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Economia

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"Arriva Beppe Grillo in Parlamento! Stop alla politica sprecona! Tutti a casa: dal Pidielle al Pdmenoelle! Mai più l'austerity di Rigor Mortis! E soprattutto meno tasse!", sono gli slogan recitati da molti italiani che hanno votato con entusiasmo il Movimento 5 Stelle fondato dal comico genovese.

Meno tasse? Mah, c'è da sperarlo. Perché a guardare bene il programma del M5S il capitolo Fisco, come anche quello sulla politica industriale e sulla crescita, temi core per gli investitori internazionali su cui valutare il merito di credito e la tenuta finanziaria di un Paese (l'endorsement a caldo pro-Grillo dei banchieri di Goldman Sachs è fatto più sulla simpatia che altro), è totalmente assente. Non ce n'è traccia. Fra le 15 pagine scandite dai capitoli Stato e cittadini, Energia, Informazione, Economia, Trasporti, Salute e Istruzione, sul tema fisco c'è solo un generico "disincentivi per le aziende che generano un danno sociale" e  un "sostegno alle società no profit", sostegno che immaginiamo essere prevalentemente di natura fiscale, tramite incentivi.

Un po' poco per un Paese che deve ritrovare la via della crescita anche grazie alla politica fiscale (e i Paesi del Nord Europa che stanno tagliando le tasse in funzione anti-recessione lo sanno bene). E al più presto visto che, se tutto va bene, anche quest'anno l'Italia, dopo 18 mesi consecutivi di rosso, lascerà per strada ancora un altro punto di Pil mentre la concorrente manifattura tedesca ha ripreso a galoppare e il debito/Pil è stabile oltre il 127%. Un Moloch che tiene alto lo spread (e con esso il monte interessi che ogni anno l'Italia deve sborsare) e sottrae risorse preziose all'economia reale e alla crescita.

La gran parte delle indicazioni sulle tasse che sono da ascriversi alla Galassia 5 Stelle sono arrivate solamente in campagna elettorale e in qualche tuonata di Grillo nello Tsunami Tour in giro per l'Italia. Strali come quelli contro l'Imu (da abolire il prelievo sulla prima casa), contro Equitalia, contro l'Irap, contro il redditometro e contro il prelievo fiscale che non va fatto alla fonte, ma sulla base della dichiarazione del contribuente che deve comunicare invece al fisco una volta all'anno le sue entrate.

Una serie di perplessità. La prima. Perché a voce e non scritte queste indicazioni che sono misure comunque centrali di una politica fiscale di uno Stato? Il dubbio è che Grillo e il guru Casaleggio abbiano fatto sentire agli italiani quello che i cittadini vogliono sentirsi dire in campagna elettorale. Non diversamente da quanto fatto da Silvio Berlusconi che ha parlato alle tasche della gente, confezionando un miracoloso recupero sul Pd di Pier Luigi Bersani.

La seconda, che entra nel merito delle proposte (non scritte). Oltre a maneggiare in maniera impropria concetti come capacità contributiva e progressività, Grillo propone di eliminare, come il Cavaliere, la tanto odiata Imu sulla prima casa, senza specificare però le adeguate coperture finanziarie. E dire che il programma del M5S "subordina l'approvazione di ogni legge" a una concreta copertura. Per essere precisi, Grillo a furor di popolo ha citato più volte "gli interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi", ma è quella misura che va bene per tutte le stagioni e che, ancora nel programma (a pag. 9, ndr), viene anche citata per "ridurre il debito pubblico". Oltre 2.000 miliardi di euro, stock che non consente certo altre distrazioni.  

grillo

Fra le proposte urlate in campagna elettorale, c'è poi l'abolizione del prelevo fiscale alla fonte da sostituire con una dichiarazione da effettuare una volta all'anno. Poi, ancora, nessuna differenza fra lavoro dipendente e non dipendente con abolizione degli studi di settore, perché nessuno può sapere in anticipo quanto guadagnerà e il rischio è di dover pagare tasse per redditi spesso non percepiti.

Ora, che le voci del redditometro siano da rivedere questo è certo, ma con i 200 miliardi circa di evasione all'anno in Italia siamo sicuri che agendo in questo modo risolviamo il problema dell'elevata pressione fiscale garantendo allo stesso tempo allo Stato oltre 750 miliardi di spesa pubblica che serve, al momento, per mandare avanti la macchina Italia?

Ecco che Mauro Gallegati, l'economista di riferimento del M5S, ha proposto a titolo personale solamente due aliquote Irpef con la massima che sarebbe pari al 35%, una patrimoniale del cinque per mille (misura condivisibile) per i patrimoni superiori ai dieci milioni di euro, un'estensione del campo d'azione della Tobin Tax e la separazione tra le banche d'affari e quelle commerciali come viene richiesto da più parti nel mondo. Nella sua proposta fiscale, Gallegati è stato più esaustivo di Grillo. Peccato che, come ha tenuto a precisare l'economista, lo abbia fatto a titolo personale.

C'è poi la misura, che ha avuto molta presa sull'elettorato, del reddito di cittadinanza, per garantire circa 1.000 euro al mese per tre anni ai disoccupati. Mega-ammortizzatore che peserebbe sulle casse dello Stato per circa 25 miliardi di euro. Quasi una manovra finanziaria che però, sottolineano dall'entourage di Grillo, equivale all'ammontare della cassa integrazione: si tratterebbe solamente, dicono ancora i grillini, di una semplice modifica della destinazione d'uso. Ma si tratterebbe anche di mettere mano alla riforma Fornero sul lavoro, pacchetto che ha finalmente sistemato per la prima volta, dopo anni, tutto il sistema degli ammortizzatori sociali introducendo l'Aspi. Un nuovo Tsunami di cui, mentre la recessione non molla la presa (e le posizioni contrarie della Fiom lo dimostrano), non si sente davvero il bisogno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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