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Economia

di Gianfelice Rocca

Autorità, cari Colleghi, rappresentanti del sindacato, del mondo dell’Università, della Scuola e della società civile,
nell’assumere questo incarico che mi è stato affidato, sento una grande responsabilità. Non sono tempi facili. Vorrei condividere con Voi le ragioni che mi hanno indotto a questo passo.

Nel 1945 Agostino Rocca lasciava l’Italia per fondare la Techint. Lo seguirono nel tempo molti collaboratori di origine italiana, tra i quali mio padre Roberto. Il Gruppo andava poi espandendosi enormemente. Ma sempre ho percepito, nei tanti collaboratori italiani, l’orgoglio per i successi dell’Italia, che anno dopo anno scalava le classifiche dell’economia mondiale. Sino a divenirne la quinta potenza industriale. Questo orgoglio dava loro fiducia e dava al nostro Gruppo maggiore forza e credibilità.

Oggi la situazione è cambiata. L’Italia si è fermata, anzi declina. La sua immagine di successo si è appannata. Le nostre debolezze politiche e istituzionali sono oggetto di critica, quando non d’ironia. I nostri prodotti scontano un crescente svantaggio d’immagine rispetto a quelli tedeschi. Siamo il fanalino di coda per l’attrazione di investimenti esteri.

Per tutti noi che lavoriamo prevalentemente all’estero, per noi che conosciamo la forza, la capacità e lo spirito vero degli italiani, questa situazione genera amarezza. Ma anche un senso di rivolta, un richiamo a cercare di fare qualcosa per un Paese eccezionale in molti aspetti, anche se autodistruttivo in altri.

Nel nostro lavoro abbiamo incontrato centinaia di piccoli imprenditori e artigiani. Ne conosciamo lo spirito d’iniziativa, la passione per il lavoro, i legami di amicizia che li legano ai propri collaboratori. Questa è una forza alla quale non possiamo rinunciare. Ma che oggi è in grande difficoltà e ha bisogno di aiuto e ascolto per evolvere, per adattarsi a un’economia globale che è profondamente cambiata. Anche da loro arriva una forte chiamata all’impegno. Ho avvertito questo stesso desiderio d’impegno e riscossa in tanti imprenditori e manager di successo che hanno accettato di entrare nella mia squadra. Una squadra forte, che condivide una convinzione. Lo sforzo di tenere Milano e la Regione che la circonda in competizione con le migliori città europee rappresenta il miglior contributo che possiamo dare al nostro Paese.

I nomi della squadra di Presidenza saranno ufficiali dopo l’approvazione della Giunta del 17 Giugno. Credo che la loro disponibilità, pur essendo fortemente impegnati nelle loro aziende, darà il segno del desiderio di riscossa che sentiamo in tanti. Perché questa riscossa si realizzi, è essenziale che la politica dia al Paese prove concrete di impegnarsi in riforme che sono di assoluta urgenza. Lo sforzo di governo deve essere rapidamente capace di risultati concreti. Compito dei partiti è raccogliere consensi per sostenere i governi, non dare voce a spinte populiste per minarli. Altrimenti, il senso di incertezza generato dai comportamenti della politica diventa un grave freno alla ripresa.

Il governo guidato da Mario Monti ha lasciato in eredità numerosi provvedimenti positivi. Per molti di essi bisogna continuare ad approvare i provvedimenti attuativi, come nel caso delle infrastrutture, dei mini bonds e project bonds, delle misure a favore delle start up, dell'orizzonte Ricerca 2020. Cari colleghi, la nostra stella polare, la nostra mission, è operare perché questa città e questa nostra Regione siano una delle aree più vitali e attrattive in Europa, un'area nella quale le imprese che vi operano abbiano successo nel mondo e creino qui occupazione di qualità.

