Non si può dire che Matteo Renzi non sappia prendere impegni: il suo governo del resto è nato con l’obiettivo di “svecchiare” l’Italia, la sua amministrazione pubblica, la sua economia, per recuperare quelle posizioni che la crisi economica mondiale del 2008-2009 e la successiva “cura letale” a colpi di austerity “senza se e senza ma” ci ha fatto perdere. Ma quante di queste promesse si sono già tradotte in impegni concreti, e quali risultati si sono finora notati, e quante sono rimaste sulla carta o ancora non hanno prodotto effetti apprezzabili? L’attenzione dei media si è incentrata per mesi sulla riforma costituzionale/elettorale che, in teoria, si sarebbe dovuta “incardinare” entro la fine del semestre italiano di presidenza Ue.
Il semestre è terminato, senza particolari risultati e l’Italicum è stato approvato il 27 gennaio al Senato con delle modifiche rispetto al testo che era stato già votato alla Camera; la riforma elettorale dovrà tornare alla Camera il prossimo 27 aprile per l’approvazione definitiva (salvo che non emergano ulteriori modifiche che richiedano un altro passaggio al Senato). Con la riforma del lavoro siamo più avanti: il Jobs Act è legge, i decreti attuativi (su salario minimo, contratto a tutele crescenti, articolo 18, mansioni flessibili, riforma dell’Aspi, della cassa integrazione, l’estensione della tutela della maternità e il rafforzamento dell’agenzia per l’occupazione) sono stati varati giusto un mese fa, ma proprio per questo gli effetti tangibili, nonostante l’entusiasmo del governo in merito, si potranno valutare solo tra alcuni mesi, verosimilmente a partire da giugno secondo le previsioni del Centro studi di Unimpresa, che pure stima in circa 250 mila nuove assunzioni quelle che entro fine anno potrebbero essere registrate grazie alla nuove norme. Unimpresa (e non solo) precisa peraltro che non si tratterà al 100% di “nuova occupazione” perché una parte di tali assunzioni sarà una stabilizzazione dei precari o l’emersione di forme di occupazione irregolare.
Nel frattempo, a febbraio la disoccupazione è risalita al 12,7%, mentre gli occupati sono diminuiti di 44.000 unità rispetto a gennaio, con un calo che ha colpito i particolare le donne (-42.000 occupate su gennaio) e i giovani nella fascia tra i 15 e i 24 anni (-34.00 occupati) mentre per gli uomini nel complesso l’occupazione si è mantenuta stabile sul mese aumentando di 95.000 unità rispetto a febbraio 2014. Una doccia fredda che probabilmente è alla base della decisione di confermare nel Def la previsione “prudenziale” di una crescita del Pil dello 0,7% per quest’anno, nonostante un certo ottimismo emerso da parte di altri centri studi dopo l’avvio del quantitative easing della Bce e il varo del Jobs Act stesso, da Confindustria (che parla di una crescita del 2,1% nel 2015 e di un aggiuntivo +2,5% nel 2016) a Banca d’Italia (che a fronte di una previsione ufficiale dello 0,4% di crescita del Pil nel 2015 “ante” quantitative easing, ora parla, per bocca del suo vice direttore generale, Fabio Panetta, di una crescita nei prossimi mesi “significativamente superiore” alle attese, pur a fronte di un quadro macroeconomico che “resta fragile”).
Per il momento comunque la Commissione Ue non cambia idea e si attende una crescita dello 0,6% quest’anno e dell’1,3% l’anno venturo e già qualcuno fa notare malignamente che Enrico Letta è “andato a casa” nonostante prevedesse un incremento del Pil dell’1% nel 2014 (che in realtà si è contratto dello 0,5%) e che lo stesso Renzi un anno fa nel Def aveva indicato una crescita dello 0,8% per il 2014 e dell’1,3% per il 2015, per poi accorgersi dopo l’estate che sarebbe stato “molto difficile” rispettare le promesse, come infatti è stato. Qualcuno potrebbe, a ragione, sostenere che per rilanciare la crescita in un paese come l’Italia in cui il peso del settore pubblico è superiore al 50% del Pil, una riforma della Pubblica amministrazione è condizione necessaria (ma non sufficiente) per non dover ogni anno correggere al ribasso, a consuntivo, i numeri forniti in sede di stima. Su questo fronte il governo è in ritardo di circa un anno dato che la riforma (“ddl Madia”), che avrebbe dovuto essere varata nell’aprile del 2014, ha in realtà iniziato il suo iter solo dopo l’estate ed in questi giorni ha ottenuto il primo via libera dalla commissione Affari costituzionali del Senato che ne ha concluso l’esame e approvato il testo, in larga parte rivisto, dopo sette mesi di lavoro.
