Venerdì sera Donald Trump ha annunciato su Truth Social quello che ha definito “il più grande accordo petrolifero della storia”: gli Stati Uniti otterrebbero una quota di maggioranza su oltre 65 miliardi di barili di riserve venezuelane, distribuiti su 17 giacimenti, con contratti di leasing a 100 anni gestiti da compagnie petrolifere americane. “Senza costi per i contribuenti americani”, ha aggiunto. Politicamente si vende benissimo, specialmente in prossimità delle elezioni, con il costo dei carburanti al distributore che sono cresciuti per colpa della guerra all’Iran. Ma ci sono numeri e strategie che funzionano male nel breve termine e bene sul lungo termine. Facciamo i conti.
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I dati nudi e crudi
Il numero, se vero, sarebbe clamoroso: più del doppio delle riserve petrolifere provate statunitensi attuali, che secondo l’Energy Information Administration si attestano a circa 46 miliardi di barili a fine 2024. Per quanto il dato di riferimento sia ormai vecchio di quasi due anni non vi sono stati aggiornamenti significativi nella quantità. Già così si deve rivedere il termine di paragone, tuttavia questo numero non è quello più rilevante, offre solo un più corretto contesto.
Veniamo ai numeri venezuelani. Caracas non ha mai parlato di riserve “provate” in senso tecnico, ma di “proven potential”. Apparentemente suona simile ma nei dettagli si trova il problema. La classificazione non esiste secondo gli standard riconosciuti dalla SEC o dalla Society of Petroleum Engineers (SPE-PRMS), che sono gli standard a cui fan riferimento le aziende petrolifere occidentali.
Il numero, infatti, si è mosso significativamente a seconda della fonte: Axios ha citato una lista di giacimenti simile a oltre 90 miliardi di barili; un funzionario americano ha parlato invece di 63 miliardi. Non esiste, al momento, alcun accordo pubblicato, alcun operatore nominato, né alcun report di riserve certificato da un ente terzo indipendente. La discrepanza in termini di quantità è di circa il 30%.
Un contratto a 100 anni?
Esiste poi un aspetto contrattuale che pone un problema legislativo e normativo. La durata del leasing pone un problema legale non banale: un contratto di 100 anni non trova base nella normativa venezuelana attuale. La legge sugli idrocarburi riformata limita le cosiddette “mixed company” a 25 anni di concessione, con una singola estensione possibile di ulteriori 15. Nulla esclude che, con l’attuale presidente ad interim desiderosa di compiacere Trump, la legge possa essere modificata. Ma se così fosse sarebbe necessario un processo legislativo e questo allungherebbe i tempi. Di fatto l’attuale dichiarazione di Trump non appare legale in Venezuela e quindi la matrice legale per supportare qualunque controversia resta lacunosa se non direttamente inesistente.
Il doppio conteggio
Esiste poi un problema di “contabilità spicciola” diciamo una questione di magazzino. In pratica, stante la dichiarazione di Trump, è come se si contassero due volte le casse presenti in un magazzino. Le riserve provate calcolate dall’EIA sono per definizione volumi recuperabili con ragionevole certezza da giacimenti conosciuti dentro i confini degli Stati Uniti. Un contratto di leasing, un diritto di offtake al 55%, o il “controllo di maggioranza” su un giacimento venezuelano non sposta un solo barile sul bilancio contabile americano. Quei barili restano dentro le riserve venezuelane, stimate a 303 miliardi, e dentro il totale mondiale di 1,57 trilioni. Sommarli anche nella colonna statunitense significa contare lo stesso petrolio due volte.
Il petrolio c’è ma non si vede?
Anche i 17 giacimenti stessi non sono stati resi noti ufficialmente. Secondo una ricostruzione di Reuters, si tratterebbe di un mix tra terreno non sviluppato della fascia dell’Orinoco e blocchi maturi del Lago di Maracaibo. Il greggio dell’Orinoco è pesante ed extra-pesante (8-10° API), ad alto contenuto di zolfo e metalli: per essere lavorato richiede diluenti, impianti a vapore, unità di upgrading, oltre a pipeline e terminal che necessitano di investimenti miliardari di ricostruzione. Il Venezuela produce oggi circa 1,1-1,2 milioni di barili al giorno — una frazione di quanto servirebbe per parlare realisticamente di un’ondata immediata di nuova offerta sul mercato globale.
Va aggiunto un dettaglio tecnico spesso trascurato nel dibattito pubblico: il greggio extra-pesante venezuelano non è comparabile a quello che transita per lo Stretto di Hormuz. Quest’ultimo trasporta greggi leggeri e medi, Murban, Arab Light, Basrah, Kuwait Export, sui quali sono state costruite le raffinerie asiatiche ed europee. Il greggio venezuelano, al contrario, è materia prima da coking, in diretta competizione con il Maya messicano e il greggio pesante canadese sulla costa del Golfo statunitense. Non sostituisce, in altre parole, un solo barile perso a Hormuz sui mercati di Ningbo o Rotterdam.
Una visione più amplia: non il petrolio, ma i bond e la proiezione
Se i numeri energetici non tornano, perché l’amministrazione Trump ha scelto proprio questo momento per annunciare l’accordo con tanta enfasi? Questa dichiarazione in pompa magna avviene pochi giorni prima di una operazione militare americana contro una base dell’esercito iraniano. Iran e Venezuela, sono nazioni ricche di petrolio (e gas). La partecipazione industriale e finanziaria alle industrie energetiche di queste nazioni sarebbe un’opportunità unica per la finanza americana.