La competizione globale è sempre più fra grandi aree metropolitane che si allargano a una grande area regionale, in un mix di manifatturiero e terziario, università e centri di ricerca, cultura e design, aree metropolitane che si proiettano nel mondo. Si proiettano nel mondo, voglio porre l’accento su questo. Non esiste sviluppo e benessere pensando di chiudersi su se stessi. Non vi è contrasto fra il successo delle grandi aree regionali e il successo dei Paesi nel loro insieme. L’Europa è il nostro faro ma, senza profonde riforme istituzionali, può divenire una trappola. La crisi Europea è crisi costituzionale. Cari colleghi, da convinto europeista sono purtroppo persuaso che l’adozione della moneta unica da parte di Paesi con economie reali e con tradizioni e strutture economiche così diverse sia stato un atto temerario. Sono mancate immediate misure successive per garantire la convergenza delle economie reali, nel fisco, nel welfare, nelle regole del mercato del lavoro.

Già in alcuni Paesi, nel passato, Argentina e Messico ad esempio, si è pensato che rinunciando alla propria moneta si sarebbe creato un virtuoso vincolo esterno che avrebbe fatto progredire il Paese. Purtroppo la storia ci insegna che le divergenze economiche sono frutto di storie sociali profondamente radicate, che non si modificano in breve tempo.

Rinunciando alla moneta si rinuncia al più potente strumento di convergenza competitiva fra le Nazioni quando le divergenze economiche diventano insostenibili. Inconsapevolmente abbiamo trasformato il nostro debito in debito estero, in una valuta, quella europea, che non controlliamo. La Banca Centrale Europea, grazie allo sforzo di Mario Draghi, è riuscita per il momento ad abbassare la tensione sui mercati. Ma ora si trova nel ruolo quasi impossibile di sviluppare politiche monetarie adatte sia a Paesi in piena occupazione, i Paesi del Nord Europa, sia a Paesi con il 27% di disoccupazione e più, come Spagna e Grecia.

L’Europa si muove su una strada stretta fra una drammatica rottura dell’Eurozona o l’asfissia dei Paesi periferici. Possiamo ottenere qualche allentamento del vincolo del 3%, qualche segno di parziale mutualizzazione del nostro debito. Ma non illudiamoci, questo avverrà solo se sapremo dimostrare che riusciamo a riformarci e migliorare la nostra competitività. Dobbiamo agire in fretta. La lentezza in questo contesto crea danni permanenti, che non sarà poi possibile recuperare. Il destino è nelle nostre mani.

Sta a noi riuscire a recuperare competitività industriale e sobrietà pubblica. Partiti, Istituzioni, Sindacati, le stesse Associazioni del mondo imprenditoriale sembrano congelate, incapaci di cambiare. La nostra Organizzazione per prima deve attrezzarsi energicamente, deve agire  a battistrada per innovazione e crescita, alla testa del profondo cambiamento che è necessario all'Italia.

Ribadisco: la soluzione può venire solo da noi, dal nostro impegno, dalla nostra coesione, dalla nostra capacità.
Cari colleghi, i numeri disegnano un quadro difficile, che viene da lontano e che poi è precipitato dopo la crisi del 2008. Riprendendo una frase di Warren Buffet, “quando scende la marea si vede chi nuotava nudo”. E noi nuotavamo progressivamente sempre più nudi.

La crescita media annua del Pil era superiore al 3% negli anni Sessanta e Settanta. È scesa al 2.4% negli anni Ottanta, all' 1.4% negli anni Novanta, allo 0.7% tra 2001 e 2007. Ciò ha comportato una marcata decrescita progressiva del Pil pro capite.

Non abbiamo voluto guardare in faccia la realtà, la progressiva perdita di competitività in un mondo sempre più competitivo per l’incrociarsi della globalizzazione, della rivoluzione tecnologica e informatica, della demografia. L’enorme crescita mondiale - il PIL mondiale è raddoppiato negli ultimi vent’anni - ha coperto le debolezze della nostra economia. Ma dal 2008 la crescita mondiale è rallentata e le conseguenze sulla nostra economia sono state devastanti.Il PIL italiano è sceso dell'8%, la produzione industriale del 27%, la disoccupazione è salita dal 6.1% al 12.8%, quella giovanile dal 22% al 41%.

Questo peggioramento, seppur in minor misura, ha interessato anche le Regioni settentrionali e la Lombardia. Un solo dato: negli ultimi anni abbiamo perso più del 10% del reddito pro capite rispetto alla media europea. Esiste una questione settentrionale, come è stato recentemente ricordato. Dall’entrata nell’Euro la nostra competitività, misurata come Costo del Lavoro per Unità di Prodotto, il CLUP, è peggiorata del 30% rispetto alla Germania. In moneta unica, è come se i tedeschi avessero svalutato della stessa percentuale. E non a caso la nostra quota di
mercato in Europa è andata deteriorandosi.

