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Transizione 5.0, il nodo degli incentivi: bene il green, ma senza penalizzare l’industria europea

Da anni Bruxelles e Roma parlano di autonomia strategica. Poi, però, scatta l’accusa di protezionismo. È un paradosso tutto europeo: ci si preoccupa della dipendenza dall’estero, ma si critica chi prova a ridurla

Transizione 5.0, il nodo degli incentivi: bene il green, ma senza penalizzare l’industria europea

Transizione 5.0, incentivi e industria europea: la sfida è non finanziare il declino

C’è qualcosa di surreale nel dibattito sulla Transizione 5.0. in questi giorni più voci hanno criticato il fatto che gli incentivi premiano i pannelli più avanzati e così, indirettamente, una delle pochissime realtà produttive europee ancora presenti nel settore, come 3Sun a Catania. Come se il problema fosse sostenere l’industria italiana. Come se fosse normale, invece, utilizzare soldi pubblici per rafforzare quella cinese.

Il punto è semplice: le imprese sono libere di comprare i pannelli che vogliono. Nessuno mette in discussione il mercato. Ma quando entrano in gioco incentivi finanziati dai contribuenti, la domanda cambia. Ha senso fare debito pubblico per acquistare tecnologie prodotte dall’altra parte del mondo? Ha senso che i soldi degli italiani sostengano occupazione, innovazione e profitti in Cina invece che in Europa?

Da anni Bruxelles e Roma parlano di autonomia strategica, resilienza delle filiere e sovranità industriale. Poi, però, ogni volta che si prova a collegare gli incentivi pubblici alla produzione europea, scatta l’accusa di protezionismo. È un paradosso tutto europeo: ci si preoccupa della dipendenza dall’estero, ma si critica chi prova a ridurla.

Chi riduce tutto a una questione di prezzo non vede il quadro generale. Dietro un pannello fotovoltaico non c’è solo un costo di acquisto. Ci sono ricerca, brevetti, competenze, posti di lavoro qualificati e capacità industriale. Se perdiamo queste cose, perdiamo molto più di una fabbrica: perdiamo un pezzo della nostra sovranità economica.

La verità è che la transizione energetica senza una politica industriale è una resa. È l’idea che l’Europa debba limitarsi a consumare tecnologie progettate e prodotte altrove. Un modello che ci rende più dipendenti e più deboli.

Il problema è pensare che sia accettabile spendere risorse pubbliche italiane per accelerare il declino dell’industria europea. Se la rivoluzione green diventa un gigantesco trasferimento di ricchezza verso la Cina, allora non stiamo costruendo il futuro: stiamo semplicemente finanziando quello degli altri.