Incontriamo Nadia Rinaldi nella sua casa, nella quartiere Eur, a Roma. Ci accoglie con il suo grande sorriso, un’ironia dilagante e quegli occhi color celeste cielo che sembrano accompagnare ogni ricordo con una luce particolare. Attrice, interprete della commedia italiana, volto televisivo e donna di teatro, Rinaldi porta con sé un bagaglio di esperienze incredibili. Una carriera nella quale la romanità non è mai stata soltanto un tratto distintivo, ma una vera chiave interpretativa. Oggi Rinaldi continua a recitare e a insegnare, convinta che il mestiere dell’attore debba essere una ricerca. Un percorso di emozioni, di verità e di umanità.

La nostra intervista
Ne nasce una conversazione che è anche un viaggio attraverso la memoria, i maestri, la commedia italiana, il teatro e un mondo dello spettacolo che, nonostante le difficoltà, Nadia Rinaldi continua a guardare con passione e fiducia.
Lei proviene dalla scuola di Gigi Proietti. Come è arrivato il cinema?
Il teatro è il mio mondo naturale e quando ero in accademia il tempo sembrava sospeso. Non avrei mai pensato di fare cinema. L’incontro con De Sica condizionò completamente le mie scelte. Christian venne a vedermi al saggio del laboratorio di Proietti e, il giorno dopo, senza indugiare, mi chiamò per il provino di Faccione. Mi scelse per essere l’interprete principale del film e per me fu l’inizio di una importante carriera cinematografica e di un rapporto professionale che, ancora oggi, considero speciale. Ho un rispetto incondizionato per Christian e quando lavoriamo insieme è sempre un emozione. Lui è un regista e sa dirigere. Conosce in primis le dinamiche del mestiere.
Nel corso della carriera ha lavorato con i grandi dello spettacolo italiano.
Ho avuto la fortuna di collaborare con Nino Manfredi, Alberto Sordi, Gigi Proietti, Giorgio Strehler e Garinei. Ognuno mi ha lasciato dei tesori che cerco di trasmettere agli allievi durante le lezioni di recitazione e di improvvisazione scenica. Incontrare dei giganti significa accumulare un patrimonio umano e professionale che non si può e non si deve perdere, come quello genetico. Invito i miei ragazzi a studiare la cinematografia italiana per capire da dove proveniamo e quali sono stati gli interpreti e gli autori che hanno fatto grande il nostro cinema.
Il teatro non lo ha mai abbandonato.
Impossibile. Ogni anno torno in scena con uno spettacolo. Il teatro è il mio spazio vitale. Come potrei sostituire il calore e l’abbraccio del pubblico? Quando sono in scena il tempo non può essere fermato e non ho la possibilità di ricominciare. E’ adrenalina pura. Sei lì presente, consapevole. Ogni spettacolo non sarà mai uguale al precedente.
Negli anni novanta la popolarità è cresciuta anche grazie alla commedia italiana e ai cosiddetti cinepanettoni.
Grazie a Oldoini, ai fratelli Vanzina , a Aurelio De Laurentis sono diventata un personaggio nazionalpopolare. Sono stati anni importantissimi per la mia carriera. La commedia aveva la capacità di arrivare al pubblico e diventare immaginario collettivo.
La sua romanità è un marchio di fabbrica. Quanto ha influito?
Mi ha resa molto amata e ha facilitato il lavoro nella commedia degli anni Novanta. Sono orgogliosa di essere romana, ma attenzione, sono un’attrice che sa recitare senza inflessioni. Come è possibile negare che la romanità possiede ritmo, ironia e una capacità di raccontare la vita quotidiana. Mamma Roma è la parte autentica di me.
Tra i titoli che hanno segnato quel periodo c’è anche S.P.Q.R..
Un meraviglioso viaggio nel passato, un momento che conservo con particolare affetto, come il ricordo di Fabio Grossi, compagno di Leo Gullotta, che rimarrà per sempre legato al suo personaggio Versacius. E’ bello ricordare persone meravigliose a distanza di tanti anni.
Dalla commedia è arrivata anche la televisione.
Pippo Baudo lo considero il mio Pigmalione, una figura fondamentale alla quale devo molto. Lui e Raffaella Carrà hanno segnato la mia infanzia e ritrovarmi a lavorare con loro, in prima serata, è stato un sogno.
Oggi fare l’artista è certamente più complesso.
Lo Stato ha soppresso molti fondi. Una situazione che rende inevitabilmente difficile lavorare e produrre. Allo stesso tempo, però, il cinema indipendente sta dimostrando una grande resilienza. Si realizzano produzioni interessanti sostenute da nuove idee. Quando le risorse economiche sono limitate, devono essere compensate con originalità, creatività e grande determinazione.
In questo contesto arriva il progetto che la vede coinvolta insieme a Eva Henger e Massimiliano Caroletti. Che rapporto avete costruito nel tempo?
Conosco Eva e Massimiliano da quasi trent’anni e il nostro rapporto si basa sulla stima e sull’affetto. L’ultimo Numero è il secondo film che faccio con Eva e devo dire che mi sono trovata benissimo a lavorare con lei. È attenta, premurosa e certosina. E poi, tra donne, si crea una particolare empatia che aiuta anche sul set. Quando esiste una base umana forte anche il lavoro ne beneficia.

Nel film c’è Leopoldo Mastelloni, artista al quale è particolarmente legata. Come nasce la vostra amicizia?
Leopoldo venne a vedermi a teatro circa trent’anni fa e da quel giorno è nato un amore immenso, un legame indissolubile. Con lui ho conosciuto tanti personaggi e tanti registi importanti, tra cui Patroni Griffi. Seguivo Leopoldo fin da piccola in Bambole, non c’è una lira di Antonello Falqui: ero pazza di lui. L’amicizia unisce nel bene e nel male e gli sono stata vicina anche lo scorso anno, quando ha avuto un ictus. Nei momenti down gli “amici” si allontanano. Spesso si crea il vuoto.
Come è nata l’idea di coinvolgere Leopoldo?
Quando Massimiliano Caroletti mi ha fatto leggere il copione de L’ultimo numero, era ancora alla ricerca dell’attore principale per interpretare il ruolo di Marcello. Appena ho letto la storia, ho pensato a Leopoldo: perfetto per quel ruolo. Avrebbe potuto donare tante sfumature al personaggio. Massimiliano era assolutamente d’accordo, ma dovevamo accertarci delle sue condizioni di salute.

E come è andata?
Leopoldo era diventato più capriccioso, ma era in forma. In due giorni era già sul set. E lì è avvenuta quella magia: Eva Henger è riuscita a tirare fuori da Mastelloni le emozioni più intense, creando un rapporto di forte intesa. Quando un attore trova lo staff giusto nasce qualcosa che va oltre la sceneggiatura.
L’ultimo numero è il 10 settembre al Festival di Venezia. Che cosa prova?
È un riconoscimento importante. Dal cast artistico a quello tecnico ognuno ha dato il massimo, mettendo a disposizione professionalità, energia e passione. Spero che il film riesca a emozionare il pubblico. Alla fine quello che conta davvero è lasciare un messaggio.
C’è qualcosa che le piacerebbe ancora fare?
Un artista è un ricercatore di emozioni. Continuerò a recitare ed insegnare, cercando di restituire agli altri il mio sapere. Voglio dedicarmi a scegliere gruppi di lavoro che trasmettono energia, dinamismo e forza.