Nel quadro generale negativo emerge però la vitalità dell’export, che è riuscito a recuperare sui mercati più lontani parte delle quote perse. In questo 2013 stiamo procedendo verso i 500 miliardi di Euro, superando i massimi pre crisi. Siamo ai primi posti in molti settori merceologici. Su 5.000 prodotti del commercio mondiale, in 249 siamo primi al mondo. In 1.215 battiamo la Germania, e ciò vale da solo 150 miliardi di dollari. In 2.177 realizziamo un surplus commerciale. Vi sono imprese italiane, grandi, medie e piccole che mostrano una straordinaria vitalità. Vi sono imprese piccole che esportano quote altissime della loro produzione.

Riescono a farlo nonostante le enormi difficoltà, a fare impresa in questo Paese. Le classifiche della Banca Mondiale e del World Economic Forum ci collocano agli ultimi posti in quest’area. Per chi ci guarda da fuori l’economia italiana sembra un’automobile con buoni motori, ma con il freno a mano tirato. I motori possono migliorare. Ma occorre subito abbassare il freno. Nella relazione di Squinzi all’Assemblea di Confindustria del 23 maggio a Roma si sono elencati ancora una volta i lacci e laccioli che frenano le imprese: i pagamenti della Pubblica Amministrazione, il fisco ostile alle imprese e al lavoro, la rigidità del mercato del lavoro, il costo dell'energia, l’ipertrofia legislativa e regolamentare, il credito, la giustizia incerta nei tempi e nei risultati, la confusa articolazione dei poteri dello Stato.

Noi appoggiamo e appoggeremo con forza tutte le iniziative di Confindustria in questi settori, che creano le condizioni minime per liberare le energie delle imprese e attrarre investimenti. A questo proposito, voglio richiamare l'attenzione di Voi tutti su una vicenda di questi ultimi giorni. Mi riferisco al caso ILVA. Uno Stato assente e incapace per anni di svolgere il suo ruolo nella negoziazione  della tutela ambientale, si trasforma ex post in uno Stato punitivo, che porta alla chiusura di pezzi fondamentali dell'industria italiana o, in alternativa, alla loro nazionalizzazione di fatto. Costringendo l'esecutivo a provvedimenti che rischiano di rendere sempre più numerosi esiti analoghi in altri settori. Ciò non avviene in nessun altro Paese. O vi sono risposte istituzionali efficaci, oppure l'immagine di totale incertezza che l'Italia diffonde di sé nel mondo rende proibitivo attirare investimenti esteri, e anche sollecitare quelli nazionali.

Cari colleghi, un tema di grande rilevanza è il pagamento immediato dei debiti commerciali della Pubblica Amministrazione, anche per interrompere la spirale di sfiducia e mancanza di liquidità in cui ci stiamo avvitando. Esistono persino dubbi sulla reale dimensione del debito. Tra il 2001 e il 2011 la Pubblica Amministrazione ha speso ben 18,9 miliardi di euro in nuovo software. È mai possibile che lo Stato non sappia a quanto ammonta il suo debito commerciale? Abbiamo letto stime a fisarmonica. Chi dice 90, chi 100, chi 120, chi addirittura 160 miliardi.

Ancora pochi giorni fa il presidente della Cassa Depositi e Prestiti ha reiterato una proposta che consente, in cambio dell’emissione di una garanzia di Stato, l’anticipo dei pagamenti in tempo rapido, con il vantaggio dell’incasso dell’IVA sui pagamenti. Con questo schema la Spagna ha liquidato 28 miliardi in tre trimestri. Dobbiamo agire subito!

Ma non possiamo chiedere la normalizzazione di pagamenti della Pubblica Amministrazione senza la contestuale normalizzazione dei pagamenti fra privati. In linea con il Prompt Payment Code britannico, proporrò in Assolombarda la sottoscrizione di un accordo volontario, una Green Label per le società che s’impegnano al rispetto dei tempi di pagamento pattuiti e ne riportano il monitoraggio nei bilanci.

