Pil, la sorpresa che può cambiare la partita
A Palazzo Chigi il dato dell’Ocse è stato accolto con soddisfazione, anche perché arriva appena un giorno dopo la revisione dell’Istat sui conti italiani. La crescita del Pil per il 2026 viene ora stimata allo 0,9%, contro lo 0,5% indicato in precedenza. Una correzione consistente, che rafforza la convinzione del governo che l’economia italiana stia andando meglio di quanto previsto nei mesi scorsi.
Il punto però, ora, a Palazzo Chigi, è capire quanto questa buona notizia possa essere trasformata in spazio politico nella trattativa con Bruxelles. Perché arriva ventiquattr’ore dopo quella molto meno gradita sul deficit: l’Istat ha confermato per il 2025 un rapporto deficit/Pil del 3,1%, impedendo all’Italia di uscire anticipatamente dalla procedura europea per disavanzo eccessivo. Secondo autorevoli fonti, Chigi avrebbe già sondato Bruxelles.
Quello che gli sherpa di Chigi vogliono trasmettere alla Commissione che il nostro paese si sta dimostrando uno dei più resilienti e che sul deficit ha fatto uno sforzo enorme (passando da oltre il 5% al 3,1% in soli tre anni), potendo vantare dati migliori sia di Francia che della Germania (previsto al 3,6%).
A dare manforte a questa tesi sono arrivate le parole del capo economista dell’Ocse, Stefano Scarpetta, parlando di una revisione «significativa». Il primo trimestre è risultato migliore delle attese, il secondo ha mantenuto una dinamica relativamente forte e, soprattutto, hanno sostenuto l’attività domanda interna, consumi e investimenti pubblici, con il Pnrr che continua a produrre un effetto importante.
È probabilmente questo il dato politicamente più interessante per Palazzo Chigi: non un boom, perché uno 0,9% resta una crescita moderata, ma un’economia che continua a smentire le previsioni più prudenti. E in più questa nuova revisione da spazio al rammarico nella maggioranza e a qualche polemica sui dati dell’ISTAT.
Francesco Filini, braccio destro del potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari (che è in prima linea sul dossier), ha sottolineato che le stime del Pil sono state più volte aggiornate al rialzo e ha ipotizzato che anche la valutazione sul 2025 possa cambiare ancora. Si tratta, naturalmente, di una considerazione politica: non esiste oggi alcun elemento che consenta di affermare che la futura revisione andrà necessariamente in quella direzione.
Ma il tema circola nella maggioranza e contribuisce al malumore per quel decimale che ha impedito l’uscita anticipata dalla procedura. L’economista Carlo Cottarelli osserva che la mancata uscita anticipata dalla procedura ha conseguenze pratiche più limitate di quanto la battaglia sul 3% potrebbe far pensare, proprio perché il nuovo quadro europeo contiene comunque strumenti di flessibilità.
Cottarelli sottolinea inoltre un’altra anomalia interessante: le prime stime Istat sulla crescita italiana hanno mostrato negli ultimi anni una tendenza a essere successivamente corrette verso l’alto. È un elemento che aiuta a capire perché nel governo si guardi con particolare attenzione non soltanto ai dati dell’anno in corso, ma anche alle successive revisioni statistiche. Ma ora l’ordine che arriva dall’alto è di lasciare da parte le polemiche e i rimpianti e pensare a come affrontare la questione, provando da subito a costruire una manovra senza rompere il percorso concordato con Bruxelles, ricorrendo allo scostamento (con molto giudizio), soltanto se non emergessero alternative.
Diverse fonti del partito parlano di una legge di Bilancio impostata sulla falsariga delle precedenti, cercando di tenere insieme misure per famiglie e imprese e mantenimento della traiettoria di rientro. L’Italia ha formalmente chiesto alla Commissione l’attivazione della clausola nazionale di salvaguardia per energia e difesa. La richiesta complessiva vale circa 36 miliardi tra il 2026 e il 2028: 14 miliardi per l’energia e circa 22 per la difesa.
