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Economia

Lo scenario per la "campagna d'Italia" di Vivendi è sempre più grigio: quella che doveva essere una guerra lampo con l'ingresso nel capitale di Telecom Italia e Mediaset, per indurre le due società a integrare le proprie attività a partire con quelle di Canal Plus (a sua volta controllata da Vivendi) così da dar vita ad una "Netflix del Sud Europa" si è da tempo trasformata in una guerra di posizioni, mentre la staffetta tra il governo Gentiloni e il governo Conte non ha portato alcun beneficio per i francesi, che anzi sembrano sempre più soffrire il clima sempre più gelido che è calato tra Italia e Francia.

Prova ne sia che venerdì scorso l'Agcom nel suo documento sulla separazione della rete d'accesso disponibile per la consultazione pubblica ha sottolineato come il piano predisposto dall'ex Ceo (su nomina di Vivendi, socio di maggioranza relativa col 23,95% del capitale) Amos Genish, ossa la semplice separazione legale della rete destinata a confluire in una NetCo, non accompagnata tuttavia da alcuna modifica del controllo della NetCo (che sarebbe rimasta al 100% di proprietà di Tim), è insufficiente a ridurre i principali obblighi regolatori. Per avere una deregulation sarebbe dunque aprire il capitale della NetCo, senza escludere la discesa di Tim al di sotto del 50% della stessa.

Chi ha subito approfittato del documento è il fondo attivista Elliott Management, socio all'8,85%, che in una nota è poi tornato a chiedere al Cda di intraprendere senza ulteriore indugio i passi necessari alla separazione della rete. Una richiesta, è la convinzione che circola in queste ore nelle sale contrattazioni di Milano, che potrebbe essere accolta e con ciò segnare la definitiva sconfitta della strategia di Vivendi in Tim. Alla prossima assemblea del 29 marzo, infatti, Elliott potrebbe andare alla conta proprio sullo scorporo della rete, sapendo di poter contare fin d'ora sul 4,93% di Cassa depositi e prestiti, ma non solo.

Elliott, ragionano alcuni operatorio finanziari di Milano, potrebbe facilmente ottenere un ampio supporto alla sua proposta promettendo un dividendo straordinario da distribuire ai soci una volta ceduta una partecipazione, anche di maggioranza, di NetCo. Visto che la rete potrebbe valere tra i 12 e i 15 miliardi di euro, significherebbe staccare un maxi assegno in grado di arrivare anche a 6-7 miliardi di controvalore (e per Elliott attorno ai 500 milioni di euro), tale da ingolosire i fondi e gestori che controllano quasi il 58,5% del capitale dell'ex monopolista telefonico italiano.

Così alla fine anche a Vivendi potrebbe convenire trovare un'intesa ed evitare una sconfitta plateale: con lo scorporo della rete fissa a NetCo (destinata successivamente a trasformarsi nel "gestore unico", o quasi, della rete fissa italiana grazie all'integrazione con la rete di Open Fiber) verrebbero scorporati anche migliaia di dipendenti ed una parte sostanziosa dei 25,2 miliardi di euro di debito che grava attualmente sulla società, che in borsa ha annullato i guadagni visti a inizio anno ed è tornata sotto i 10 miliardi di euro di capitalizzazione.

Resterebbe una società più "snella", con meno debiti, con le redditizie attività di Tim Brasil e probabilmente l'attività wholesale italiana (per la quale alla luce del riequilibrio delle tariffe proposto dall'Agcom gli analisti prevedono ricavi sostanzialmente stabili), che potrebbe agire da grande media company con un ampio portafoglio di prodotti e servizi che spazierebbe dai contenuti alle comunicazioni, dagli apparati all'internet delle cose.

Sarebbe la base ideale da cui provare a riannodare il discorso, anche con Mediaset, per dar vita ad una anti-Netflix lasciandosi alle spalle incomprensioni con le authority e possibili ostacoli "politici". Soprattutto sarebbe uno scenario "win-win" in cui ciascuna delle parti in causa potrebbe rivendicare un esito positivo, salvando la faccia ed evitando ulteriori perdite di tempo e di denaro come nel corso dei precedenti 12 mesi (in cui il titolo Telecom Italia in borsa ha finito col perdere circa un terzo del suo valore). A Vincent Bolloré, il finanziere bretone cui fa capo il controllo di Vivendi, non sembra restare altra alternativa che prepararsi ad una resa il più possibile proficua.

 

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