La tassazione sulle imprese e sul lavoro ha raggiunto livelli altissimi in questo periodo di crisi. I nostri lavoratori prendono poco in busta e costano molto, con un cuneo fiscale che giunge al 52% del costo lordo. Le imprese milanesi nel picco della crisi, con la riduzione dei risultati, hanno visto il carico fiscale superare il 60% del Risultato Ante Imposte per la forte incidenza dell’Irap. Per il 10% delle imprese il carico fiscale è stato persino superiore al Risultato Ante Imposte. Soffocate da fisco, ritardi di pagamento e burocrazia, scompaiono migliaia di imprese e perdiamo l’energia di migliaia di imprenditori e artigiani. Da inizio 2012 a marzo 2013, nel saldo netto tra iscrizioni e cessazioni sono venute a mancare in Italia oltre 26.000 imprese artigiane e oltre 10.000 piccole imprese non artigiane, tra manifattura e servizi. Non possiamo permettercelo.

Dobbiamo però sapere che non vi sarà alleggerimento fiscale senza agire con decisione su tre fronti: la riduzione della spesa della Pubblica Amministrazione, la lotta all’evasione, la lotta alla corruzione. Dieci anni fa la spesa pubblica al netto degli interessi era al 40% del PIL. Oggi supera il 48%. Dobbiamo impegnarci a ridurla dell'1% di PIL all’anno. In dieci anni torneremo dove eravamo e sappiamo che si può, perché lo abbiamo già sperimentato.

Dal 2008 al 2012 la spesa pubblica corrente al netto degli interessi ha continuato a salire, da 451 a 474 miliardi. E la crescita è avvenuta pur scontando una diminuzione della spesa in conto capitale, del 24,7%! Come possiamo pensare che prosperino le imprese in un Paese che nel corso del decennio ha sottratto all’economia oltre 400 miliardi di surplus primario e contemporaneamente ha accresciuto la spesa pubblica corrente e ridotto gli investimenti? La lotta all’evasione fiscale è fondamentale per evitare che chi è onesto paghi sempre di più e indirettamente faciliti la concorrenza di chi è disonesto.

Dobbiamo augurarci che il governo riesca a condurre con più forza la lotta all'evasione, a cominciare da quelle Regioni che da anni l'Agenzia delle Entrate segnala con medie di evasione IVA superiori al 40% e con punte oltre il 60%. E infine dobbiamo condurre una lotta senza quartiere alla corruzione, che inquina la concorrenza e che, secondo la Corte dei Conti, pesa per 60 miliardi di euro l'anno sui conti nazionali.

Ma, come ho detto precedentemente, dobbiamo occuparci anche dei motori del Paese, i motori che vanno migliorati, e questi sono le imprese e i territori. Abbiamo bisogno di territori che offrano un vitale supporto alla vita dei cittadini e delle imprese, siano promotori di iniziative e di dialogo, attrattivi degli investimenti. Ho sottolineato inizialmente come la nuova competitività globale si articoli nella competizione crescente fra aree territoriali che godono di ampia autonomia.

Qui individuo uno dei maggiori difetti italiani: la confusa articolazione delle responsabilità pubbliche fra governo centrale e governo locale. Ho avuto modo di definirla “autonomia sfiduciata”. Con una mano si dà e con l’altra si toglie, preoccupati del cattivo utilizzo che alcune amministrazioni periferiche fanno dell’autonomia. Burocrazia e costi raddoppiati sono figli di questa sindrome diffusa in ogni area, dall’Istruzione all'Assistenza, dalla Sanità ai trattamenti di Invalidità.

I costi generali delle amministrazioni centrali e locali sono di 40 miliardi in Germania, 38 miliardi in Italia, 23 in Francia. I costi delle amministrazioni locali sono 13 miliardi in Italia contro 5 miliardi in Francia. In sostanza l’Italia paga il doppio prezzo di un’organizzazione apparentemente decentrata ma in realtà fortemente centralista.

