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Privatizzazioni mancanti o gonfiate e vendita di caserme: le bugie dei partiti

Potrebbero servire a ridurre il debito pubblico e reperire risorse, ma le privatizzazioni sembrano diventate un tabù per quasi tutti i partiti politici

Privatizzazioni mancanti o gonfiate e vendita di caserme: le bugie dei partiti

L’avanzata del populismo in Italia trova riscontro nell’assenza di riferimenti, in campagna elettorale, al tema delle privatizzazioni ed anzi in un diffuso giudizio negativo di quanto finora è stato compiuto, con l’implicita o esplicita affermazione che Ferrovie Italiane e Poste Italiane non si toccano e che per ridurre il debito pubblico italiano basterebbe vendere altre caserme e poco più.

Ma con un debito pubblico che resta superiore al 130% del Pil ovvero a 2.275 miliardi di euro (a fine novembre) nonostante un Pil finalmente in ripresa e tassi d’interesse che restano sotto lo zero sino a scadenze di 2 anni (ma sono ormai stabilmente sopra il 2% sui Btp a 10 anni) grazie anche alle misure straordinarie varate dalla Bce, che però si approssimano a fine corsa, i contribuenti ed elettori italiani dovrebbero prestare attenzione.

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Il momento per ridurre il debito, anche per avere risorse da spendere ad esempio per una riforma dei sostegni al reddito o per incentivare l’innovazione e la trasformazione del tessuto imprenditoriale italiano, è infatti questo e dato che dalle privatizzazioni, solo nel biennio 2015-2016, si sono ricavati 6 miliardi (senza considerare i 950 milioni incassati dalla cessione di Grandi Stazioni e i 300 milioni da quella di Rai Way) e che dal collocamento di quote attorno al 30% dell’alta velocità di Trenitalia e di Poste Italiane si stima si potrebbero incassare 5-6 miliardi ciascuno, le privatizzazioni dovrebbero essere un tema centrale di ogni dibattito politico, assieme alla riduzione ed efficientamento della spesa pubblica.

Invece scorrendo tra i programmi politici presentati solo Forza Italia si schiera a favore delle privatizzazioni, da cui punta a generare 5 punti percentuali di Pil, ossia 75 miliardi di euro, una cifra che equivale a quasi 5 volte quella che si potrebbe incassare (mercati permettendo) varando entrambi i collocamenti sopra ricordati. Un obiettivo sfidante, tanto più essendo annunciato dallo stesso partito che negli ultimi anni si è detto contrario alle liberalizzazioni “selvagge” di settori (“strategici”?) come gli stabilimenti balneari e il trasporto pubblico (taxi), proponendo la non applicazione per tali attività della direttiva Bolkestein.

Grasso Renzi 2
 

Da parte sua il PD parla di un piano di cessioni sull’arco del prossimo decennio di quote di società pubbliche dal quale si vorrebbe ricavare sino al 2%-4% del Pil (dunque tra i 30 e i 60 miliardi di euro), ma l’ex premier Matteo Renzi si è già detto contrario a ogni ulteriore privatizzazione di aziende pubbliche, preferendo procedere con la vendita di ulteriori immobili del Demanio. Considerato che dal 2003 a oggi la percentuale di immobili effettivamente venduti tra quelli posti in vendita è crollata dal 60% iniziale a meno del 17% e che nonostante reiterate promesse da parte dei vari governi, tra il 2009 e il 2014 si sono incassati solo 660 milioni di euro (con una media di poco superiore ai 130 milioni di euro l’anno), forse sarebbe il caso di non illudersi troppo.

Apertamente contrari alle privatizzazioni sono poi il Movimento 5 Stelle, che parla di esigenza di una politica industriale in settori che possono fare da moltiplicatori del Pil, la Lega Nord, che vorrebbe una gestione “privatistica” di aziende pubbliche ma rifiuta le privatizzazioni perché avrebbero determinato unicamente “l’arricchimento di pochi” e nessun beneficio alla collettività, e Liberi e Uguali, che non creda nell’efficacia delle privatizzazioni e vorrebbe il varo di una politica industriale che, di fatto, è assente in Italia da decenni.

berlusconi salvini ape
 

Tutto molto bello, almeno secondo la teoria (keynesiana): peccato che anche la teoria di Keynes preveda una serie di condizioni perché la spesa pubblica possa produrre più ricchezza che debito, condizioni che, semplicemente, al momento non esistono in Italia. Per la precisione l’economista britannico parlava di moltiplicatore della spesa pubblica da applicare come “extrema ratio” in condizione di trappola della liquidità, ossia di profonda depressione economica accompagnata a una profonda deflazione dei prezzi.

Per lo stesso Keynes quando un paese cresce, anche se di poco (come nel caso italiano) e non è in deflazione pesante (l’inflazione a fine gennaio era stimata pari allo 0,8% annuo dall’Istat) il moltiplicatore vale meno di 1, ossia per ogni euro “investito” in spesa pubblica (dunque di maggior debito pubblico) si otterrà un incremento del Pil inferiore a un euro. Cosa che farà ulteriormente peggiorare il rapporto debito/Pil, allontanandolo dall’obiettivo del 60% previsto dal Fiscal Compact europeo approvato nel 2012 anche dall’Italia (che inserì la clausola del pareggio di bilancio nella sua Costituzione, come modifica dell’articolo 81).

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Non si potrebbe risolvere il problema stracciando il Fiscal Compact? Al di là di ogni considerazione giuridica, si tratta solo di teorie: nel 2012 un’analisi di Olivier Blanchard, capo economista del Fmi, “nemico giurato” dell’austerity di stampo tedesco, ha confermato che solo due paesi avevano un moltiplicatore superiore ad 1, proprio perché si trovavano nelle condizioni sopra ricordate. Insomma: la crescita a debito non funziona, miracolose vendite di caserme e immobili di stato neppure, ma la politica continua a tenersi strette e care le sue caste e clientele cercando di non aprire l’economia italiana, sulla quale la spesa pubblica già ora pesa più del 50%, alla faccia del “liberismo selvaggio”.

Luca Spoldi