imprese del IV Capitalismo prevede un aumento del fatturato nel 2026, mentre il 18% stima una situazione stabile e il 20% si attende una contrazione. Le prospettive sono positive anche sui mercati esteri: il 58% delle aziende prevede uno sviluppo dell’export, il 26% una sostanziale stabilità e il 16% un calo.

Le aspettative favorevoli si inseriscono, tuttavia, in uno scenario internazionale complesso. Per sostenere lo sviluppo nel biennio 2026-2027, l’81,9% delle imprese auspica un miglioramento del contesto internazionale. Il 56,2% indica inoltre la riduzione del costo degli input produttivi, energetici e non, come una delle leve prioritarie per rafforzare la competitività e la capacità di investimento. Il 41,3% chiede invece una riduzione del cuneo fiscale sul lavoro.

Il modello competitivo delle imprese del IV Capitalismo si fonda sempre più su elementi distintivi ad alto valore aggiunto. La personalizzazione dell’offerta rappresenta il principale punto di forza per il 65% delle aziende, seguita dalla reputazione del brand, indicata dal 56%, e dalla qualità dell’offerta, che permette di adottare strategie di premium pricing, segnalata dal 47%. Le competenze del personale sono considerate un fattore competitivo rilevante dal 45,5% delle imprese, davanti all’innovazione tecnologica, indicata dal 34,8%, e alla diversificazione dei mercati serviti, scelta dal 32,3%.

Risultano meno determinanti le tradizionali leve della competitività basate sui costi e sulle dimensioni: il prezzo di vendita viene indicato dal 22% delle aziende, mentre la rete distributiva dal 13,2%. Più contenuto anche il dato relativo alla sostenibilità ambientale, segnalata dal 10,9% delle imprese. Nel biennio più recente, il 65,9% delle aziende dichiara di aver tutelato soprattutto i margini e la competitività. Il 41,9% ha consolidato il posizionamento del brand, mentre il 39,7% ha ampliato la gamma di beni e servizi offerti.

Il 34,1% ha esteso la propria quota di mercato internazionale, il 31,7% quella domestica e il 24,8% è entrato in nuovi segmenti di mercato. Più limitati i fenomeni di re-internalizzazione delle attività, indicati dall’8,9%, e di esternalizzazione, segnalati dall’1,3%. Il 57% delle imprese del IV Capitalismo esporta negli Stati Uniti. Di fronte agli effetti delle misure protezionistiche introdotte oltreoceano, la strategia prevalente è stata quella di mantenere i prezzi di vendita. Il 45,7% delle aziende esportatrici verso gli USA ha lasciato invariati i listini senza ridurre i volumi esportati, mentre il 29,6% non ha modificato i prezzi, accettando però una diminuzione delle quantità vendute. Il 16,6% ha scelto di diversificare le proprie attività verso mercati alternativi agli Stati Uniti. Restano meno diffuse le strategie che richiedono interventi strutturali più profondi, come l’apertura di siti produttivi negli USA, adottata dal 6,3%, o l’avvio di triangolazioni commerciali attraverso Paesi terzi, indicato dal 3,6%.

Il capitale umano rappresenta una delle principali criticità per la crescita delle imprese manifatturiere italiane. L’86% delle aziende segnala difficoltà nel reperimento delle risorse umane. Il problema principale è l’inadeguatezza delle competenze rispetto alle necessità aziendali, indicata dal 60% delle imprese, seguita dalla mancanza di candidature per le posizioni ricercate, segnalata dal 51%.

I profili più difficili da trovare sono soprattutto i tecnici, indicati dal 73% delle aziende, e gli operai specializzati, segnalati dal 69,9%. Più contenuta è invece la domanda di figure non qualificate o destinate all’alta dirigenza. Per rispondere a queste difficoltà, il 76% delle imprese ricorre anche a personale straniero, che rappresenta mediamente il 14% della forza lavoro.

