Borsa, le PMI dell’Euronext Growth Milan battono la crisi: ricavi a +12%
I dati della XIII edizione dell’Osservatorio ECM su Euronext Growth Milan di IRTOP Consulting restituiscono un’immagine più solida di quanto il rallentamento delle IPO registrato nel 2026 potrebbe lasciare intendere. In uno scenario internazionale condizionato da tensioni geopolitiche, volatilità energetica e persistente incertezza macroeconomica, il listino dedicato alle PMI continua infatti a confermarsi un efficace strumento di sviluppo dell’economia reale.
Dal 2009 a oggi Euronext Growth Milan ha accompagnato 350 imprese nel percorso di accesso alla Borsa, consentendo loro di raccogliere complessivamente 6,2 miliardi di euro destinati a finanziare piani di crescita. Oggi il segmento conta 205 società quotate, con una capitalizzazione di 11,1 miliardi di euro, ed è divenuto il comparto di Borsa Italiana con il maggior numero di emittenti. Un risultato che va ben oltre la dimensione statistica e testimonia la progressiva affermazione della cultura dell’equity nel sistema produttivo italiano.
Sono però i fondamentali delle imprese a offrire l’indicazione più significativa. Nel 2025 le società quotate hanno generato ricavi aggregati per 10,8 miliardi di euro, in aumento del 12% rispetto all’anno precedente, con una crescita media del fatturato pari al 21%. Gli occupati hanno superato quota 28.500, in progresso del 10% su base annua. Evidenze che confermano come l’accesso al capitale di rischio non rappresenti soltanto una modalità di raccolta finanziaria, ma un fattore abilitante per l’espansione dimensionale, gli investimenti e la creazione di occupazione qualificata.
La questione centrale, oggi, non è dunque verificare se le PMI siano pronte ad aprirsi ai capitali, bensì comprendere se il Paese sia finalmente disposto a dotarsi di un ecosistema capace di valorizzarne appieno il potenziale.
Per la prima volta dopo molti anni, infatti, stanno convergendo una serie di interventi normativi destinati a incidere strutturalmente sull’allocazione del risparmio e sul finanziamento dell’economia produttiva.
Mi riferisco innanzitutto alla Savings and Investment Union, l’iniziativa della Commissione europea che punta a mobilitare una parte dei circa 30 mila miliardi di euro di ricchezza finanziaria detenuta dalle famiglie europee, di cui una quota rilevante rimane ancora immobilizzata in liquidità e depositi bancari. Orientare anche una frazione di queste risorse verso le imprese quotate significherebbe rafforzare la capacità competitiva del sistema industriale europeo e offrire nuovo impulso alla crescita delle PMI italiane.
Nella medesima direzione si colloca la riforma della previdenza complementare entrata in vigore il 1° luglio, che introduce il meccanismo di adesione automatica ai fondi pensione attraverso il conferimento del TFR. L’effetto sarà un progressivo incremento delle masse gestite dagli investitori istituzionali di lungo periodo, ampliando la loro capacità di finanziare l’economia reale.
Si tratta di un passaggio strategico. Nei principali sistemi finanziari europei i fondi pensione rappresentano investitori stabili, con un orizzonte temporale coerente con le esigenze di sviluppo delle imprese. Anche l’Italia può oggi avvicinarsi a questi modelli, favorendo una maggiore presenza di fondi pensione, compagnie assicurative e casse previdenziali nel capitale delle PMI quotate. Ciò contribuirebbe ad accrescere la liquidità degli scambi, consolidare la stabilità dell’azionariato e ridurre il persistente sconto valutativo che ancora caratterizza molte small cap italiane rispetto ai benchmark europei.
A questo quadro si aggiungono la recente riforma del Testo Unico della Finanza, gli interventi di revisione dei PIR e le misure di semplificazione dell’accesso alla quotazione, che rendono più sostenibile la permanenza sul listino. Sono tasselli di una più ampia politica dei capitali, orientata a trasformare l’equity da fonte alternativa di finanziamento a leva ordinaria dello sviluppo imprenditoriale.
Naturalmente il percorso non può dirsi concluso. Occorre rafforzare la liquidità del segmento, ampliare la base degli investitori istituzionali specializzati, incrementare la copertura della ricerca finanziaria e favorire operazioni di quotazione di dimensioni più significative. Allo stesso tempo, è essenziale rendere strutturali gli incentivi, a partire dal credito d’imposta sui costi di IPO, che negli ultimi anni ha rappresentato uno dei principali fattori di sviluppo dell’intero comparto.
Anche il confronto internazionale evidenzia un potenziale ancora largamente inesplorato. Euronext Growth Milan presenta un numero di società inferiore del 28% rispetto a Euronext Growth Paris e del 66% rispetto all’AIM britannico; il divario in termini di capitalizzazione risulta ancora più marcato. Non è una conseguenza della qualità del nostro tessuto imprenditoriale, tra i più ricchi d’Europa per presenza di PMI, bensì della limitata profondità del mercato dei capitali domestico.
La Borsa, del resto, non è più soltanto il luogo in cui reperire risorse finanziarie. Sempre più spesso costituisce la piattaforma attraverso cui finanziare acquisizioni, sostenere processi di aggregazione, creare poli industriali, rafforzare la struttura patrimoniale e accompagnare il ricambio generazionale. In altre parole, rappresenta uno strumento di politica industriale a tutti gli effetti.
Se le riforme oggi avviate saranno accompagnate da un rafforzamento della domanda domestica di capitale e da un coinvolgimento strutturale degli investitori di lungo periodo, Euronext Growth Milan potrà finalmente compiere il salto dimensionale che il potenziale delle PMI italiane rende non solo auspicabile, ma necessario. È questa la sfida che abbiamo di fronte: trasformare l’ingente risparmio privato del Paese in capitale produttivo, capace di alimentare innovazione, competitività e crescita sostenibile.
- di Anna Lambiase, Ceo di Ir Top Consulting

