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Spettacoli
Barbareschi: "Craxi aveva capito tutto sull'Islam. Piersilvio? Osi"

Di Giordano Brega

“E’ uno spettacolo tutto cuore. Si ride moltissimo. Sto in scena due ore, cantando e suonando, ma soprattutto raccontando dei pezzi della mia vita in modo auto-ironico. E’ una bella tappa per i miei 40 anni di carriera”. Parola di Luca Barbareschi, di scena in queste settimane al Manzoni di Milano con “Cercando segnali d’amore nell’universo”.  E racconta ad Affaritaliani.it i suoi personali flashback di una cavalcata lunga 4 decenni… “I ricordi sono tanti. Dal primo Enrico V al Festival shakesperiano di Verona, l’opera lirica a Chicago con Placido Domingo, un’intervista a Steven Spielberg che ha cambiato la mia vita…”

Ce la racconta?
“Facevo un programma per la Rai da New York che si chiamava Odeon Tv. In quel periodo ho fatto anche la storia della boxe con Gianni Minà… Ero free lance per mantenermi, mentre facevo l’attore. E Spielberg stava montando “Incontri ravvicinati del terzo tipo”. Proprio lui mi disse ‘Fai come me, scrivi un tuo film’. Io a 19 anni ho seguito il consiglio e realizzai ‘Summertime’ che vinse il Festival di Venezia. Da lì la mia vita è cambiata”.

Come?
“Di colpo diventai un attore, ma anche sceneggiatore e pure produttore. Da lì iniziò la carriera. Dopo una decina d’anni ho aperto la mia società di produzione (Casanova multimedia, ndr) che compie trent’anni quest’anno e ha realizzato più di 130 film”.

Quaranta anni di carriera artistica sono anche lo specchio di un’Italia che cambia…
“Io ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscere una classe politica di giganti che secondo me manca in questo momento nel Paese. Sono cresciuto con Craxi, De Michelis, Martelli, Amato. I socialisti di fine anni ’70-’80. Gente molto visionaria che aveva una grande idea di dove dovesse andare il Paese. Un’idea di politica internazionale, culturale. Penso anche a Gianni Minoli: alla nascita di Mixer. di una televisione diversa. E parliamo dello stesso teatro a Milano: il dopo-Piccolo, con l’Elfo, con Salvatores. C’era molto entusiasmo e grande attenzione della stampa ai fenomeni culturali”

E oggi?
“L’Italia si è un po’ imbolsita, appesantita e, secondo me, ha perso una leadership europea di ‘eccezionalità culturale italiana’. Che, parafrasando l’exception culturelle française, dovrebbe essere il nostro vero asset per diventare centrale. E’ paradossale perché la lingua italiana è una delle più studiate del mondo: così come la letteratura, la musica, la moda. Abbiamo i brand più famosi del mondo, ma non creiamo coesione dal punto di vista ‘Paese’. Industrialmente”.

Lei prima citava Craxi. Vengono alla mente le recenti crisi internazionali cui si è trovato di fronte il governo Renzi. Quella classe politica le avrebbe gestite meglio?
“Renzi in realtà non sta gestendo ancora niente. Renzi sta vedendo ciò che accade. Non ho ancora capito quale sia la sua politica estera. Credo poi non sia facile prendere in mano un Paese con un default finanziario con 500 miliardi di euro se non ricordo male. Mi pare che subisca moltissimo la politica internazionale, anche se lui si dà molto da fare per realizzare delle cose. Però farei un passo indietro: in questo Paese andrebbe raccontata la verità su Bettino Craxi. Che non è stato fatto fuori da Tangentopoli, ma per aver detto ‘no’ all’America. A Sigonella aveva dato dei diktat molto forti. Aveva avuto il coraggio di capire che c’era un problema di Islam vicino, che bisognava gestirlo e parlare con la Palestina. Lo dico da ebreo, non ho nessun interesse a essere di parte. Però Craxi, così come Andreotti, avevano una visione lungimirante. Le dico una cosa…”

Prego…
“Io ho vissuto molto in Medio Oriente perché mio padre costruiva strade, ponti, aeroporti negli anni ‘60’-’70… come si può non pensare che siamo un dito infilato in una enorme terra islamica? Giusto gli Americani possono fare una politica estera così imbecille dal punto di vista gestionale. Oggi ne paghiamo i prezzi. E pure le conseguenze di autorevolezza internazionale”.

Con Silvio era meglio?
“Credo che Berlusconi abbia avuto una grande forza in Italia. Questo è un Paese che si è divertito molto a sbeffeggiare un premier come lui. Tutto sommato però quando alzava il telefono riceveva a casa sua i grandi leader: da Tony Blair – che poi nella sua biografia ne ha parlato bene -  a Mubarak. I grandi della terra venivano a trovarlo. Essendo Silvio molto amico di Bettino e conoscendo bene i temi… mi ricordo delle cene Berlusconi-Craxi in cui Silvio non diceva mica delle sciocchezze sulla politica internazionale. Solo i giornali italiani e qualche giornale straniero di corrispondenti che vivevano a Roma ‘della gauche e del caviale’ si divertivano a prenderlo in giro…  Vogliamo parlare della sua amicizia con Gheddafi?”

Parliamone…
“Con il senno di poi era assolutamente intelligente. La cazzata l’ha fatta Sarkozy e chi ha tradito un patto che avevano appena siglato. Oggi tutti rimpiangono Gheddafi. Come tutti hanno rimpianto Mubarak e in qualche maniera, anche Saddam Hussein. Perché quelli sono Paesi dove l’idea di dare una accelerazione democratica è un paradosso di sintassi sbagliato”.

Passiamo alla tv italiana. Come la vede?
“Su Mediaset non so. Non sono un moralista o un bacchettone, tutti conoscono il mio ‘libertinaggio’, la mia libertà assoluta… però mettere in prima serata Rocco Siffredi… a me lui è simpatico ma dal punto di vista editoriale …. Al di là della cassa, io credo che serva una linea editoriale colta, molto larga. Anche pop, non necessariamente snob. L’esempio dovrebbe essere quello dei network americani: Cbs, Netflix, Disney che hanno molta attenzione nelle linee editoriali. Sento che a Mediaset hanno meno coraggio a osare a sperimentare come accadeva quando c’era Silvio Berlusconi che seguiva direttamente le reti. A Piersilvio direi: ‘osa di più, buttati anche in cose formative’….”

Ad esempio?
“Della fiction di livello con belle strutture. Che non siano le edizioni lancio o le telenovela. Non c’è nulla di male a farle, però un’ammiraglia come Canale 5 credo debba avere 10-15 prodotti all’anno molto identitari e, paradossalmente, più trasgressivi dal punto di vista del linguaggio rispetto alla Rai”

Sky?
“Fanno prodotti molto glamour, molto forti. Ad esempio Gomorra, Romanzo Criminale. Detto questo mi piacerebbe mi piacerebbe venissero costruiti prodotti pure che raccontano la parte virtuosa di questo Paese. Che non è necessariamente melensa, ma è anche proattiva per il cervello di un ragazzo che guarda”.

In che senso?
“Noi pensiamo che la capacità critica dei ragazzi sia molto più alta. In realtà c’è sempre il processo di identificazione. Faccio un esempio sui grandi film americani. Se uno guarda il Padrino quel processo di identificazione è molto forte. Se guardi “Quei bravi ragazzi” di Scorsese invece ti fa schifo, vedi il degrado. Ma lo osservi comunque seguendo una struttura narrativa molto attenta”.
 

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