Nel 35,4% dei casi, il ricorso a lavoratori stranieri deriva dalla difficoltà di trovare personale italiano disponibile a svolgere attività considerate più gravose o meno attrattive. Per il 16,2% delle aziende, è invece una risposta alla distanza tra le competenze disponibili e quelle richieste. Resta residuale il vantaggio legato a un costo del lavoro più basso, indicato soltanto dall’1,9%.

Negli ultimi cinque anni, il 42% delle assunzioni ha riguardato lavoratori under 35. Di questi, poco più del 60% risulta ancora impiegato nella stessa azienda. L’86% delle imprese ritiene di avere un buon posizionamento presso i giovani, pur riconoscendo la presenza di margini di miglioramento.

Tra i principali elementi che incidono negativamente sull’attrattività delle aziende emergono la minore flessibilità lavorativa percepita, indicata dal 42,4% delle imprese, le limitate opportunità di crescita professionale, segnalate dal 35,6%, e un’offerta di welfare considerata insufficiente, rilevata dal 34,3%. Per attrarre e trattenere i giovani, il 51,5% delle imprese punta su welfare e benefit integrativi, mentre il 51% investe in percorsi di upskilling e reskilling.

Seguono incentivi e sistemi meritocratici, adottati dal 39,7%, una crescente autonomia operativa, indicata dal 33,8%, e il lavoro agile e flessibile, scelto dal 26,2%. Il 21,5% delle aziende investe inoltre in processi strutturati di onboarding e mentoring, il 20,5% in piani di mobilità interna e il 18,5% in forme di coinvolgimento dei lavoratori nei processi aziendali.

L’uso dell’inglese nel lavoro viene indicato dal 15,9% delle imprese, i percorsi di carriera accelerati dall’8,7%, i congedi di paternità estesi dal 6,2% e le politiche di gestione e valorizzazione delle diversità dal 5,1%. Per quanto riguarda le politiche rivolte alle lavoratrici under 35, prevalgono gli strumenti legati alla flessibilità. Il 42,5% delle imprese prevede orari ridotti o flessibili, il 20,2% offre la possibilità di lavorare da remoto e il 20% mette a disposizione permessi per cure parentali. Allo stesso tempo, il 43,1% delle aziende non adotta alcuna misura specifica.

La convivenza tra generazioni può comunque trasformarsi in una leva competitiva. Secondo le imprese coinvolte nell’indagine, i giovani si distinguono soprattutto per la propensione al cambiamento e all’innovazione, indicata dal 77,5%, e per le elevate aspettative di crescita professionale e salariale, segnalate dal 64,4%. I lavoratori senior emergono invece per il rispetto dei ruoli gerarchici, indicato dal 48,1%, per la disponibilità ad assumere responsabilità e carichi di lavoro, segnalata dal 46,1%, e per l’accettazione di mansioni esecutive o ripetitive, rilevata dal 42,1%.

La sfida per le imprese consiste quindi nel valorizzare la complementarità tra le diverse generazioni, unendo la spinta innovativa dei più giovani all’esperienza e al pragmatismo delle risorse senior. La struttura proprietaria delle imprese del IV Capitalismo risulta fortemente concentrata. Il 63% delle aziende è controllato da un’unica famiglia o persona fisica, mentre il 22% fa capo a più soggetti legati da rapporti di parentela.

La formalizzazione dei rapporti tra proprietà e impresa resta tuttavia limitata: quasi il 40% delle aziende non utilizza strumenti specifici. Tra quelle che li adottano, prevalgono i patti di famiglia, scelti dal 26,3%, e gli accordi parasociali, indicati dal 15,1%. Il 52% delle imprese si trova oggi alla seconda generazione imprenditoriale. Il 28% è ancora guidato dal fondatore, il 14% è arrivato alla terza generazione e il restante 6% fa capo alle generazioni successive.

