
Con un uno-due atteso dai mercati in settimana la Federal Reserve ha deciso di continuare a riacquistare sul mercato mortgage-backed Securities (mutui cartolarizzati) per 40 miliardi di dollari al mese assieme a titoli di stato a lunga scadenza per 45 miliardi di dollari al mese, mentre la Bce ha appena tagliato di un quarto di punto (dallo 0,75% allo 0,5%) il costo applicato alle operazioni di rifinanziamento principale pronti contro termine, di mezzo punto (dall’1,5% all’1%) quello applicato alle operazioni di rifinanziamento marginali e mantenuto a zero il tasso sui depositi (senza peraltro escludere in futuro di portare il tasso a livelli negativi), prolungando per di più sino al luglio del prossimo anno le operazioni trimestrali con cui fornisce liquidità illimitata alle maggiori banche centrali.
Il tutto dopo che il mese scorso la Bank of Japan aveva annunciato di voler condurre operazioni sul mercato monetario per aumentare la base monetaria a ritmo annuale di circa 60-70 mila miliardi di yen, così da raddoppiare la stessa entro il prossimo biennio. Le banche centrali (con la sola parziale eccezione della Bank of England, riluttante per ora ad adottare ulteriori stimoli monetari) stanno dando fondo alle loro risorse, senza apparente esitazione (anche se in casa Bce l’ultima decisione è stata presa a maggioranza, segno che la contrarietà della Germania non è svanita), nel tentativo di supportare i mercati del credito così da far finalmente giungere qualche stimolo all’economia reale, ancora in evidente affanno almeno in Europa e in Giappone.
Qualche voce di dissenso, non solo in Germania, mette però l’accento sul rischio di stare nuovamente creando una gigantesca “bolla” di liquidità che potrebbe presto o tardi esplodere e fare danni come e più che in analoghe circostanze in un passato ancora recente. Il rischio resta tuttavia teorico e tale resterà a lungo almeno nel vecchio continente, visto che la feroce repressione fiscale voluta da Berlino per ridurre il debito pubblico (contemporaneamente alla stretta sul credito attuata per ridurre il debito privato) sta mantenendo ampiamente sotto il potenziale teorico la crescita delle principali economie europee e che da due decenni almeno il Giappone si confronta con una feroce deflazione che continua a gravare sulla domanda interna e sui prezzi al consumo.
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La domanda che molti investitori si fanno è: fino a quando durerà questa situazione di tassi bassi (a livello ufficiale) o in calo (sul mercato, sia per titoli di stato, “core” o “periferici” che siano gli emittenti, sia per emissioni corporate) e di mercati azionari che continuano, sia pure con qualche presa di profitto saltuaria, a correre pure in assenza di significative accelerazioni della crescita (dove c’è, come negli Usa, perché in Europa dopo che hanno già reso nota la propria trimestrale circa un terzo delle società quotate Morgan Stanley ha segnalato una prevalenza di sorprese negative)?
La sensazione è che nel corso del secondo semestre lo scenario macroeconomico potrebbe iniziare gradualmente a migliorare almeno in Europa e forse a surriscaldarsi in alcuni settori dell’economia americana, ma che difficilmente questo basterà a far invertire la rotta ai mercati. Così se siete un investitore in euro vi converrebbe mantenere un peso neutro per quanto riguarda la componente azionaria, da concentrare per ora ancora sui migliori titoli del comparto finanziario e di alcuni titoli particolarmente sensibili all’andamento dei tassi, senza troppo sbilanciarvi verso titoli e settori maggiormente ciclici, che ancora rischiano di soffrire per qualche trimestrale deludente.
Se per quanto riguarda gli investimenti azionari nei prossimi mesi sarà dunque il caso di dedicarsi più ad un’attività di graduale rotazione settoriale e di stock picking, ad esempio, nel caso di un portafoglio italiano, mantenendo per ora titoli come UniCredit, Intesa Sanpaolo, ma anche Mps, Banco Popolare e Ubi Banca in portafoglio (piuttosto che Axa in ambito europeo, come suggeriscono gli esperti di Morgan Stanley), per poi iniziare a puntare più nettamente su nomi come Buzzi Unicem, Autogrill, Autostrade, piuttosto che Telecom Italia, Fiat, Fia Industrial, Eni o Saipem via via che la ripresa si manifesterà, preferendo a livello di paese, come suggeriscono gli analisti di Credit Suisse, gli Stati Uniti e il Giappone rispetto ad altri mercati europei o ai mercati emergenti, per la componente obbligazionaria il discorso è differente.
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In questo caso, infatti, è opportuno sfruttare ancora per qualche tempo la discesa dei rendimenti e il restringimento degli spread mantenendosi posizionati su titoli a media scadenza a tasso fisso come i Btp a 3-5 anni (se siete particolarmente “audaci” potreste provare a scommettere anche su ulteriori guadagni dei titoli a 7-10 anni) e sui migliori emittenti corporate (l’idea degli analisti di Morgan Stanley è che vi sia più valore nei titoli con un rating almeno pari a “BB” che non in quelli con un rating inferiore). Poi, forse già durante l’estate o con l’arrivo dell’autunno, sarà più prudente ridurre le scadenze entro i 3 anni, mentre fin d’ora a livello di paese la preferenza potrebbe andare ad emittenti di paesi emergenti (secondo il suggerimento degli esperti del Credit Suisse), che godono del doppio vantaggio di offrire rendimenti interessanti in valute “forti” che difficilmente si deprezzeranno contro euro (ed anzi potrebbero guadagnare terreno).
Luca Spoldi
