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Economia
"Quota 100? 100 mila giovani assunti". Ma Salvini ne prometteva un milione

L’Ocse chiede all’Italia una “razionalizzazione” della spesa pubblica e la cancellazione di “quota 100” per quanto riguarda le pensioni, misura che per Matteo Salvini va invece salvata perché ha favorito il ricambio generazionale e creato posti di lavoro. Chi ha ragione? Guardiamo ai numeri: all’11 novembre scorso, come ha fatto sapere l’Inps, erano 201.022 le domande presentate in tutta Italia per accedere all’opzione “quota 100”. Di queste oltre 71.600 sono state presentate da lavoratori dipendenti privati, mentre quasi 61.600 sono state presentate da dipendenti pubblici (con artigiani e commercianti che avevano presentato rispettivamente circa 18.700 e 18.200 domande).

Per fascia d’età le domande sono pervenute in maggioranza dai lavoratori tra 63 e 65 anni (quai 84.500 richieste) o da lavoratori fino a 63 anni d’età (oltre 80.200 domande), mentre per sesso è netta la prevalenza maschile (oltre 186.200 richieste). Ancora questa primavera Giuseppe Conte e l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini si mostravano molto fiduciosi sulla capacità della misura di innescare un importante ricambio generazionale del mercato del lavoro italiano.

Conte affermava che “nel 2019 per un lavoratore che andrà in pensione con questa riforma ne verranno occupati 2-3”, mentre Salvini faceva tornare alla memoria il Berlusconi dei tempi d’oro assicurando di ritenere che “il diritto alla pensione per un milione di italiani possa trasformarsi in diritto al lavoro per un altro milione di italiani”. Stima che oggi, parlando a Uno Mattina, il leader leghista ha prudentemente ridotto a un decimo, parlando di “un ricambio generazionale che permette l’assunzione di 100 mila giovani” ed evitando di confrontarlo col numero di coloro che vanno in pensione grazie a quota 100.

Salvini
Salvini mostra la slide con "un milione di lavoratori in più" associati all'introduzione di Quota 100

C’è un motivo se Salvini ha fatto, nel modo più quieto possibile, retromarcia. Se fossero state corrette le previsioni della scorsa primavera, oggi dovremmo parlare di 400-600 mila posti di lavoro creati da coloro che stanno andando in pensione e ciò renderebbe possibile raggiungere il “bersaglio grosso” di un milione di rinnovati posti di lavoro.

Ma già a inizio novembre l’Istat ha mostrato un quadro della situazione molto diverso: “Dopo la crescita dell’occupazione registrata nel primo semestre dell’anno e il picco raggiunto a giugno, a partire da luglio i livelli occupazionali risultano in lieve ma costante calo, con la perdita di 60mila occupati tra luglio e settembre” ed un tasso di occupazione stabile al 59,1%, ha infatti reso noto l’istituto statistico.

Non solo: se si guarda alla serie storica dei valori assoluti, si scopre che rispetto ai 23,227 milioni di occupati esistenti in Italia a fine 2018, a fine settembre se ne contavano 23,357 milioni, ossia che l’incremento è stato di sole 130 unità, mentre la forza lavoro è rimasta sostanzialmente stabile, passando da 25,92 milioni a 25,908 milioni.

Ricapitolando: a fronte di oltre 201 mila domande presentate per accedere a “quota 100”, i posti di lavoro già “creati” sono pari a 130 mila unità e non è detto che siano tutti direttamente collegati al rimpiazzo di lavoratori andati anticipatamente in pensione con nuovo personale.

Il che per una misura destinata a costare dai 5 ai 9 miliardi di euro l’anno a regime e a interessare solo chi ha avuto carriere lunghe, non discontinue e completamente coperte da contributi (evento che statisticamente riguarda più il Nord che non il Sud Italia e non è un caso), non pare un grade risultato. Soprattutto pare un risultato molto utile per un partito come la Lega e il suo elettorato tradizionale, molto meno per l’intero Paese. Ma tant’è.

Luca Spoldi

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