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Economia

Di Giuseppe Guzzetti*

Rispetto all’inizio del 2008, la capacità economica italiana risulta ridotta di quasi 9 punti percentuali, tre volte la contrazione registrata in media dall’area Euro, per non citare il caso della Germania che ha già completato interamente il recupero… Soprattutto in Italia dobbiamo puntare ben più in alto di una correzione congiunturale di alcuni indicatori. In questi cinque anni il nostro Paese ha registrato una riduzione di oltre un quarto del flusso annuo di investimenti: una contrazione superiore di un terzo a quella (già molto grave) sperimentata dall’eurozona. Ne è risultata indebolita la capacità di successo delle imprese. Rilevante è stato anche il depauperamento subito dalla dotazione di infrastrutture: sono mancati tanto l’aggiornamento e il potenziamento delle reti esistenti quanto l’avvio di quelle che sono la base per un salto tecnologico di ogni sistema produttivo.

Per quanto riguarda il sostegno alle imprese, importanti passi in avanti sono stati già compiuti. Ad esempio, è ormai consolidato il ruolo svolto dal Fondo di Garanzia per le Pmi insediato presso il Ministero dello Sviluppo Economico… Altrettanto rilevante è l’attività della Cassa Depositi e Prestiti a supporto dei processi di internazionalizzazione e delle esportazioni. Interessante è l’esperienza dei cosiddetti mini-bond, che mira a facilitare l’accesso al mercato del debito anche alle imprese di minore dimensione. Né secondaria è la soluzione del problema dei ritardati pagamenti della PA, da rimuovere per restituire normalità e capacità competitiva al nostro sistema economico. Possiamo dire che oggi il problema è stato aggredito con decisione; siamo solo all’inizio, occorre che la PA esaurisca in tempi rapidi i suoi debiti. Questo elenco è ben più lungo, includendo tra l’altro l’accordo tra l’Abi e le associazioni imprenditoriali che rimodula le scadenze dei rimborsi, accrescendo temporaneamente le disponibilità liquide delle imprese. Nessuna di queste iniziative è di per sé decisiva. Tuttavia il loro sviluppo è importante perché rende più articolata l’offerta finanziaria a disposizione delle imprese, una circostanza sicuramente preziosa in fasi congiunturali così sfavorevoli come l’attuale. Aggiungo che un contributo di maggior serenità per le banche in merito al rispetto dei parametri di Basilea 3, e dunque alla possibilità di aumentare le quote di credito alle imprese, potrebbe arrivare anche dalla rivalutazione delle quote della Banca d’Italia, cosa della quale deriverebbero vantaggi anche alla finanza pubblica.

In merito al potenziamento delle reti infrastrutturali …tra le poche carte a disposizione c’è la Cassa Depositi e Prestiti, una realtà che dieci anni fa le Fondazioni di origine bancaria decisero collettivamente di potenziare con un rilevante investimento. Oggi esse sono titolari di circa un quinto del capitale della Cdp. Considerata nella sua attuale conformazione (includendo cioè anche Sace, Simest e Fintecna, acquisite lo scorso anno), nel triennio 2010 – 2012 la Cdp ha immesso nell’economia risorse per 70 miliardi di euro. Il piano industriale appena approvato prevede che nel triennio 2013–15 le risorse mobilitate possano salire a 74-80 miliardi, fino a sfiorare i 100 miliardi di euro con alcuni ritocchi alla normativa vigente volti ad attribuire alla Cassa un regime non troppo diverso da quello di cui godono le sue consorelle tedesca e francese. Si tratta di importi che assommano ad alcuni punti di Pil e realizzano un apprezzabile effetto in chiave anticiclica.

Il cambiamento di Cdp da istituto dedicato esclusivamente a erogare mutui agli Enti pubblici a strumento di promozione dello sviluppo del Paese, con il sostegno all’economia reale (famiglie e imprese), ha consentito, con un ridotto impiego di risorse proprie e con la partecipazione di banche, di casse di previdenza dei professionisti, di Fondazioni di origine bancaria, di dare vita a fondi per l’housing sociale, al Fondo per le piccole e medie imprese e al Fondo strategico italiano. Tale cambiamento è avvenuto a seguito di un approfondito confronto promosso dalle Fondazioni, dopo essere diventate azioniste di Cdp… (la Cdp) pur rimanendo sotto il controllo pubblico, da un decennio è un’istituzione di diritto privato. È quindi, un operatore di mercato e come tale è impegnato a remunerare il suo patrimonio, obiettivo finora conseguito in misura soddisfacente. Nell’insieme, quindi, ne deriva un profilo di attività in cui, in una prospettiva di lungo termine, l’interesse pubblico viene perseguito secondo una logica imprenditoriale. L’apprezzamento di questo ruolo e la fiducia nei suoi attuali vertici è la motivazione forte che ha spinto e spinge le Fondazioni di origine bancaria a stare nella Cdp e a sostenerne in modo convinto l’attività.

Le Fondazioni di origine bancaria sono azioniste delle banche per ragioni storiche: non è stata una scelta, ma ritengo che non sia neanche un demerito. Negli anni Novanta, e ancora nel decennio scorso, hanno contribuito al riassetto e alla ristrutturazione del sistema bancario nazionale, quello che era definito una foresta pietrificata e che mancava assolutamente di competitività, essendo costoso e segmentato territorialmente…. Con l’apporto delle Fondazioni il sistema bancario si è profondamente trasformato: l’originario immobilismo è stato rimosso e il modello applicato in Italia è oggetto di studio anche in altri paesi che si trovano nella nostra situazione di partenza. Nei gruppi bancari le Fondazioni sono investitori finanziari di minoranza e di lunga durata.
 

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