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Spettacoli
Arash, star al Fabrique. "Tifo Milan dai tempi di Gullit". L'Intervista

Il grande momento – atteso dalla comunità persiana e non solo – è arrivato. Arash (Tehran, 1977), artista esule di origini iraniane ed emigrato da bambino con i genitori in Svezia, ha cantato la sera di domenica 6 maggio al Fabrique di Milano. Lo abbiamo intervistato poco prima che riprendesse il volo per Dubai, dove risiede.Il concerto milanese è stato un successo, e auspicabilmente prelude a un suo ritorno professionale in Italia, dove ieri si è esibito per la prima volta con hits internazionali come Boro Boro, Temptation e Dooset daram. Quest’ultimo pezzo in farsi significa “Ti amo” e in Russia, Grecia, Turchia e altri Paesi dell’Europa orientale ha scalato le classifiche raccontando la romantica storia d’amore, vita e morte di un’anima che trasmigra in varie forme d’esistenza, umana e animale.“La mia vita è cambiata 15 anni fa”, ci confida Arash, “anche se la mia frequentazione della musica risale più indietro. La prima canzone è di quell’epoca, è stata composta in Svezia, e da allora si può dire che come performer abbia iniziato a viaggiare per il mondo 300 giorni all’anno, una fiaba divenuta realtà”.

Al Fabrique Arash si è fatto conoscere dal vivo nel nostro Paese, anche se aveva già cantato a Firenze lo scorso anno, benché per un evento privato. Come turista, l’artista ha visitato diverse volte l’Italia – un Paese che ama moltissimo – come quando, ricorda divertito, ebbe una piccola disavventura a Portofino, dove si era recato con amici a bordo di un caravan: il mezzo era troppo grande, e l’accesso al borgo ligure gli fu negato.   Parlando della sua arte, Arash dice che ama contaminare gli stili – innanzitutto la musica pop e dance – e le culture.

“La mia lingua madre è il farsi, la Persia è il mio luogo di provenienza, ma sono cresciuto in Svezia, ascoltando musica americana e svedese. Mischio questi elementi in modo che piacciano alla mia audience svedese, il mio pubblico originario – in un certo senso – già di suo incline al cosmopolitismo”.

arash fabrique
 

Lavorando da esule e accogliendo entro di sé tante identità, per Arash l’espressione dell’emozione è essenziale in musica. Per questo motivo, prosegue l’artista, “mi prendo cura delle canzoni dall’inizio alla fine, dalla scrittura alla produzione, dalla registrazione all’esibizione dal vivo. È un modo di seguire da vicino le tappe del mio lavoro, che mi permette d’avere il controllo su quello che voglio dire, sul messaggio – verbale e non – che voglio trasmettere”.  Purtroppo ad Arash è proibito tornare nel suo Paese, l’Iran. Molti dei suoi fans si trovano lì, e lui spera che un giorno le cose possano cambiare. Amici e famigliari, quando riescono, volano nei Paesi circostanti l’Iran – come la stessa Dubai e la Turchia – per ritrovare la vicinanza dei loro affetti. È anche da questa obbligata condizione di vita che Arash ha compreso una grande “responsabilità” intrinseca alla sua musica, la “responsabilità di comunicare”.

“Abbiamo due case di produzione”, racconta Arash, Extensive Music e La Clique Music, grazie alle quali il mio team e io abbiamo lavorato anche con artisti come Jennifer Lopez. Buona parte dei nostri sforzi, però, è indirizzata allo scouting e al lancio di nuovi talenti, come nel caso del giovane italiano Federico Baroni, che ha iniziato a farsi conoscere allo show di Maria De Filippi, Amici. Di Federico abbiamo curato le melodie, la produzione e la registrazione, a Dubai, di almeno 4 canzoni. Vogliamo che continui a cantare in italiano, non c’è bisogno d’un ennesimo artista che canti in inglese: ci piacciono le sfide impossibili, come quella che siamo riusciti a vincere con la cantante polacca Margaret, anch’essa giovanissima e ora proiettata sulla scerna internazionale con Cool me down”.

Che la contaminazione di linguaggi espressivi e stili sia al cuore dell’arte di Arash, è stato d’altra parte chiaro nell’esibizione al Fabrique. Non solo musica, ma anche visual art, come nel caso dell’abito di scena luminoso, una giacca a led della designer italo-persiana Azadeh Namini, che Arash ha indossato durante il concerto, energizzando ulteriormente un pubblico già sedotto dalle sue melodie. Il lavoro della designer, prodotto dal marchio Ajiano, è ora parte integrante dello spettacolo itinerante dell’artista iraniano-svedese. “La moda”, riconosce Arash, “è tipicamente italiana, e questo lo dico sin da quando ero ragazzo ed ero un tifoso del Milan di Gullit e Van Basten”.

“Il concerto di Milano”, conclude il performer, “è stato una bellissima esperienza, per la quale mi sento di ringraziare i fantastici ragazzi dell’organizzazione e della Golden Phoenix (sito www.goldenphoenix.it e IG goldenphoenixitaly). Spero proprio di ripetere il successo con loro a Roma, tra qualche mese quest’anno”.  E chissà se reincontreremo questo artista dall’anima proteiforme, quale star internazionale, a uno dei prossimi festival di Sanremo, magari a supporto di qualche giovane talento del nostro Paese.La sua storia personale, d’altra parte, racconta d’un sogno apparentemente impossibile divenuto realtà, d’una scommessa che – al costo dello sradicamento e di sacrifici, del lavoro – è stata premiata.              

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