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Settimana da incorniciare per il Tesoro italiano, che mercoledì ha lanciato con successo la prima emissione di Btp a 7 anni (scadenza maggio 2021), che a fronte di una cedola del 3,75% è stato collocato sul mercato, tramite un sindacato di quattro banche (Credit Agricole, Credit Suisse Securities, Hsbc e Unicredit) al prezzo di 100,138 equivalente ad un rendimento effettivo lordo del 3,761% annuo (con uno spread sul Btp marzo 2021 di 10 punti base, nella parte bassa della forchetta previsionale).

Un successo pieno che ha visto il Tesoro emettere 5 miliardi di euro a fronte di richieste superiori a 11 miliardi con una presenza bilanciata di investitori residenti italiani (che si sono aggiudicati il 38,5% dell’importo) e investitori esteri (a cui è andato il 61,5%), ennesima smentita della “favoletta” a uso elettorale secondo cui le banche estere starebbero da tempo “affossando” i titoli di stato italiani con vendite dettate dal timore di futuri consolidamenti del debito pubblico tricolore.

Collocati giovedì senza problema alcuno anche 8,5 miliardi di Bot a 12 mesi (come da attese) a tassi nuovamente sotto la soglia psicologica dell’1% (il rendimento medio è stato pari allo 0,999% lordo annuo contro l’1,34% dell’asta precedente), grazie a una domanda salita a 1,72 volte l’offerta dalle 1,36 volte l’offerta della precedente occasione, il ministero dell’Economia e Finanze ha poi potuto brindare venerdì al collocamento dell’intero ammontare massimo previsto (6 miliardi di euro) di Btp e Ccteu anche in questo caso a tassi in calo: in particolare sono stati collocati 3,5 miliardi di Btp novembre 2016 al rendimento medio lordo del 2,25% dal 2,72% toccato in settembre e 1,25 miliardi di Btp settembre 2028 al tasso medio del il 4,59% dal 4,88% di un mese prima, oltre a 1,25 miliardi di Ccteu novembre 2018 in questo caso con un rendimento del 2,32%, in calo rispetto al 2,56% precedente.

La “riscoperta” dei titoli tricolori ha anche contribuito ad azzerare lo spread rispetto ai titoli di stato spagnoli e appare legata soprattutto alla possibilità che nei prossimi giorni, se non ore, si trovi un’intesa sul tetto al debito Usa e alla ribadita disponibilità della Bce guidata da Mario Draghi a valutare, “se la volatilità sul mercato monetario dovesse tornare a salire ai livelli visti a inizio estate”, ulteriori limature dei tassi ufficiali sull’euro. Ipotesi che tra l’altro si somma alla possibilità che la stessa Bce rinnovi l’offerta di liquidità a lungo termine alle banche europee con una terza Ltro entro fine anno, anche se qualcuno adombra il sospetto che ciò avverrebbe al “costo” di una penalizzazione delle valutazioni nello stress test in programma l’anno prossimo per quegli istituti che dimostrassero di dover ancora basarsi unicamente sulla stessa Bce per il proprio funding.

Attenzione, però:  nonostante questo quadro positivo, lo spread tra Btp e Bund sulla scadenza dei 10 anni ha continuato a oscillare attorno al 2,5% per tutta la settimana, scivolando sotto di esso di qualche centesimo solo venerdì, con un rendimento del Btp decennale guida che ha oscillato tra il 4,30% e il 4,35% per tutta l’ottava. Questo potrebbe significare da un lato che i titoli di stato italiani hanno ancora qualche spazio di recupero anche sul mercato secondario se lo spread dovesse tornare a calare verso il 2% entro fine anno, dall’altra che comunque, anche se su tempi leggermente più lunghi del previsto (tra l’altro a causa dell’effetto depressivo del “government shutdown” che toglie ogni giorno circa 160 milioni di dollari alla crescita del Pil americano, Pil che peraltro vale circa 15 mila miliardi di dollari l’anno), i tassi sono destinati a salire, dagli Stati Uniti all’Europa.

In questa situazione potrebbero esservi spazi da qui almeno sino a fine anno o forse alla prossima primavera per chi volesse ancora fare qualche investimento “mordi e fuggi” sulle scadenza a medio-lungo termine (area 5-10 anni), il tempo di incassare una cedola e provare a rivendere con un minimo profitto i titoli, ma in generale l’approccio da “cassettista” sta tornando una modalità consigliabile per chi, più prudente, preferisce investire i propri risparmi su scadenze a breve termine (entro i tre, massimo cinque anni). Del resto l’inflazione, calata allo 0,9% annuo a fine settembre, sembra destinata a non dare problemi ancora a lungo e quindi se si escludono i Bot (che al momento non rendono oltre lo 0,65% netto annuo) e i fondi monetari (che faticano a raggiungere l’1% annuo netto), già un Ctz dicembre 2014 (che rende lo 0,92%) o un Btp scadenza 2015 (aprile o luglio) rendono attorno all’1% netto e possono essere un “parcheggio sicuro”.

Se poi volete osare qualcosa di più, vi conviene comprarvi adesso qualche titolo come il Ccteu dicembre 2015 o il Btp settembre 2016 che offrono un tasso netto di poco superiore all’1,5% annuo o puntare ” su una delle attuali emissioni (e la prossima, in arrivo in novembre) del Btp Italia. Spingervi tanto più in là non sembra il caso, perché è vero che la Bce ha promesso tassi “a lungo” sui livelli attuali, ma prima o poi il mercato inizierà a scontare futuri rialzi del costo del denaro anche in Europa (dove il titolo di riferimento restano i Bund tedeschi, che già hanno visto il rendimento sul decennale riportarsi stabilmente sopra l’1,8% con qualche puntata in area 2% nelle giornate di maggiore tensione.

Semmai, visto che stiamo parlando di rendimenti davvero esigui, potreste domandarvi se sia il caso di mantenervi investiti su strumenti gestiti di matrice obbligazionaria (che comunque rendono più dei fondi monetari ma sono soggetti a un maggior rischio) o non sia meglio scommettere sulla ripresa economica europea e mondiale, ad esempio attraverso qualche ETF legato a titoli ad alto rendimento in termini di dividendi come l’iShares STOXX Europe Select Dividend 30. La risposta al momento pare positiva.

Luca Spoldi
 

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