Osserviamo il tema Venezuela da un punto di vista differente: la difesa del mercato obbligazionario statunitense. Con il debito federale USA oltre i 40mila miliardi di dollari, il rendimento dei Treasury trentennali ha toccato il livello più alto dal 2007. Il Tesoro ha tentato di intervenire, raddoppiando gli acquisti di bond a lungo termine e i riacquisti di debito, ma il mercato ha riassorbito l’intervento in circa un giorno, riportando i rendimenti al punto di partenza. Interpellato sull’ipotesi di un ulteriore intervento, sulla pista di decollo dell’Air Force One, Trump ha risposto: “L’intervento definitivo è il nostro esercito. E se dovremo usarlo, lo useremo”.
Esiste la possibilità che dietro operazioni come l’annuncio sul petrolio venezuelano non ci sia primariamente una logica di approvvigionamento energetico immediato (data la complessità dei depositi venezuelani), quanto il tentativo di puntellare la fiducia nel debito americano attraverso l’acquisizione, o quantomeno l’annuncio dell’acquisizione, del controllo su risorse fisiche. Il mercato obbligazionario, in questa lettura, è in definitiva una valutazione della credibilità creditizia di un paese: se quella credibilità vacilla, mostrare di controllare asset fisici tangibili diventa una forma di rassicurazione, indipendentemente dalla reale fattibilità industriale dell’operazione nel breve periodo.
Non è un caso, seguendo questo filo logico, che lo stesso schema, intervento militare o quasi-militare seguito da annunci sulle risorse controllate, si sia già visto nell’Iran del “D-Day economico” e riemerga oggi puntato, nella retorica, anche su Groenlandia e Canada.
Una nuova OPEC a guida americana?
Vale la pena notare che l’idea di un cartello energetico a guida americana esteso all’intero emisfero occidentale non nasce nel 2026. Per capire perché Washington continui a muoversi in questo modo, aiuta tornare a un documento ufficiale: l’audizione tenuta il 23 giugno 2015 dalla sottocommissione Energia della Commissione Esteri del Senato USA, intitolata “American Energy Exports: Opportunities for U.S. Allies and U.S. National Security”. Un decennio fa, esperti come David Gordon (Eurasia Group) testimoniavano davanti al Senato che liberalizzare le esportazioni energetiche americane avrebbe indebolito la capacità della Russia di competere sui mercati globali dell’energia, rafforzato la leva degli alleati contro Mosca e Teheran, e ampliato gli strumenti di politica estera di Washington oltre le opzioni militari tradizionali. Alla domanda se questo avrebbe cambiato rapidamente il comportamento della Russia, la risposta di Gordon fu netta: “No. Può avere un impatto importante nel lungo periodo? Assolutamente”.
Lo stesso anno, l’ex direttore CIA Leon Panetta e l’ex consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Hadley scrivevano sul Wall Street Journal che “è arrivato il momento per gli Stati Uniti di schierare il proprio petrolio e gas a sostegno dei propri interessi di sicurezza in tutto il mondo” — una frase che, riletta oggi, suona quasi come annuncio profetico dell’operazione venezuelana.
Non tutti, all’epoca, erano d’accordo. Il comandante della Marina USA in pensione Kirk Lippold fu l’unica voce dissenziente in quell’audizione, avvertendo che allentare le restrizioni avrebbe potuto avvantaggiare la Cina più degli alleati americani, e che le implicazioni di sicurezza nazionale di un cambiamento così radicale erano “cariche di conseguenze sconosciute e probabilmente non intenzionali”. Dieci anni dopo, con la Cina formalmente esclusa dai giacimenti venezuelani ma con un accordo tecnicamente fragile e legalmente contestabile, il monito di Lippold merita di essere riletto.
Il punto è che l’operazione Venezuela non nasce da un’improvvisazione della seconda amministrazione Trump: si inserisce in una dottrina bipartisan, discussa apertamente al Congresso da almeno un decennio, secondo cui il controllo delle risorse energetiche — reale o soltanto annunciato — è uno strumento di politica estera al pari, se non più flessibile, delle sanzioni o dell’intervento militare diretto.
Nel 2016, all’indomani della nomina dell’allora CEO di ExxonMobil Rex Tillerson a Segretario di Stato, ipotizzavano la nascita di un blocco che ribattezzavano “NASAPEC”: un’estensione dell’accordo di libero scambio nordamericano (NAFTA) al petrolio, capace di inglobare progressivamente anche le riserve sudamericane di Argentina, Brasile e, appunto, Venezuela, sottraendole all’orbita OPEC.
Quello scenario specifico non si è mai concretizzato nella forma descritta all’epoca, Tillerson fu allontanato dall’amministrazione già nel 2018, e nessun cartello NASAPEC ha mai preso forma istituzionale. Ma l’ipotesi di fondo, che gli Stati Uniti potessero, nel tempo, muoversi per acquisire un controllo crescente sulle riserve energetiche dell’intero continente americano, Venezuela incluso, resta un punto di riferimento utile per leggere l’annuncio di oggi: non come un fulmine a ciel sereno, ma come l’ultima tappa di un disegno strategico discusso, con vari gradi di concretezza, da quasi un decennio.
Cosa resta, alla fine
Il petrolio venezuelano è una risorsa reale, e nessuno lo mette in discussione. Ma tra l’annuncio e lo sfruttamento effettivo di quei giacimenti passano anni di investimenti infrastrutturali, miliardi di dollari, e soprattutto un quadro legale e contrattuale che oggi semplicemente non esiste nella forma raccontata. Quello che invece esiste, ed è misurabile oggi, è il rendimento dei bond del Tesoro USA che non scende nonostante gli interventi, e un presidente che, davanti a una domanda sui tassi d’interesse, ha scelto di rispondere parlando di esercito.


