Giovani inattivi in calo in Italia: nel 2025 la quota scende al 13,3%. Presentata a Milano la ricerca di Intesa Sanpaolo, Fondazione Cariplo e Tobagi
Il fenomeno dei Neet in Italia è in forte diminuzione, ma continua a rappresentare una delle principali sfide sociali ed economiche del Paese. Nel 2025 la percentuale di giovani tra i 15 e i 29 anni che non lavorano, non studiano e non seguono percorsi di formazione è scesa al 13,3%, quasi dimezzandosi rispetto al 25,7% registrato nel 2015. Il dato è inoltre in ulteriore miglioramento rispetto al 15,3% del 2024, quando l’Italia occupava il terzo posto in Europa per incidenza dei Neet, dopo Turchia e Romania.
È quanto emerge dalla ricerca “La condizione NEET. Dati, cause e politiche di un fenomeno in calo”, presentata oggi a Milano da Intesa Sanpaolo, Fondazione Cariplo e Scuola di Giornalismo Walter Tobagi. Lo studio è stato realizzato dagli studenti della scuola, con il sostegno e su impulso di Intesa Sanpaolo, attraverso interviste qualitative e l’analisi di dati provenienti da ISTAT, Eurostat, INAPP, Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e altre fonti.
Alla presentazione sono intervenuti Claudio Lindner, vicedirettore della Scuola di Giornalismo Walter Tobagi, insieme agli autori della ricerca Francesca Fulghesu, Matteo Lefons e Arianna Salvatori, Benedetta Angiari, coordinatrice di ZeroNeet Fondazione Cariplo, la professoressa Francesca Marinelli dell’Università degli Studi di Milano e Andrea Forghieri, responsabile Intesa Sanpaolo per il Sociale.
Andrea Forghieri, Executive Director Intesa Sanpaolo per il Sociale, ha commentato: “Contrastare il fenomeno delle persone NEET significa intervenire sulle competenze, ma anche aiutare i giovani a recuperare consapevolezza, fiducia nelle proprie capacità e una prospettiva per il futuro. Con il programma “Giovani e Lavoro”, Intesa Sanpaolo ha formato circa 6.000 giovani e l’80% ha raggiunto un’occupazione stabile. Per noi è fondamentale accompagnare e sostenere le nuove generazioni, offrendo loro strumenti e opportunità concrete per costruire il proprio percorso“.
Un fenomeno in calo, ma ancora rilevante
La riduzione dell’incidenza dei Neet non elimina la portata del fenomeno. In Italia sono ancora circa 1,2 milioni i giovani inattivi tra i 15 e i 29 anni. Si tratta di un potenziale che rimane in larga parte inutilizzato e che, se valorizzato attraverso un maggiore coinvolgimento nel mercato del lavoro e nei percorsi formativi, potrebbe produrre effetti positivi sull’occupazione, sul benessere e sulla produttività del Paese. La ricerca evidenzia inoltre come dietro la definizione statistica di Neet non si nasconda una condizione omogenea. Le situazioni personali, familiari e professionali dei giovani coinvolti possono essere molto diverse tra loro e alcune risultano particolarmente difficili da intercettare attraverso i tradizionali strumenti di orientamento e inserimento lavorativo.
Tra i Neet si trovano giovani con un basso livello di formazione e risorse familiari limitate, maggiormente esposti al rischio di marginalità, ma anche laureati con aspettative professionali elevate che faticano a trovare un’occupazione coerente con il proprio percorso di studi. Ci sono poi giovani che hanno interrotto gli studi, persone scoraggiate, lavoratori impiegati in forme sommerse o precarie e donne che si trovano fuori dal mercato del lavoro per responsabilità legate alla cura dei figli o di altri familiari.
Anche la distribuzione interna del fenomeno mostra una realtà articolata. Il 35% dei Neet è disoccupato, mentre il 33,3% è disponibile a lavorare ma non cerca attivamente un’occupazione oppure non è immediatamente disponibile. Il restante 31,7% non cerca lavoro e non è disponibile a lavorare. Proprio in quest’ultimo gruppo la componente femminile è prevalente e, in oltre la metà dei casi, si tratta di madri, con le attività di cura di figli e familiari indicate come principale motivazione.
La stessa definizione di “inattivo”, sottolinea la ricerca, rischia quindi di non restituire la complessità delle situazioni individuali. Nella stessa categoria statistica possono infatti rientrare persone che assistono un familiare, si occupano del lavoro domestico, svolgono attività occasionali, cercano un impiego al di fuori dei canali formali oppure stanno attraversando una fase di transizione tra diversi percorsi di studio o di lavoro.
