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Economia
Telecom, la Sinistra ci ricasca. Così Renzi scivola sulla Rete

di Sergio Luciano

E' passata abbastanza inosservata la rilevantissima novità introdotta il 15 agosto scorso, e ben rivelata dal quotidiano MF, nell'ordinamento italiano in materia di "golden power", ovvero quelle norme che difendono i gruppi europei "di interesse nazionale" dalle possibili scalate di acquirenti stranieri, europei e non. Il nuovo Decreto della presidenza del Consiglio dei ministri (Dpcm) ha infatti escluso la rete telefonica fissa di Telecom Italia dal novero degli "asset" coperti da questo "golden power".

Mentre la vecchia "golden share", regolata dal governo Monti, avrebbe consentito all'esecutivo di proibire per legge che la rete telefonica, e quindi la società che oggi la controlla, passasse in mani non italiane, il nuovo Dpcm non include più nella cerchia presidiata "le reti e gli impianti utilizzati per la fornitura dell'accesso agli utenti finali dei servizi rientranti negli obblighi del servizio universale e dei servizi a banda larga".
Il paradosso è che questo ammainabandiera cade in un momento in cui Telecom Italia sta trattando con Vivendi un'alleanza strategica che potrebbe portare il gruppo francese controllato da Bollorè nella posizione di primo azionista della stessa Telecom Italia.

Sia chiaro: peggio di quel che è accaduto a Telecom negli ultimi sette anni, da quando l'ultima gestione imprenditoriale dell'azienda è stata scalzata da un blitz della politica coperto dai "poteri forti", nulla potrà più accadere, quindi meglio mettersi l'anima in pace e non scandalizzarsi. Però va ricordato che nel 2006, quando Tronchetti - peraltro intuendo con molto anticipo quello su cui solo oggi ragiona chi sta disegnando il futuro di Telecom - intavolò una trattativa con Murdoch per un'alleanza strategica di sapore analogo, si vide volare addosso Angelo Rovati, su avallo (se non esplicito mandato) del premier Romani Prodi con un piano di scorporo più o meno forzoso da Telecom proprio di quella rete, per "metterla al sicuro" in mani statali, che oggi un altro governo a guida progressista rinuncia a proteggere.

E c'è di più: la norma difensiva pro-rete appena abrogata da Renzi era stata introdotta nel 2013 da Monti, ovvero da un altro governo retto dal Pd, contro l'eventualità che Telefonica, rafforzandosi nel suo ruolo di primo azionista di Telecom, potesse prendere di fatto il controllo della rete.
Da notare che intanto alla Cassa depositi e prestiti - presieduta da quel Franco Bassanini che è uno degli esponenti più qualificati in materia di politica industriale che abbia mai espresso il Pd - attraverso in Fondo F2i controlla l'ottima anche se non estesissima rete in fibra ottica di Metroweb, e ha nel cassetto più di un piano idoneo a pilotare un'acquisizione della rete Telecom e una sua integrazione con quella di Metroweb e con i pezzi migliori delle piccole reti di altri operatori capaci di dare finalmente all'Italia la banda larga di cui, a unanime riscontro di tutte le statistiche, gravemente scarseggia.

Insomma, dal 2006 ad oggi la sinistra di governo ha cambiato e ricambiato opinione continuamente, sul tema. Semplicemente perché, a parte Bassanini, è tutta gente che non ci capisce niente. Bisogna dire, purtroppo: Renzi compreso. Non c'è chissà qual complotto, c'è vuoto di potere e buio di competenze.

E c'è la beffa della storia, beffa doppia, a carico di Tronchetti Provera. Quest'ultimo fu spianato, con una pressione mediatico-giudiziaria con pochissimi precedenti, per avere individuato una direzione strategica che oggi, con otto anni di ritardo, il management di Telecom (ancora targato Mediobanca) e molti commentatori, ritengono essere quella vincente per dare finalmente una prospettiva di crescita alla società dopo anni di risultati molto deludenti. Il piano di Tronchetti, va ricordato, non prevedeva di cedere il controllo, della Rete o di altro, ne' a Murdoch ne' a Telefonica ne' ad AT&T. Puntava invece ad averli come partner di minoranza per realizzare quella convergenza tra asset, contenuti e ricerca di nuovi mercati che oggi viene vista come la mossa giusta da fare. Nel mettere fuori gioco l'attuale presidente della Bicocca un ruolo certamente non marginale ha avuto anche la vicenda giudiziaria.

Tronchetti in pochi anni si è ritrovato sul groppone ben 17 capi d'imputazione che hanno consentito di praticargli contro un bombardamento mediatico non indifferente. Di questi, nonostante indagini in alcuni casi addirittura doppie, 16 sono stati archiviati perché non risultano responsabilità a suo carico. La 17esima, trasformatasi in una condanna che a breve sarà discussa in appello, riguarda una vicenda (quella della asserita ricettazione dei dati raccolti sullo spionaggio industriale in atto contro Telecom e lo stesso Tronchetti) che a Telecom avrebbe semmai giovato e non certo nuociuto.

Tra l'Opa a leva fatta nel '99 dall'Olivetti e benedetta da D'Alema, prima fonte dei guai debitori di Telecom, le mille chiacchiere sullo scorporo della rete e otto anni trascorsi tirando a campare, gli italiani devono sapere a chi si deve se anche nei telefoni, come già in tanti altri settori, il nostro Paese ha perso terreno e molti treni.

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