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Economia
Portafoglio, tempesta d’agosto a Piazza Affari: 4 strategie per salvarsi

Di Luca Spoldi

Sui mercati finanziari accanto a una componente emotiva, talvolta irrazionale, sono i fatti e la razionalità a consentire guadagni o produrre perdite. E’ un fatto che dalla crisi del 2008-2009 in poi i “fondamentali” sia macroeconomici (come Pil o inflazione) sia microeconomici (perdite o utili aziendali) abbiano perso di significato. E’ altrettanto un fatto che dopo aver immesso oltre 4 mila miliardi di dollari di liquidità la Federal Reserve e un altro migliaio la Bce (senza contare l’opera di altre banche centrali, come quelle britannica, svizzera e giapponese) la decisione dello scorso anno di iniziare a staccare il piede dall’acceleratore da parte della banca centrale statunitense (mentre ancora in Giappone e in Europa si continua a sostenere i mercati a colpi di stimoli monetari per cercare di rafforzare una crescita che resta alquanto evanescente) ha provocato un’improvvisa resipiscenza negli investitori.

I primi a farne le spese sono stati i mercati emergenti, tra l’autunno dello scorso anno e questa primavera, ma poi dati macro migliori delle attese (anche in settimana dalla Cina è giunta la notizia di una ripresa dell’export e di una lieve frenata dell’inport) e la necessità di trovare un impiego redditizio per capitali che nell’era del denaro “a tasso zero” o quasi da qualche parte vanno pur impiegati ha fatto ripartire Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa (e molti altri mercati emergenti). Poi, altro fatto, la tensione geopolitica, che covava sotto la cenere da tempo, è esplosa con violenza quasi contemporaneamente in Medio Oriente (in Israele, Siria e Iraq) e in Est Europa (in Ucraina), rimescolando nuovamente le carte, dando il via ad una correzione dei mercati da tempo attesa e che ora pare realmente avviata.

Che fare ora, dopo che lo stesso Mario Draghi, presidente della Bce, ha ammonito che la crisi russo-ucraina rischia di avere un peso (anche se al momento non è possibile stimare di quale portata e per quanto tempo) sulla ripresa europea intimando ai governi inadempienti (uno a caso: quello italiano) di fare le riforme o “cedere sovranità” (alla Commissione Ue) per farle e così gettare le basi per una futura ripresa ma anche, aimè, per una certa recessione nell’immediato, dato che si tratterebbe di riforme sì strutturali (lavoro, efficienza della PA, giustizia) ma che andrebbero ad affiancarsi a nuove manovre sui conti pubblici (con tagli di spesa e aumenti di imposte che per un paese che ha già un’elevata disoccupazione, in particolare giovanile, e un peso delle entrate che si avvicina, o supera a seconda delle fonti, il 50% del Pil è rischiano di essere a dir poco una pesante ipoteca sulla tenuta dei consumi)?

Potete puntare sui titoli finanziari se pensate che il “pilota automatico” della Bce metterà al riparo i titoli di stato italiani da troppe sorprese negative. Se il quantitative easing scatterà a inizio autunno e Draghi sarà pronto a intervenire comprando Abs (asset backed securities, titoli di credito cartolarizzati) o titoli obbligazionari a piene mani sul mercato, difficilmente i Btp italiani crolleranno e con essi difficilmente crolleranno le quotazioni delle banche tricolori. C’è un ma: ma un decennale che rende, come attualmente, attorno al 2,9% lordo annuo con uno spread su Bund dell’1,70%-1,80% potrebbe essere ancora “costoso” specie se sarà di nuovo lo spread, come nel 2011, la minaccia “agitata dai mercati” per convincere il governo Renzi, o chi per lui, a fare le riforme che sinora si son tenute nel cassetto per non scontentare troppo nessuno.

Allora la migliore strategia potrebbe essere quella di mantenersi liquidi (investire in Bot o titoli di stato di durata inferiore ai 2 anni rischia di portare a ritorni netti nulli o finanche negativi) e poi puntare sulle giornate di maggiore confusione che potrebbero verificarsi nell’arco delle prossime 4-8 settimane per comprare, su debolezza, qualche Btp a 5 o anche 10 anni, consapevoli del maggior rischio ma anche di rendimenti reali che il calo dell’inflazione a livelli sempre più prossimi a zero può rendere interessanti.
 

