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Economia

Si fa presto a dire crescita, ma quando si ha a che fare con un quadro macro ancora disomogeneo come quello europeo, dove ai ritardi cronici di alcuni paesi come l'Italia (che a settembre vede fatturato e ordinativi industriali calare oltre le attese, complice anche un'allarmante frenata dei nuovi ordini dall'estero) si sommano nuovi segnali di rallentamento da parte di colossi come Francia e persino Germania (i cui indici Pmi dei direttori acquisti segnalano una ulteriore contrazione o, al più, una stasi degli investimenti che le aziende contano di fare nei prossimi mesi) il rischio di ritrovarsi con mercati saliti molto rispetto a risultati che tarderanno ulteriormente a manifestarsi è grande.

E se venerdì le borse hanno festeggiato la doppia "buona notizia" in arrivo da Pechino (dove la Banca del popolo cinese, ossia la banca centrale, ha limato per la prima volta da due anni in qua i tassi su prestiti e depositi) e da Francoforte (dove Mario Draghi ha ribadito che la Bce è pronta "a tutto" pur di far ripartire quanto più rapidamente possibile inflazione e crescita europea, entrambe rimaste troppo basse troppo e lungo e con scarse prospettive di ripresa immediata), l'occasione potrebbe essere sfruttata non tanto e non solo per riequilibrare la componente europea del proprio portafoglio d'investimento, incrementando il peso dei titoli finanziari e dei titoli ciclici maggiormente sensibili ai tassi d'interesse come quelli di gruppi operanti nella telefonia, nell'energia e nel cemento, quanto soprattutto per ridurre il peso dell'Europa a favore di un incremento del peso della componente investita in America.

Negli Usa, infatti, l'inflazione sta gradualmente risalendo (in ottobre il dato "core", depurato dei prezzi di generi alimentari ed energetici, più volatili, è salito dello 0,2% rispetto a settembre, contro attese pari a +0,1%) grazie agli ulteriori progressi registrati dal mercato del lavoro (da 13 settimane le richieste settimanali di sussidi per disoccupazione restano sotto quota 300 mila). Così, con un dollaro che appare destinato a rafforzarsi nuovamente sull'euro, può essere opportuno scommettere su una fine/inizio d'anno di Wall Street migliore che non quella dei listini europei o asiatici, questi ultimi impensieriti dalla nuova brusca frenata del Giappone e dal rischio che si inneschino tensioni sui cambi visto che lo yen già ora è ai minimi degli ultimi sette anni sul dollaro e che Shinzo Abe ha appena "chiamato" le elezioni anticipate, per metà dicembre, rinviando l'incremento dall'8% al 10% dell'Iva e promettendo una ulteriore crescita della spesa pubblica nonostante il debito sia già pari al 200% del Pil (ma con un costo medio pari appena allo 0,4% annuo, un decimo o meno di quanto paga l'Italia per rifinanziare il proprio, ormai vicino al 135% del Pil).

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