Si aprono ufficialmente i cantieri per la dismissione di una quota del capitale di Poste Italiane destinata al mercato e in parte anche agli oltre 144 mila dipendenti del gruppo, sul modello tedesco di compartecipazione alla gestione societaria. E’ questo il senso dell’incontro di ieri tra i vertici aziendali e quelli del governo. Erano presenti l’ad Massimo Sarmi, il vice-ministro dello Sviluppo, Antonino Catricalà, un rappresentante di Agcom, l’authority di controllo, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Filippo Patroni Griffi e il Ragioniere dello Stato, Daniele Franco.

Dovrebbe essere resa esecutiva la decisione già annunciata dal governo di quotare il 30-40%. Di questo ammontare, il 50-60% dovrebbe andare agli investitori istituzionali, il 2-5% ai dipendenti a titolo gratuito e il restante al canale retail. I dipendenti non solo parteciperanno alla privatizzazione, possedendo una quota non indifferente del capitale di Poste, ma al contempo potrebbero ottenere un loro rappresentante nel board, un pò sul modello tedesco. E tenendo presente che il 51% dei dipendenti delle Poste è iscritto alla Cisl, il sindacato guidato da Raffaele Bonanni potrebbe entrare nel cda.

La quota da offrire in sottoscrizione potrebbe valere 3-4 miliardi di euro. Infatti, nel 2010, all’epoca in cui la Cdp uscì dal capitale con uno swap azionario del 35% in favore del Tesoro (che da allora controlla Poste al 100%), Deutsche Bank aveva valutato l’intero capitale di Poste sui 10 miliardi di euro, anche se da allora mancano dati aggiornati.

Altro argomento non meno importante e oggetto dell’incontro di ieri è stato il rinnovo triennale dell’accordo con la Cdp, scaduto lo scorso 31 dicembre. La Cdp gestisce per Poste il risparmio raccolto, ma nel caso di privatizzazione, tale rapporto potrebbe assumere una natura prettamente contrattuale ed essere allungato a 5 anni. In più, bisognerebbe risolvere prima anche la questione dei crediti con lo stato, che varrebbero 2 miliardi.

A questo punto, dovrebbe essere abbandonato del tutto il progetto di Sarmi di separare e quotare parzialmente e separatamente Bancoposta e Poste Vita, che oggi sono business unit a tutti gli effetti, ma che scorporati dal resto della società ne abbasserebbero il valor

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Si aprono ufficialmente i cantieri per la dismissione di una quota del capitale di Poste Italiane destinata al mercato e in parte anche agli oltre 144 mila dipendenti del gruppo, sul modello tedesco di compartecipazione alla gestione societaria. E’ questo il senso dell’incontro di ieri tra i vertici aziendali e quelli del governo. Erano presenti l’ad Massimo Sarmi, il vice-ministro dello Sviluppo, Antonino Catricalà, un rappresentante di Agcom, l’authority di controllo, il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Filippo Patroni Griffi e il Ragioniere dello Stato, Daniele Franco.

Dovrebbe essere resa esecutiva la decisione già annunciata dal governo di quotare il 30-40%. Di questo ammontare, il 50-60% dovrebbe andare agli investitori istituzionali, il 2-5% ai dipendenti a titolo gratuito e il restante al canale retail. I dipendenti non solo parteciperanno alla privatizzazione, possedendo una quota non indifferente del capitale di Poste, ma al contempo potrebbero ottenere un loro rappresentante nel board, un pò sul modello tedesco. E tenendo presente che il 51% dei dipendenti delle Poste è iscritto alla Cisl, il sindacato guidato da Raffaele Bonanni potrebbe entrare nel cda.

La quota da offrire in sottoscrizione potrebbe valere 3-4 miliardi di euro. Infatti, nel 2010, all’epoca in cui la Cdp uscì dal capitale con uno swap azionario del 35% in favore del Tesoro (che da allora controlla Poste al 100%), Deutsche Bank aveva valutato l’intero capitale di Poste sui 10 miliardi di euro, anche se da allora mancano dati aggiornati.

Altro argomento non meno importante e oggetto dell’incontro di ieri è stato il rinnovo triennale dell’accordo con la Cdp, scaduto lo scorso 31 dicembre. La Cdp gestisce per Poste il risparmio raccolto, ma nel caso di privatizzazione, tale rapporto potrebbe assumere una natura prettamente contrattuale ed essere allungato a 5 anni. In più, bisognerebbe risolvere prima anche la questione dei crediti con lo stato, che varrebbero 2 miliardi.

A questo punto, dovrebbe essere abbandonato del tutto il progetto di Sarmi di separare e quotare parzialmente e separatamente Bancoposta e Poste Vita, che oggi sono business unit a tutti gli effetti, ma che scorporati dal resto della società ne abbasserebbero il valor

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