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Economia
Anche Berlino si arrende al rischio deflazione. Come investire

Di Luca Spoldi

Che un’area economica come quella dell’euro che si è data una sola valuta e dunque cambi rigidi all’interno dell’area stessa, a fronte di differenze macroeconomiche che non solo non si sono appianate col tempo ma anzi sono aumentate dopo la crisi del debito sovrano che ha spostato importanti flussi di capitali dal Sud Europa al Centro-Nord, dovesse prima o poi andare incontro a qualche problema era evidente da tempo a chiunque non cercasse unicamente di forzare l’interpretazione della realtà per farla rientrare nei propri schemi teorici, ma volesse semmai adattare questi ultimi alla prima.

Così ora che, dopo due anni di politica monetaria della Bce ultra rilassata, “bazooka” annunciati ma mai realmente utilizzati, “forward guidance” utilizzata al massimo per cercare di far fare ai mercati buona parte del lavoro, anche i più timorosi di possibili recrudescenze dell’inflazione sembrano essersi  convinti, come la Bundesbank, che la deflazione sia una minaccia alla stabilità dei prezzi molto più concreta ed immediata di futuri rialzi eccessivi dei prezzi al consumo, Mario Draghi, secondo giudizi pressoché unanimi da parte delle maggiori banche d’affari, non dovrebbe avere ulteriori ostacoli a varare nuove e più radicali “misure straordinarie” per reflazionare l’economia del vecchio continente, soffocata da una ricetta tedesca infausta perché non ha saputo tener conto delle differenti necessità dei singoli paesi di Eurolandia, tentando di risolvere tutti i problemi con una repressione fiscale cruda se non crudele che ha finito in molti casi con esasperare le difficoltà cicliche dei PIIGS.

Con tassi già vicini a zero, una difficoltà ad avventurarsi in un territorio (quello di tassi negativi  per classi di asset, a partire dai depositi) che è stato finora esplorato solo teoricamente, e con lo spettro di un euro che resta più forte del voluto contro dollaro ma anche contro le principali valute asiatiche (yen e yuan in testa), Draghi ha lasciato intendere di essere pronto ad avviare un quantitative easing da mille miliardi di euro (al ritmo di 80 miliardi di euro l’anno) che già ora sarebbe possibile, essendo stati rimborsati anticipatamente oltre 500 dei più di mille miliardi dei fondi erogati tra il dicembre 2011 e il febbraio 2012 alle maggiori banche europee, ma che probabilmente non sarà nel concreto avviato prima dell’autunno, dopo un possibile ultimo taglio dei tassi ufficiali sull’euro in giugno, una volta superate le elezioni europee.

Draghi può del resto fare leva su un’altra paura che resta sullo sfondo, quella di un default sovrano di Italia e Spagna se la ripresa dovesse rimanere un fatto meramente statistico per la necessità di rispettare parametri (il 3% di deficit/Pil o il 60% di debito/Pil) che non hanno mai ricevuto una vera validazione teorica né tanto meno pratica. Parametri più volte disattesi in passato anche dalla Germania (piuttosto che da Francia e Spagna ancora attualmente) che alcune simulazioni, come quelle di Giorgio Gattei e Antonino Iero, giudicano semplicemente impossibili da rispettare quanto meno nei tempi imposti dal Fiscal Compact, vista la situazione di partenza e il quadro macroeconomico prospettico per paesi fortemente indebitati come l’Italia.

E siccome il Pil usato a denominatore di tali rapporti è espresso in valori nominali, ossia sommando la variazione dei prezzi alla crescita/decrescita del Pil reale, ecco che allontanare rapidamente il rischio di una deflazione ovvero anche solo di un’inflazione prolungatamente sotto il 2% (obiettivo fissato dalla Bce a medio termine) diventa vitale sicuramente per Roma e Madrid, ma anche per Berlino e dunque per la Bce che sempre all’influente paese “guida” di Eurolandia deve chiedere il permesso prima di muoversi. Del resto che il modello tedesco di “lacrime e sangue” non funzioni se ne stanno accorgendo anche in Germania. Non solo la crisi della domanda interna ha causato anche lì una crescita del numero di famiglie indigenti (col conseguente aumento dei costi sociali che questo comporta), ma di recente qualche scricchiolio è venuto pure sul fronte delle esportazioni, che restando l’unico vero “motore” della crescita economica risentono immediatamente di ogni stornir di fronde a livello internazionale.

Così per assurdo la crisi ucraina e i timori di un rallentamento della crescita dei paesi emergenti, a partire dalla Cina, potrebbero indurre a più miti consigli Angela Merkel più delle argomentazioni sia pure ragionevoli di Matteo Renzi, che forte di numeri del Def più “realistici” di quanto non si siano mai visti sembra scommettere in un via libera ad un allungamento dei tempi per riuscire a registrare effetti concreti da parte di riforme strutturali invocate a gran voce ma che restano difficili da attuare a tempi brevi anche quando non costano virtualmente nulla in termini economici ma molto in termini politici, che si tratti della riforma della giustizia piuttosto che di tagliar le unghie, anzi gli stipendi, ai “mandarini” delle partecipazioni pubbliche, di aprire settori e mercati alla concorrenza o di semplificare la giungla della burocrazia, piuttosto che di redistribuire e alleggerire il carico fiscale che grava sulle spalle dei contribuenti italiani.

Se così sarà le scosse che percuotono i mercati finanziari in questi giorni, penalizzando le borse e facendo recuperare terreno, almeno temporaneamente, ai Bund in quanto “porto sicuro” per eccellenza, potranno essere rapidamente lasciate alle spalle e già durante l’estate o nel corso dell’autunno la corsa dei listini europei potrebbe riprendere, su basi più sostenibili. Il consiglio è dunque di seguire con attenzione sia l’evolversi della situazione a livello di multipli di mercato (anche in relazione ai risultati trimestrali dei vari settori e aziende), preparandosi a sfruttare qualche occasione di trading o prendendo subito profitto in attesa di rientrare a livelli meno elevati nei prossimi mesi.

Per chi invece non ha voglia o tempo per seguire le giravolte dei mercati o dei singoli titoli quotati, il suggerimento può essere quello di evitare di investire in titoli ciclici come Mediaset o Autogrill, in finanziari da Unicredit a Intesa Sanpaolo, da Mps a Ubi Banca, ad Banco Popolare a Bper (molti tra l’altro impegnati in aumenti di capitale) e in tecnologici (di cui in Italia almeno non c’è peraltro gran scelta), per mantenersi invece investiti su titoli più difensivi come Parmalat o Campari, ma anche su Saipem, per la quale è rinviato ogni discorso di scorporo di attività o cessione del controllo e che sembra essere riuscita a riavviare un ciclo di ordini e commesse “importante” dopo un anno da dimenticare.

La componente obbligazionaria non dovrebbe dare problemi ancora per alcuni mesi, consentendo in particolare di incassare ancora buone cedole puntando su Btp tra i 3 e i 5 anni a fronte di una volatilità delle quotazioni nel complesso contenuta (mentre sono ormai da evitare i titoli a scadenza inferiore a 2 anni dato che i tassi faticano a compensare la sia pur minima inflazione). Ci sarà poi tempo in estate di riaggiustare il portafoglio sia per la componente azionaria (specie dopo l’esito degli stress test Bce) sia obbligazionaria, in base all’evolvere del quadro macro e alle misure che nel concreto Draghi sarà in grado di varare.

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