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Economia

 

 

Petrolio Irpinia

Sarà l’empasse sul budget americano (e sull’innalzamento al tetto del debito), che lascia a casa 180 mila dipendenti pubblici al giorno e rischia di frenare e non poco la crescita della prima economia mondiale, sarà la prima telefonata mai intercorsa dal 1979 tra un presidente americano (Barack Obama) e il suo omologo iraniano (Hassan Rohani), sarà il calo delle tensioni in Siria dopo il via libera dell’Onu all’intesa raggiunta grazie alla Russia che prevede lo smantellamento dell’arsenale chimico di Damasco in cambio di un “non intervento” militare occidentale, piuttosto che l’incerto andamento della crescita cinese ed indiana (e più in generale dei mercati emergenti).

Sta di fatto che un contratto future sul petrolio texano (Wti) attorno a 100 dollari al barile, come si è intravisto a fine settembre (mese chiuso con un calo del 4% rispetto a fine agosto, ma con un’escursione, negativa, del 10% rispetto ai massimi toccati a inizio mese), non lo si vedeva da metà luglio. L’occasione potrebbe dunque essere ghiotta per chi volesse scommettere su un prossimo rimbalzo dell’oro nero, utilizzando strumenti semplici e poco costosi come gli Etf per seguirne le evoluzioni (ad esempio con l’Etf Stoxx 600 Oil and Gas emesso da Lyxor, o con l’EtfPetroleum Dj-Ubsci emesso da Etf Securities, entrambi quotati a Milano).

Proprio la tenuta della soglia dei 100 dollari al barile ha già portato alcuni broker a suggerire alla propria clientela di riaprire posizioni di trading ritenendo ormai esaurite quelle vendite avviate già a metà settembre e dovute in parte al venire meno di attese speculative. Per chi volesse provarci si potrebbe iniziare ad accumulare una posizione in Etf fintanto che le quotazioni del future Wti restano tra i 99-100 dollari e i 102-103 dollari al barile come in questi giorni, meglio se con una “stop loss” sotto i 98 dollari e con una prima presa di profitto attorno ai 107-108 dollari al barile.
Per chi avesse obiettivi più ambiziosi, o non amasse troppo l’attività di trading (che comporta comunque un impegno di tempo e attenzione elevato) potrebbe invece essere il caso di attendere eventuali ulteriori cali delle quotazioni fino agli 80-85 dollari al barile, o all’opposto il deciso superamento dei 110-115 dollari al barile, livelli che rappresentano rispettivamente le fasce attorno a cui si sono registrati i minimi e i massimi entro cui le quotazioni dell’oro nero si sono mantenute negli ultimi dodici mesi.

Più incerto il quadro delle compagnie petrolifere: di fatto negli ultimi mesi si è assistito a una ripresa della spesa in esplorazione e sviluppo di nuovi giacimenti, peraltro con risultati alquanto “a macchia di leopardo”, a fronte di un continuo calo delle riserve già accertate e in fase di sviluppo/sfruttamento. Ciò nonostante l’abbondanza di petrolio sta continuando a pesare sui margini di raffinazione, soprattutto negli Stati Uniti che a fine anno dovrebbero risultare ufficialmente il maggior produttore mondiale di greggio e di gas naturale, superando la Russia con 22 milioni di barili equivalenti estratti al giorno, contro 21,8 milioni, anche se l’Arabia Saudita resterebbe il principale produttore di solo petrolio con 11,7 milioni di barili equivalenti al giorno (contro i 10,8 milioni degli Usa, in crescita rispetto ai 10,3 milioni del 2012).

In questo caso, dunque, il consiglio è di mantenere un approccio più prudente, evitando le compagnie di raffinazione e selezionando con attenzione eventuali titoli delle grandi “major” come Chevron, BP o Eni che potrebbero risentire, in positivo o in negativo, della scoperta di nuovi giacimenti redditizi. Meglio semmai provare a scommettere su nomi come Saipem (che a inizio anno ha perso ampiamente terreno a causa di problemi al portafoglio ordini) o Halliburton che sono impegnati nelle attività di esplorazione e nei servizi alle imprese petrolifere e che potrebbero sfruttare prima e meglio la prevista graduale riaccelerazione della domanda, in scia all’uscita dalla recessione dell’Eurozona e alla ripresa (incertezze fiscali e monetarie Usa permettendo) dei mercati emergenti e del Giappone, nonché degli stesi Stati Uniti una volta superato il problema del “government shutdown”.

Luca Spoldi

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