Ora però il ddl Madia dovrà approvare la discussione in aula per poi sbarcare alla Camera e l’approvazione non è così scontata, stante le inevitabili resistenze su punti come il superamento degli automatismi nei percorsi di carriera o la sostanziale licenziabilità dei dirigenti rimasti privi di incarichi (sia pure dopo un periodo di “disponibilità” ad altri incarichi). Sulla riforma del fisco, varata nel maggio dello scorso anno, siamo ugualmente al nulla di fatto o quasi: appena il 15% della delega è stata attuata dopo lo stop al decreto di Natale “sospeso” perché contenente la controversa norma “del 3%” che fissava tale soglia come rilevante per valutare o meno il reato di falso in bilancio e quindi di evasione fiscale.
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Sospettata a torto o a ragione di essere il prezzo pattuito dal “patto del Nazareno” per l’elezione in tempi rapidi del nuovo Presidente della Repubblica, la norma “salva-Mediaset” avrebbe dovuto essere rivista entro lo scorso 20 febbraio, quando Renzi aveva preannunciato l’attuazione di “tutta la riforma fiscale”. Il calendario, crudele, continua a segnalare che la data è passata ma l’attuazione non si è vista. In compenso il decreto sul “bonus Irpef” (i famosi 80 euro in più per i lavoratori dipendenti) è stato convertito in legge lo scorso giugno, ma non sembra aver ancora prodotto alcun apprezzabile cambiamento nella propensione alla spesa degli italiani, che pure con la rimodulazione della tassa su “rendite finanziarie”, aumentata dal 20% al 26%, hanno contemporaneamente visto un’aggressione al risparmio, anche previdenziale, che non ha precedenti nella storia recente, con la scusa di “incentivare” investimenti e consumi (disincentivando fiscalmente il risparmio). Infine, il piano per l’edilizia scolastica ha visto stanziati 1,1 miliardi per il biennio 2014-2015 e a breve il Ministero dell’istruzione università e ricerca (Miur) dovrebbe presentare l’Anagrafe dell’edilizia Scolastica, così da avere per la prima volta in Italia una vera e propria “fotografia” completa degli edifici scolastici, molti dei quali più che di banda larga e wi-fi free continuano ad aver bisogno di tetti che non perdano, impianti di riscaldamento funzionanti e infissi a prova di spiffero, quanto meno.
Qualche risultato migliore è stato ottenuto sul fronte dello sblocco di 68 miliardi di pagamenti arretrati della Pa: a fine gennaio risultava secondo i dati del Tesoro il pagamento di 36,5 miliardi complessivi (su 42,8 miliardi resi disponibili agli enti debitori), il che significa, al netto di 22,8 miliardi di arretrati già saldati dai governi Monti e Letta, ulteriori 13,7 miliardi pagati. Sul fronte della “spending review” la Legge di Stabilità prevede per il 2015 3 miliardi di euro di risparmi, destinati a raddoppiare nel 2016, contro i 16 miliardi previsti da Carlo Cottarelli “a regime” per il 2016. I 10 miliardi di differenza dovranno essere dunque recuperati con la solita “manovra” d’autunno, pena l’entrata in vigore della “clausola di garanzia” prevista appunto in caso di mancato raggiungimento della spending review dell’era Letta, consistente nel (nuovo) rincaro dell’Iva di 2 punti percentuali (dal 22% al 24%) dal primo gennaio del prossimo anno, aumento che tutto farebbe meno che incentivare consumi e ripresa.
Tra gli altri provvedimenti “in ritardo” meritano infine una citazione le privatizzazioni: dopo la quotazione di quote di minoranza di Fincantieri (il 27,5% ha fruttato 350 milioni di euro) e Rai Way (il 35% ha fatto incassare 280 milioni), oltre alla cessione del 35% di Cdp Reti (che controlla Snam e Terna) ai cinesi di Shanghai Electric Corporation per 2,1 miliardi, quest’anno dovrebbe toccare a Poste, Enav e Ferrovie e il ministro Pier Carlo Padoan a fine 2014 aveva dato una prima indicazione di massima delle quote che si pensavano cedibili: “presumibilmente si tratterà del 40% di Poste, del 49% di Enav e di una partecipazione non lontana dal 40% di Fs” aveva anticipato il ministro. Nei documenti inviati a Bruxelles in occasione dell’esame della Legge di Stabilità 2015 il governo ha poi confermato le previsioni per Enav e Poste (aggiungendo che si sarebbe potuto cedere un ulteriore 5% di Enel), ma ha fatto slittare all’anno venturo ogni privatizzazione delle Ferrovie. Ai primi di marzo con un collocamento lampo sono poi stati ceduti 540 milioni di azioni Enel, pari al 5,7% del capitale dell’ex monopolista elettrico, per un incasso di circa 2,2 miliardi. Si può dunque dire che Matteo Renzi prometta molto, mantenga poco e tenda a cambiare spesso idea rispetto agli obiettivi inizialmente annunciati: pragmatismo dovuto alle difficoltà che il cambiamento incontra in Parlamento e nel Paese o inevitabile accettazione dello “spread” tra sogni e realtà?
Luca Spoldi