In Germania si è provveduto nel 2009 alla revisione delle responsabilità fra Länder e Stato centrale, rafforzando alcune competenze a livello federale ma accrescendo l’autonomia dei Länder in campi come la Sanità e l’Istruzione. Noi dobbiamo rivedere profondamente il Titolo Quinto della Costituzione, ricentralizzando competenze strategiche come quelle in materia di energia e infrastrutture, ma con un decentramento vero come in Germania in materie come Sanità e Istruzione. E inoltre vogliamo utilizzare le possibilità offerte dall’articolo 116 della Costituzione, che prevede per le singole Regioni la possibilità di accordi speciali di autonomia. Vogliamo rimettere al centro di tutto il criterio del costo standard, colpevolmente abbandonato nel 2011.

Dobbiamo arrivare a una chiarezza nella distribuzione delle risorse che consenta di programmare responsabilmente le azioni nelle aree di autonomia. In Germania le Università sono dei Länder e così la Sanità. Il governo federale interviene con incentivi per creare competizione ma si guarda bene dall’intervenire sui diversi modelli organizzativi. Laddove in Italia esistono condizioni di più forte autonomia e Statuti speciali, per esempio nel caso dell'istruzione tecnica in Trentino, si ottengono risultati migliori nei test di valutazione internazionale PISA. Il tema dell’autonomia è tema vitale per il rilancio italiano.

Ma torniamo a noi. Milano è città ideale per lavorare tutti insieme, forze politiche, forze sociali, imprese e università. Qui dobbiamo e possiamo inventare il futuro. Quindici anni fa Milano era al nono posto nella classifica di attrazione di imprese multinazionali e Monaco era all'undicesimo posto. In quindici anni le posizioni si sono invertite. Monaco ha sviluppato una chiara strategia metropolitana, estesa a tutta la Baviera, e lanciato il suo piano "Monaco 2020". Vogliamo recuperare in classifica.

Milano e la Lombardia hanno dimensioni analoghe a Monaco e alla Baviera. Abbiamo le caratteristiche per competere. Milano coi suoi 1,3 milioni di abitanti come Monaco. La Lombardia, con dimensioni economiche e demografiche simili alla Baviera. Milano sede del 40% delle multinazionali presenti nel Paese, fonte del 10% del PIL italiano.

Milano con 7 Università, con 45 facoltà universitarie e 180.000 studenti di cui 8.000 stranieri. Monaco ne ha 70.000, ma ben 11.000 sono stranieri. Milano con 285 centri di ricerca, da cui proviene il 24% dei brevetti italiani. Milano con 5 milioni di presenze agli eventi fieristici, più di Francoforte. Milano manifatturiera, con il 17% della produzione manifatturiera italiana. Milano al centro di una Regione, la Lombardia, che esporta il 40% del suo PIL.

Come la Germania. E più della metà verso Paesi extraeuropei Il nostro impegno è forte e chiaro. Mai ci rassegneremo a perdere ulteriori posizioni rispetto a Monaco e la Baviera. È in questo contesto che le nostre imprese devono trovare lo slancio e la volontà per reagire, per rafforzare i successi, per attrarre gli investimenti internazionali. Abbiamo bisogno di più innovazione, di maggior utilizzo di ICT, di maggior dimensione, di recuperare quote di mercato in Europa, di maggior internazionalizzazione, di miglior uso delle risorse umane nelle aziende famigliari.

Solo alcuni numeri di confronto con la Germania. I brevetti pro capite, fatto pari a 100 il livello americano, sono 152 in Germania e solo 27 in Italia. La nostra innovazione è più soft, più combinatoria, quella tedesca è più tecnologica. E questo spiega molto della loro superiorità, quando i mercati si fanno più lontani e i tempi più difficili. La dimensione delle aziende tedesche è mediamente doppia di quella italiana.

In Germania, le aziende a controllo famigliare sono condotte nel 72% dei casi da manager esterni. In Italia, solo il 34%. Le aziende milanesi e lombarde vantano numeri migliori, ma sarà nostra assoluta priorità aiutare le aziende a cambiare, crescere e vincere nel mondo. Nostro compito sarà anche connettere il piccolo imprenditore con i mercati in espansione, favorendo collaborazioni e reti d’impresa, filiere in cui piccoli, medi e grandi trovino ragione di competitività e sviluppo. Milano deve essere sempre più una città per i giovani. Una città creativa forte non solo dei suoi successi in moda e design, ma sempre più fertile per start up tecnologiche. Dobbiamo moltiplicare gli sforzi per questo, da sviluppare fianco a fianco con università e fondi di investimento. Dobbiamo accrescere i parchi tecnologici e i dimostratori scientifici, dobbiamo estendere l'ibridazione dei progetti, lavorare sul loro merito di credito.