Il ruolo di ZeroNeet
Durante l’incontro sono state illustrate anche alcune delle iniziative già avviate per affrontare il fenomeno, a partire da ZeroNeet, il programma strategico promosso da Fondazione Cariplo in collaborazione con Regione Lombardia e Intesa Sanpaolo per prevenire e contrastare la condizione dei giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi formativi.
A poco più di un anno dall’avvio, il programma, articolato in sei grandi iniziative di prevenzione e contrasto, sostiene 55 progetti finanziati da Regione Lombardia e coinvolge complessivamente 459 soggetti tra enti non profit, istituzioni pubbliche e realtà imprenditoriali. L’obiettivo è raggiungere e attivare, entro la fine del 2028, oltre 4.500 Neet attraverso percorsi dedicati all’orientamento, alla formazione, all’inclusione sociale e all’inserimento lavorativo.
Giovani e Lavoro: 6.000 giovani coinvolti
Tra le esperienze presentate c’è anche Giovani e Lavoro, il programma realizzato da Intesa Sanpaolo insieme a Generation Italy e oggi attivo in quindici regioni italiane. L’iniziativa punta a ridurre il divario tra le competenze richieste dalle imprese e quelle disponibili tra i giovani, intervenendo attraverso percorsi formativi costruiti a partire dalle effettive esigenze del mercato.
Dal 2019 il programma ha coinvolto circa 6.000 giovani, distribuiti in 240 classi, e 2.500 imprese. L’80% dei partecipanti ha successivamente trovato un’occupazione. Un elemento centrale del modello è proprio la capacità di partire dai fabbisogni concreti delle aziende per costruire un’offerta formativa orientata ai settori nei quali il mismatch tra domanda e offerta di competenze è più significativo, dall’Hi-Tech all’industria meccanica di precisione, fino alle vendite, all’alberghiero e alla ristorazione.
Non solo formazione: il nodo della fiducia
Dal confronto è emerso però come il reinserimento dei giovani non possa essere affrontato esclusivamente attraverso la formazione professionale. Per una parte dei Neet, infatti, alla difficoltà di entrare nel mercato del lavoro si affiancano condizioni di scoraggiamento e fragilità personale che rendono necessario un accompagnamento anche sul piano relazionale ed emotivo.
Prima ancora di individuare un’offerta di lavoro o un percorso formativo, può essere necessario ricostruire la fiducia nelle proprie capacità e nella possibilità di trovare una strada concreta. In questa prospettiva, l’orientamento non si limita a indicare corsi o opportunità professionali, ma diventa uno strumento per aiutare i giovani a riconoscere le proprie possibilità e a trasformarle in scelte praticabili.
Un altro elemento evidenziato nel corso dell’incontro riguarda infine la capacità di valorizzare le competenze già possedute. In diversi casi, il problema non è infatti l’assenza di competenze, ma la difficoltà nel renderle visibili e comunicarle in modo efficace, a partire da strumenti fondamentali per l’ingresso nel mercato del lavoro come il curriculum vitae e il colloquio di selezione.
La diminuzione dei Neet registrata negli ultimi anni rappresenta dunque un’evoluzione significativa, ma la ricerca presentata a Milano mostra come il dato complessivo nasconda condizioni molto diverse tra loro. Per intervenire sul fenomeno resta centrale la capacità di mettere in relazione scuola, imprese, istituzioni, terzo settore e comunità territoriali, costruendo percorsi che combinino formazione, orientamento, inclusione e accompagnamento personale.
Le dichiarazioni di Benedetta Angiari, coordinatrice di ZeroNeet Fondazione Cariplo ad Affaritaliani
Benedetta Angiari, coordinatrice di ZeroNeet Fondazione Cariplo, ha dichiarato ai microfoni di Affaritaliani: “Fondazione Cariplo lavora sul fenomeno dei NEET ormai da dieci anni e, un anno e mezzo fa, ha deciso di rafforzare ulteriormente il proprio impegno, a fronte di una situazione che, sebbene presenti un calo statistico nel numero dei giovani coinvolti, mantiene dimensioni rilevanti. Di fronte a questi numeri riteniamo indispensabile intervenire per favorire l’inclusione sociale e lavorativa di questi giovani, che rappresentano un capitale prezioso per la nostra collettività“.
“Insieme a Fondazione Cariplo ci sono Intesa Sanpaolo e Regione Lombardia. L’anno scorso abbiamo lanciato un progetto molto importante, che si chiama ZeroNEET e che agisce sia sul fronte della prevenzione, nelle scuole secondarie di primo e secondo grado, sia soprattutto sul territorio, attraverso iniziative come Giovani e Lavoro per ZeroNEET e i 55 progetti finanziati sul territorio della Regione Lombardia grazie al sostegno della Regione“, ha aggiunto Angiari.
