Trump e i nuovi dazi, Onida: “Non è solo protezionismo. Così Washington aumenta la pressione sul mondo”
Mentre Donald Trump rilancia la sua strategia commerciale con nuovi dazi su decine di partner internazionali, il sistema degli scambi globali entra in una fase di crescente incertezza, sospeso tra pressioni protezionistiche e tentativi di mantenere aperti i canali del commercio internazionale. Sullo sfondo, il confronto tra Washington, Unione europea e Cina si intreccia con il nodo del debito pubblico americano, della competitività industriale e della ridefinizione degli equilibri economici globali.
La giustificazione della Casa Bianca – la necessità di contrastare l’ingresso di merci realizzate attraverso il lavoro forzato – apre però interrogativi sulla reale natura della misura: siamo di fronte a una politica commerciale mirata o a un nuovo strumento di pressione sui partner economici degli Stati Uniti? E quali saranno le conseguenze per l’Europa e, in particolare, per l’Italia, tra export, imprese manifatturiere e prezzi al consumo?
A fare il punto è Fabrizio Onida, professore emerito di Economia Internazionale all’Università Bocconi, che ad Affaritaliani analizza la strategia di Washington, i rischi di un’escalation commerciale e gli scenari futuri per il sistema economico globale: “Il vero obiettivo di questa mossa è aumentare la pressione verso il resto del mondo per cercare di ridurre le importazioni americane. Trump è dominato dall’esigenza di far pagare agli altri Paesi il costo della propria politica economica, che vede sistematicamente aumentare il debito pubblico”.
Trump parla di lotta al lavoro forzato, ma molti leggono questa scelta come un ritorno al protezionismo. Qual è il vero obiettivo di questa mossa?
“Gli Stati Uniti non sono propriamente un campione di politiche contro il lavoro forzato: penso anche al tema del lavoro giovanile. Washington, ad esempio, non ha mai ratificato, a differenza della maggior parte degli altri Paesi, la convenzione sul lavoro minorile. Per questo non interpreto necessariamente questo annuncio come un semplice ritorno al protezionismo.
Del resto, oggi provare a definire quale sia la linea di politica estera e commerciale di Trump è un esercizio piuttosto complesso. A mio avviso, il vero obiettivo di questa mossa è aumentare la pressione sul resto del mondo per ridurre le importazioni americane. Trump sembra mosso soprattutto dall’esigenza di far pagare agli altri Paesi il costo della propria politica economica, caratterizzata da un aumento costante del debito pubblico”.
L’Europa è stata inserita tra i Paesi colpiti dai dazi nonostante gli accordi raggiunti con Washington. L’Ue dovrebbe reagire con contromisure o evitare un’escalation?
“Per convinzione intellettuale sono contrario a un’escalation. La storia insegna che, una volta innescato un meccanismo di ritorsioni, è facile perdere il controllo della situazione.
Detto questo, bisogna capire quale risposta possa mettere in campo l’Europa. Trump ha più volte minacciato, applicato e poi ritirato i dazi, per poi riproporli nuovamente. Le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti riguardano soprattutto categorie relativamente poco elastiche al prezzo: penso ai beni di consumo di qualità, dalla moda all’agroalimentare, oppure alla meccanica, dove il nostro export si basa su affidabilità, tecnologia e reputazione.
Una risposta con contromisure mirate sarebbe possibile: se gli Stati Uniti colpiscono determinati prodotti europei, l’Ue potrebbe ad esempio intervenire su alcune categorie americane, come i superalcolici. Ma difficilmente si può andare molto oltre. È complicato prevedere dove porterà questa strategia di Trump, che appare come un tentativo di trasferire sugli altri Paesi il peso del debito pubblico americano.
Resta però aperto il tema di un possibile ritorno al tavolo negoziale attraverso l’Organizzazione mondiale del commercio. L’Unione europea potrebbe valutare una politica commerciale capace di spingere anche la Cina verso un comportamento più cooperativo.
In questo senso, ricordo uno strumento utilizzato dagli Stati Uniti negli anni Ottanta nei confronti del Giappone: la “restrizione volontaria delle esportazioni”. Washington temeva l’avanzata dei prodotti giapponesi e il Giappone accettò di rallentare la crescita delle proprie esportazioni verso il mercato americano, evitando così uno scontro più duro.
Oggi, pur essendo uno strumento che in passato è stato considerato contrario alle regole del Wto, potrebbe rappresentare una strada negoziale. L’Europa potrebbe invitare la Cina a un confronto per evitare un aumento troppo rapido delle esportazioni verso il mercato europeo, che rischierebbe di mettere in difficoltà molte imprese”.
Per l’Italia quali sono i rischi più concreti? Penso all’export, alle imprese manifatturiere e ai prezzi: chi potrebbe pagare il conto più salato?
“I rischi principali sono quelli tradizionali: rendere più costosi alcuni beni di consumo italiani destinati al mercato americano. Parliamo però di prodotti che, almeno in questa fase, vengono colpiti in misura contenuta.
Mi riferisco ad esempio al Parmigiano, all’olio d’oliva, alla moda e ad altri prodotti di fascia medio-alta: si tratta di beni già caratterizzati da un prezzo elevato per il consumatore americano e un eventuale dazio potrebbe incidere, ma difficilmente avrebbe un effetto tale da bloccare completamente la domanda.
I settori che potrebbero essere più esposti sono invece quelli legati alla componentistica meccanica e automobilistica, anche se al momento non ritengo che siano quelli maggiormente penalizzati”.
Questi dazi rappresentano un episodio isolato o l’inizio di una nuova fase del commercio mondiale, con blocchi economici sempre più contrapposti?
“Guardando al modo in cui Trump ha finora gestito le proprie mosse, ritengo che questi dazi possano essere considerati, nel medio periodo, un episodio non destinato necessariamente a trasformarsi in una nuova fase permanente del commercio mondiale.
Esistono infatti forze profonde che continuano a sostenere la crescita degli scambi internazionali, a partire dagli investimenti diretti esteri. Non parliamo degli investimenti finanziari, come l’acquisto di titoli, ma di quelle decisioni con cui un’impresa sceglie di produrre direttamente in un mercato straniero.
Quando un’azienda investe e crea attività produttive all’estero mette in campo risorse, competenze e relazioni che diventano un elemento di integrazione internazionale. Questo rappresenta una sorta di barriera contro un ritorno al protezionismo più duro. È una lettura forse ottimistica, ma da economista posso dire che esiste una letteratura molto solida sull’importanza degli investimenti diretti come strumento di integrazione globale, oltre il semplice commercio di beni”.