Partendo da qui dobbiamo organizzarci per la grande competizione per i fondi europei per la ricerca. La Germania contribuisce per il 19,8% al bilancio europeo, e si aggiudica il 16,8% dei fondi di ricerca comunitari. L’Italia contribuisce per il 13,5%, ma ricava in finanziamenti alla sua ricerca solo l'8,7%. Se riuscissimo a ottenere i risultati dell'Olanda, che contribuisce per il 3,9% ma raddoppia la quota ottenuta in ricerca, all'Italia verrebbe dall'Europa un miliardo di euro in più ogni anno. In questa gara ci  dobbiamo impegnare. E veniamo ora al problema del lavoro. Siamo noi, con le nostre imprese, a dover creare le condizioni perché vi sia più lavoro. I posti di lavoro, quelli veri, nascono solo dalle imprese che stanno sul mercato.

Noi condividiamo il dramma del lavoro e della disoccupazione giovanile. Il dramma di tutti gli esclusi. Saremo al fianco di Confindustria nazionale, nell'incalzare su questo il governo ad assumere misure urgenti e necessarie. Con risorse limitate, la politica dovrà scegliere poche priorità a vantaggio del miglior risultato. Tre sono i temi: semplificazione, crescita dei posti di lavoro, produttività.

La prima priorità è quella della semplificazione. È mai possibile che le norme che disciplinano il lavoro nel nostro ordinamento occupino 2.700 pagine, mentre quelle tedesche sono meno di un terzo? La seconda priorità è quella della disoccupazione, cominciando da quella dei giovani. Non credo che il lavoro sia come una torta statica, da affettare e redistribuire. E non è neanche una sfida che si vince solo con maggiori incentivi, che ovviamente vanno previsti e potenziati. È stato comprensibile lo sforzo di voler favorire con la Legge Fornero la creazione di posti di lavoro a tempo indeterminato. Ma il desiderio di voler garantire maggiore stabilità e sicurezza si è scontrato con le condizioni di maggior incertezza e difficoltà delle imprese, e di volatilità dei mercati. Il risultato è un bilancio negativo. Mirando alla maggior tutela, abbiamo lasciato più giovani per strada. L'obiettivo a cui mirare in questa difficile transizione italiana è quello di avere più giovani al lavoro nelle imprese, piuttosto che più tutelati in teoria, ma di fatto a casa.

Perché questo avvenga bisogna mantenere una forte flessibiltá in ingresso, incentivando poi il passaggio a contratti a tempo indeterminato per le aziende che possono permetterselo con una forte decontribuzione e defiscalizzazione, per un successivo periodo di tre anni. In sintesi, un grande vantaggio verrebbe da una moratoria della riforma Fornero, di tutti gli irrigidimenti previsti per l'ingresso sul mercato del lavoro diversi dal tempo indeterminato. Dobbiamo rimettere l’impresa al centro.

E per questo vorremmo instaurare con le forze sindacali un confronto serio e sereno. Sotto questo profilo, è un grande passo avanti l’accordo del 31 maggio scorso con Cgil, Cisl e Uil in materia di rappresentatività sindacale e contratti collettivi pienamente esigibili. Dopo decenni di dissenso, finalmente una piena convergenza per evitare conflitti inutili e dannosi, e per crescere insieme. È un accordo che utilizzeremo appieno, qui nel nostro territorio.
Perché tutte le più rilevanti questioni del lavoro le dobbiamo affrontare insieme, dal basso, a partire dalle nostre imprese qui a Milano e in Lombardia.