Il passaggio della leadership è già stato completato nel 33,3% dei casi, è in corso nel 14,5% ed è programmato nel prossimo biennio dal 13,5% delle imprese. Il restante 38,7% dichiara di non avere un ricambio generazionale in programma. La principale criticità è rappresentata dalla resistenza al cambiamento della generazione precedente, segnalata dal 50,4% delle aziende. Seguono il disinteresse degli eredi verso la gestione dell’impresa, indicato dal 34,6%, e la loro mancanza di competenze professionali, rilevata dal 31,1%.

L’apertura del capitale viene ancora valutata con prudenza dalle imprese del IV Capitalismo. Il 17,2% delle aziende manifesta un interesse immediato, il 42,1% considera questa possibilità con cautela, mentre il 40,7% preferisce escluderla per conservare la propria indipendenza e autonomia decisionale. Quando viene presa in considerazione, l’apertura del capitale è finalizzata soprattutto ad accelerare la crescita dimensionale attraverso acquisizioni, obiettivo indicato dal 56,7% delle imprese.

Il 40,4% punta invece a reperire risorse finanziarie per sostenere gli investimenti, mentre il 34,1% considera l’ingresso di nuovi soci come un’opportunità per introdurre competenze manageriali esterne alla famiglia imprenditoriale. Il partner ideale è soprattutto un soggetto industriale, indicato dal 69,9% delle imprese, dotato di una visione di lungo periodo, segnalata dal 67,4%, e capace di apportare competenze manageriali e strategiche, secondo il 51,1%. Il 43% considera inoltre importante un approccio non invasivo alla governance.

Le attese per il 2026 risultano favorevoli in tutte le macroaree italiane, anche se con alcune differenze territoriali. Il Nord Ovest presenta le migliori prospettive di crescita del fatturato complessivo, con un incremento previsto del 3,3%. L’export dovrebbe aumentare del 3,5%, mentre il fatturato domestico è atteso a +1,8%. Nel Nord Est, il fatturato complessivo è previsto in crescita del 2%, sostenuto soprattutto dai mercati esteri, stimati a +2,5%, mentre il fatturato domestico dovrebbe aumentare dello 0,6%. Il Centro mostra un andamento più equilibrato, con il fatturato totale atteso a +2,1%, l’export a +2% e la domanda interna a +1,6%. Il Sud e le Isole si distinguono per la più elevata crescita prevista delle esportazioni, pari al 6,3%. Il fatturato complessivo dovrebbe aumentare del 3,1%, mentre quello domestico è stimato a +1,2%.

Nel complesso, per il IV Capitalismo italiano il fatturato totale è atteso in aumento del 2,5%, l’export del 3% e il fatturato domestico dell’1,7%. Nonostante le differenze tra i diversi modelli territoriali, la personalizzazione dell’offerta, la qualità dei prodotti, la valorizzazione del brand e le competenze del personale si confermano i principali fattori competitivi in tutta Italia. Un modello di sviluppo basato sulla differenziazione e sulla creazione di valore, più che sulla competizione di prezzo.

La difficoltà nel reperire risorse umane rappresenta una criticità trasversale: segnala problemi l’87% delle imprese del Nord Ovest, l’88% di quelle del Nord Est, l’80% delle aziende del Centro e l’83% di quelle del Sud e delle Isole. Le difficoltà derivano sia dall’inadeguatezza delle competenze rispetto ai fabbisogni delle aziende, sia dalla mancanza di candidature per le posizioni disponibili. In particolare, la ricerca di tecnici e operai specializzati rappresenta una priorità comune all’intero sistema manifatturiero nazionale.

Il ricorso a personale straniero si conferma quindi una leva sempre più importante per sostenere le necessità occupazionali delle imprese. Il fenomeno è particolarmente diffuso nel Nord Est, dove coinvolge l’84,9% delle aziende, e nel Nord Ovest, con il 77,4%. Il personale straniero viene impiegato anche dal 67,1% delle imprese del Centro e dal 54,3% di quelle del Sud e delle Isole. Un contributo che si aggiunge a quello delle nuove generazioni, che nelle diverse macroaree hanno rappresentato tra il 38% e il 49% delle assunzioni effettuate negli ultimi cinque anni.