“Si tratta di interventi che mirano a intercettare i giovani che si trovano già in condizione di NEET, accompagnarli, offrire loro attività di formazione, sviluppare le soft skills e creare opportunità di inserimento lavorativo“, ha concluso la coordinatrice di ZeroNeet Fondazione Cariplo.
Le dichiarazioni di Andrea Forghieri, Executive Director Intesa Sanpaolo per il Sociale, ad Affaritaliani:
Andrea Forghieri, Executive Director Intesa Sanpaolo per il Sociale, ha commentato ai microfoni di Affaritaliani: “In Italia, a fronte di 1,2 milioni di giovani che cercano lavoro, ci sono 1,7 milioni di posti di lavoro non coperti, per i quali le imprese sono alla ricerca di competenze”. È da questo divario che parte l’intervento di Intesa Sanpaolo, che attraverso partner strategici in ambito sociale punta a “creare un ponte tra due realtà che si cercano ma non si trovano: i giovani e il mondo del lavoro“.
L’obiettivo è accompagnare i ragazzi verso opportunità concrete, a partire da corsi di formazione gratuiti, esperienziali e di durata contenuta. “Nel giro di sei o nove mesi si preparano questi giovani a dei mestieri che sono quelli più importanti e che incidono maggiormente sul cosiddetto mismatch tra domanda e offerta di lavoro, un tema enorme soprattutto in Italia“.
Al termine dei percorsi vengono organizzati colloqui con le imprese, senza alcun obbligo di assunzione. I risultati del programma Giovani e Lavoro di Intesa Sanpaolo, però, mostrano un tasso di placement dell’80%: dei circa 6.000 giovani coinvolti nella formazione, otto su dieci hanno trovato un lavoro stabile.
“Nel momento in cui un giovane che era inattivo trova un lavoro stabile, significa che non è più un costo sociale: significa che paga le tasse, ha un reddito e aumenta i consumi nel sistema“. In altre parole, il reinserimento dei giovani nel mercato del lavoro produce effetti che vanno oltre la singola persona e si riflettono sulla crescita economica complessiva.
Il tema si lega anche a quello delle disuguaglianze. “Quando si parla di disuguaglianza, uno degli aspetti fondamentali in termini sociali è la povertà educativa, perché è quella che più di tutti può creare un maggiore gap delle disuguaglianze“. Intervenire sulla povertà educativa significa quindi lavorare sulle persone e sulla valorizzazione del capitale umano, un elemento particolarmente rilevante quando si parla di giovani.
“Giovani e nuove generazioni, per Intesa Sanpaolo, sono una priorità assoluta“, anche perché rappresentano una risorsa che, alla luce delle dinamiche demografiche, diventa sempre più scarsa, ma che resta fondamentale per la crescita del Paese, sia in termini di progresso civile sia, soprattutto, di sviluppo economico.
Il dato del 13,3% di giovani Neet in Italia rende evidente la dimensione della sfida: si tratta di circa 1,2 milioni di ragazze e ragazzi inattivi, cioè al di fuori del processo produttivo. “C’è un tema sociale grandissimo, ma c’è altrettanto un tema economico molto importante e rilevante“, perché anche un parziale reinserimento di questi giovani potrebbe produrre effetti significativi.
Un esempio viene dal confronto con l’obiettivo europeo per il 2030. Se l’Italia riuscisse a portare l’incidenza dei Neet dal 13,3% al 9%, la percentuale indicata come obiettivo europeo, sarebbe possibile riportare nel processo produttivo circa 380mila giovani. “Questo avrebbe ripercussioni e riflessi molto positivi sia sull’occupazione del Paese sia sulla crescita economica. Quindi parliamo veramente di prodotto interno lordo“.
Ma, sottolinea Forghieri, il valore di questi interventi non può essere misurato soltanto attraverso i numeri e gli indicatori economici. “Sono importanti i numeri, è importante l’aspetto economico, però Intesa Sanpaolo, e per il tramite di Intesa Sanpaolo per il Sociale, lavora anche per restituire un’opportunità, per rendere questi giovani più protagonisti“.
Dietro i giovani che oggi si trovano fuori dai percorsi di studio e di lavoro, infatti, ci sono spesso ambizioni e talenti che rischiano di non trovare una strada per esprimersi. “Abbiamo visto dei talenti grandissimi. E a me piace dire sempre che quando il giovane trova la sua strada non cresce solo lui, ma cresce tutta la comunità e cresce tutto il Paese“.