E qui veniamo alla terza priorità, quella della produttività. Che si rilancia e si costruisce dal basso. Con il sindacato dobbiamo definire insieme, così come avviene in Germania, soluzioni contrattuali innovative che guardino alla competitività globale. Capaci di premiare il merito e innalzare la produttività, usando al massimo possibile la leva del salario detassato. Miranti ad alzare il tasso di attività, attraverso il rilancio dell'apprendistato, dei tirocini, di tutto ciò che avvicina invece di separare la formazione e il lavoro. Ma dobbiamo anche convincere le famiglie e i giovani della bellezza dei mille mestieri artigiani che oggi rimangono scoperti o vengono accettati solo da immigrati, dell’importanza degli studi tecnici, del valore del lavoro. Dobbiamo far riscoprire l’etica e la passione del lavoro. Questo tema mi riporta al valore della legalità e del rispetto delle regole. Sappiamo come oggi le regole appaiano soffocanti e burocratiche. Anche a Milano le regole sono avvertite come nemiche. Eppure ne abbiamo un bisogno enorme per creare quell’ambiente competitivo, trasparente e sereno in cui vogliamo lavorare. Ma regole barocche e complicate sono le vere nemiche della legalità.

Milano era considerata dai nostri progenitori una città dove si conduce una vita esemplare, dove le regole sono rispettate e il merito finisce per prevalere. Chi veniva a Milano per lavorare, veniva anche e innanzitutto per questo. Nel tempo lo stiamo perdendo, questo giusto motivo di vanto. Ecco perché su questi temi avverto l'urgenza di un'azione forte e coerente. Nell'ambito della Presidenza, avremo un consigliere incaricato per questo tema di estrema importanza. Cari colleghi, questa è una grande città europea, una delle più ricche di Europa. Ma ha bisogno di capire la sua nuova identità, metropolitana e internazionale. Ha bisogno di ritrovare fiducia in se stessa e di comunicarla al mondo.  Noi ci stupiamo quando il fondo sovrano del Qatar decide di investire nei nostri grandi sviluppi edilizi. Ci stupiamo quando migliaia di giovani stranieri in occasione del salone del mobile rimangono essi stessi stupiti, dalla vitalità e dall’inaspettata bellezza di Milano. Abbiamo eccellenze in moltissimi settori, compreso la sanità che conosco bene, ma non le conosciamo e continuiamo a stupirci.

L’EXPO può essere una straordinaria occasione per la città. Il suo tema è di vitale interesse in un mondo di 7 miliardi di esseri umani, coincide con una delle grandi sfide che l’Europa considera fra le sue priorità, è una frontiera avanzata che intreccia ricerca e sostenibilità, stili di consumo e attitudini culturali. L'EXPO può veramente proiettare Milano e l’Italia nel mondo, può rappresentare la vetrina irripetibile per un nostro settore d’eccellenza, può offrire nuovi spazi di lavoro per le nostre aziende e per i nostri giovani.

L'EXPO può innanzitutto aiutare Milano a capire se stessa. Dedicheremo un consigliere delegato, nell’ambito della Presidenza, a questo tema. che qui ho solo richiamato come propositi generali, si attiveranno i progetti speciali operativi su cui lavorerà la squadra di Presidenza. Una Presidenza che intendo esercitare in un forte e continuo gioco collettivo, che consenta agli imprenditori di coltivare, tutti insieme, passione industriale e impegno civile, traguardi per le nostre imprese e per l'intera società in cui esse operano. Mi avvio alla conclusione.

Alberto Meomartini, che voglio qui ringraziare di cuore per il lavoro fatto con dedizione intellettuale e morale al servizio di Assolombarda, l’anno scorso espresse la nostra solidarietà per il sisma che era appena avvenuto, colpendo duramente l’Emilia. Mirandola, Medolla e San Felice sul Panaro, dove si addensa uno dei più intensi concentrati italiani d'imprese biomedicali e meccaniche, erano in condizioni disperate. Oggi, a distanza di un anno, il coraggio e la determinazione delle genti e degli imprenditori di quei luoghi hanno fatto miracoli, hanno ricostruito le aziende, hanno sempre mantenuto le scuole aperte,  hanno riaperto le chiese. Nonostante le difficoltà burocratiche, non si sono mai arresi. Hanno dimostrato che è possibile lavorare insieme fra tutte le istituzioni, fra tutte le organizzazioni. Quando c’è l’indomabile voglia di fare.

Noi Li ringraziamo perché questo è l’esempio da cui vogliamo partire, l’esempio che ci dà fiducia e speranza.
È questa, l’Italia possibile. Va spezzata la spirale della sfiducia.
Grazie a tutti!

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