Bruxelles ha ricevuto la lettera e ne ha avviato l’esame. Giorgetti ha già detto di ritenere la Commissione disponibile almeno sul capitolo energetico. Non è ancora un via libera e la permanenza dell’Italia nella procedura rende il dossier più delicato. Ma è significativo che il dialogo sia già iniziato. “Anche la vicenda del bollo auto offre un piccolo precedente sul metodo. Quando il governo ha prospettato di utilizzare i risparmi derivanti dai prestiti del Pnrr per finanziare l’esenzione, da Bruxelles non è arrivata la chiusura che qualcuno si attendeva”, dichiara una fonte di Chigi.
Il perimetro della prossima legge di Bilancio, secondo le prime ricostruzioni, si sta già avvicinando ai 20 miliardi, prima ancora di considerare integralmente i possibili interventi su energia e difesa. Tra le ipotesi circolano il taglio del bollo, interventi fiscali, sostegni contro il caro energia e altre misure che i partiti della maggioranza intendono portare al tavolo.
La Lega spinge per utilizzare più deficit. Forza Italia frena sullo scostamento e guarda anche alla riduzione della spesa e alla mobilitazione del risparmio privato; nel partito di Tajani c’è chi ha indicato anche possibili avanzi del Pnrr, quantificandoli politicamente intorno ai cinque miliardi.
Da FdI, invece, filtra la volontà di evitare per quanto possibile una manovra costruita su nuovo deficit. Sono posizioni ancora in movimento, non una decisione già presa dall’esecutivo. La Commissione, nelle sue previsioni di maggio, indicava per l’Italia un deficit al 2,9% sia nel 2026 sia nel 2027. Se il dato del 2026 sarà effettivamente inferiore al 3% e la correzione verrà giudicata sostenibile, nel 2027 potranno maturare le condizioni per la chiusura formale della procedura.
Per questo, si ragiona a Chigi il vero confronto tra Roma e Bruxelles potrebbe non essere tanto sul se rispettare il percorso, quanto su come arrivarci senza sterilizzare completamente la prossima legge di Bilancio. L’European Fiscal Board, organismo consultivo indipendente dell’Ue, ha appena avvertito che un utilizzo eccessivo delle deroghe e delle clausole di flessibilità rischia di indebolire la credibilità delle nuove regole fiscali.
Il presidente Pieter Hasekamp riconosce le ragioni politiche che hanno portato ad aprire spazi per difesa ed energia, ma mette in guardia dalla trasformazione delle eccezioni alla regola. Ed è su questo perimetro che si giocherà la strategia di Chigi.
“Certamente adesso anche qui a Bruxelles c’è la consapevolezza che l’Italia non sia più soltanto un Paese che chiede margini mentre corregge il deficit, ma un’economia che contemporaneamente sta rispettando un percorso di consolidamento, mantiene un avanzo primario e cresce più di quanto gli stessi organismi internazionali prevedessero pochi mesi fa. E questo sarà certamente tenuto nel dovuto conto”, dice un alto funzionario della commissione.
È su questo equilibrio che Giorgetti proverà probabilmente a costruire la mediazione: nessuna rottura con il Patto, uscita dalla procedura nel 2027, ma nel frattempo maggiore elasticità per le spese che Roma considera strategiche e per una manovra che rischia altrimenti di avere pochissimo spazio.
Roma per rafforzare la sua posizione, può presentarsi al tavolo con alcuni argomenti: deficit sceso dal 3,4% del 2024 al 3,1% del 2025, avanzo primario salito allo 0,8%, crescita 2024 e 2025 rivista al rialzo e, adesso, una previsione Ocse per il 2026 migliorata di ben quattro decimi.
Alla fine Giorgetti si presenterà a Bruxelles con una situazione quasi rovesciata rispetto a pochi mesi fa. L’Italia è ancora dentro la procedura, questo è il dato. Ma intanto il deficit è sceso, l’avanzo primario è tornato positivo, l’Istat ha riscritto al rialzo la crescita degli anni passati e ora l’Ocse fa lo stesso sul 2026. Non basta per ottenere ciò che Roma chiede. Basta però per trattare da una posizione meno debole. A Palazzo Chigi è su questo che si fa gran affidamento nelle trattative in corso con Bruxelles.