Se poi siete un poco meno avversi al rischio potete, come detto, puntare sui titoli azionari del comparto finanziario: banche, assicurazioni e società di risparmio gestito rispondono  però in modo diverso all’andamento dei tassi e alle previsioni sulla crescita. Le banche (e in minor misura le assicurazioni) in particolare potrebbero guadagnare da un moderato e graduale rialzo dei tassi, perché questo si rifletterebbe in maggiori utili operativi (posto che a un certo punto la stretta creditizia, che come certifica la Banca d’Italia sta proseguendo imperterrita, si interrompa) anche grazie al calo della crescita di sofferenze e crediti non performanti che già si inizia a scorgere. Anche qui con un’avvertenza: nell’ultimo anno e mezzo i titoli delle banche italiane sono già molto saliti e potrebbero essere a rischio.

Lo sanno bene gli azionisti di Bper, che in settimana hanno visto il titolo perdere di botto oltre il 13% prima di rimbalzare con decisione quando Borsa Italiana ha vietato le vendite allo scoperto. Comportamenti analoghi hanno avuto titoli come Bpm o Mps (appesantita da giudizi negativi dopo la pubblicazione della trimestrale). Se non amate particolarmente fare trading concentratevi piuttosto su Unicredit e Intesa Sanpaolo: le due banche stanno viaggiando in acque relativamente sicure e non dovrebbero avere nulla da temere dall’esito degli stress test della Bce. Se invece vi piace approfittare di qualche giornata “storta” tenete d’occhio, oltre a Mps e Bpm, anche Bper, Ubi Banca, Banco Popolare, Creval e Credem, tutte chi più chi meno possibili vittime di qualche “blitz” degli orsi che potrebbe offrire interessanti occasioni d’acquisto in ottica a medio termine (o al contrario da vendere in caso di repentini rimbalzi superiori a un target prefissato come il 5% o il 10%).

Se però temete che la manovra che sarà quasi certamente varata dopo l’estate da parte del  governo italiano (spontaneamente o “sotto dettatura”) possa avere un effetto ulteriormente depressivo sui consumi da far ripiombare l’Italia in recessione, non solo “tecnica” e non solo per qualche frazione di punto percentuale, allora tenetevi quanto più possibile lontano dagli asset italiani. Pochi titoli di stato (in generale, perché al momento non sembra saggio andare a investire neppure in T-bond o Gilt, mentre i Bund e i titoli di stato giapponesi pagano la loro “sicurezza” offrendo rendimenti nominali prossimi allo zero sino alla scadenza decennale, che oscilla attorno all’1% lordo annuo di rendimento), pochissime azioni e solo di gruppi, come Luxottica piuttosto che Gtech, Campari o Fiat (una volta che sarà andata in porto la fusione con Chrysler) che ormai sono delle “trading company” che vedono la gran parte dei loro affari all’estero su mercati che poco risentono della debolezza della domanda interna italiana e potrebbero approfittare del rafforzamento del dollaro sull’euro.

Infine, ultima possibilità: dato che da diversi mesi quando sul listino italiano salgono i titoli finanziari generalmente scendono quelli del lusso e viceversa potreste provare a sfruttare la volatilità con una strategia “contrarian”, comprando titoli del lusso e vendendo banche quando queste ultime salgono e i primi scendono, per poi chiudere il trading invertendolo di segno quando i flussi di acquisto e vendita si invertono. Operando solo su titoli del Ftse Mib (ad esempio incrociando i due nomi di cui sopra con Bpm e Mps, più volatili di Unicredit o Intesa Sanpaolo) avreste il vantaggio di potere fare il tutto tramite opzioni e di dover impegnare solo una parte del capitale (ovvero di ottenere un effetto leva consistente). Ovviamente le leve sono strumenti efficientissimi sia nel far guadagnare sia nel far perdere soldi rapidamente, quindi attenzione al “market timing” e a non eccedere mai col rischio perché non è decisamente il momento.

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