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Spettacoli
Lombardia, l'inno? Chiedete a Maroni. Mogol si racconta ad Affaritaliani.it

Piazza Muzii, nel centro di Pescara: tremila fans aspettano la performance di Mogol in tour nell’ambito della “Festa della Rivoluzione”. Una settimana di mostre , spettacoli, degustazioni, provocazioni culturali dedicate al Vate di Fiume , Gabriele D’Annunzio. Festival insolito, con silenzi e polemiche , organizzato  dal Consiglio regionale dell’Abruzzo e nato  da una idea  di Lorenzo Sospiri. Ma “Rivoluzione” di cosa?

“È un titolo mutuato dalla Salaris, una delle relatrici del Convegno finale,un  ricercatrice –  ci spiega Sospiri - che descrive in un suo celebre saggio come a Fiume fosse già previsto il suffragio universale, la parità di genere e il divorzio”. 

E’ venerdì, sera, ora di movida. Ma i  giovani pescaresi sono tutti lì: su un palco, ecco  gli allievi del conservatorio di Pescara diretti da Angelo Valori. Mogol si accomoda su una sedia, davanti a un microfono. Un master, una performance, una confessione, un atto d’amore al suo pubblico e a Lucio. Una rivoluzione, appunto. Mogol mai era apparso in pubblico con un suo  spettacolo. E  Mogol  inchioda alla poesia i suoi tremila ascoltatori : introduce una decina di canzoni , ricorda, ammalia con aneddoti e aforismi, con il  gran finale  triste di Arcobaleno, il pezzo dedicato da Mogol e Celentano alla memoria  di  Battisti. Lo vedremo mai a Sanremo, Mogol patron della canzone italiana?  A mezzanotte, accompagno il Maestro in albergo e l’autore più popolare del cantar leggero si racconta ad Affari.

Posso chiamarla Maestro?
“Certo, certo”.

Ci racconta il suo spettacolo? ..Mogol in tour…è insolito…
“Io mi metto su un palco, e racconto. Curiosità, come è nata la tal canzone, il pubblico mi fa delle domande, e io rispondo. Poi c’è un gruppo di giovani, quattro strumentisti  e dodici coristi . E’ molto  pop…”

Lei Maestro ha  sempre prestato molta attenzione per i giovani. Ha fondato una scuola per formare giovani talenti…
“A Toscolano in Provincia di Terni, nelle campagne dell'Umbria. E’ il Centro Europeo di Toscolano (CET), un'associazione non-profit che funge da scuola per autori, musicisti e cantanti..E’ a livello internazionale. Ho presentato il Cet a Boston, ho tenuto lezioni  ad Harward, a Berkley, gli americani sono molto interessati alla nostra didattica: ho professori che sono musicisti, autori, cantautori, arrangiatori, produttori, gente vicino alla musica e alla vira, noi formiamo gli artisti per i conservatori, il livello è altissimo. Stiamo aprendo una sede anche a Roma”.

Da dove nasce  il prof.  Mogol, al secolo ragionier Giulio Rapetti?
“Il nome nacque nel 1959, quando gli pseudonimi erano piuttosto diffusi tra i compositori. Anche mio padre ne aveva uno, "Calibi", con cui firmò “Le colline sono in fiore”. Con mio padre in Ricordi, volevo poter firmare canzoni senza passare per raccomandato. Mandai alla Siae una lista di 30 pseudonimi. Tutti bocciati. Compilai un listone con 120 altri nomi. Alla fine passò solo "Mogol".”

Suo padre “Calibi”…. Fu lui che la iniziò alla scrittura di canzoni?
“Mio padre era un editore, allora gli editori usavano  degli pseudonimi per rientrare negli incassi, ma scrisse il testo di una sola canzone e poi basta. E’ stato un grande editore”.

E lei che ruolo aveva alla Ricordi?
“Quello di un computer. Tenevo i conti degli incassi delle canzoni e le scrivevo su un librone. Avevo delle mansioni molto modeste. Poi ho incominciato a scrivere testi come Mogol. Allora si veniva pagati a forfait. 5000 lire a canzone. Due euro e cinquanta. La compra l’Editore. Ma questo lavoro alla catena di montaggio mi servì perché feci una grandissima pratica. Io guadagnavo allora 42 mila lire al mese, arrotondavo cosi. Lavorare è importante per quanto riguarda la tecnica, l’automatismo, la metrica, le rime mi è servivo molto  questo apprendistato. Poi ho  incominciato a scrivere quel che pensavo io e ho avuto successo”.

E la dinastia oggi continua con suo figlio Cheope..
“Cheope è un autore di Ramazzotti…".

E oggi?  Lei  è presidente della Siae...
“Mio papà era innamorato della Siae. Io non l’ho mai contestata, è quella che difende il diritto d’autore. Ho sempre avuto grande rispetto, diƒende centomila autori, senza Siae la cultura popolare va per aria. Oggi c’è questa spaventosa truffa del web,  di youtube, guadagnano miliardi e non ci vogliono pagare i diritti ”.

La sua filosofia…
“Io vivo giorno per giorno, ho una esistenza interna, quella di giungere a dei valori per essere più felice possibile, io voglio essere assolutamente libero. Un uomo libero  è come un  bambino, fa le cose che gli piacciono”.

Non è poco. Lo dice la sua autobiografia….”Il mio mestiere è vivere la vita”.
“Edizione Rizzoli. Ma  il libro non è stato promozionato bene. Un libro se non ha una promozione resta nei magazzini. Ho invece pubblicato due libri di aforismi che hanno venduto molto: “Le ciliegie e le amarene“ e  “le arance e i limoni”. Ed Minerva.  Alla gente piacciono gli aforismi. Poche parole per dire molto“.

Niente politica-politica?
“Non mi sono mai etichettato politicamente, non ho ai parlato per dogmi politici. Le ideologie sono delle false associazioni dietro le quali si nascondono gli individui. Ma se uno è un cretino, è un cretino, non c’è ideologia che tenga. Io mi ricordo che nel '68 se uno non era un comunista, era fascista. Pure Battisti era etichettato così. Ma a lui non fregava niente delle ideologie: come me”.

Però D’Annunzio, un paroliere funambolico... Mogol mi richiama all’ordine.
“Paroliere è una parola che non mi piace. E’ un errore giornalistico per definire un autore di canzoni,. D’Annunzio è stato un personaggio importante, un poeta storico. C’è poesia di emozione e c’è poesia storica. Lui è stato un poeta storico. Molto importante per la storia d’Italia con Fiume, è uno dei grandi”.

Mi ricordo di un altro grande, Sgarbi. Mi diceva in una intervista che le canzoni hanno occupato lo spazio dei poeti classici, che ora sono scomparsi. E la gente ha bisogno di poesia…
“Mi dica qualche nome di poeti di oggi ? Non ce ne sono. Sgarbi mi ha definito il più  importante  poeta del Novecento”.

Ci sarà presto sulle antologie il testo de Il mio canto libero?
“Attenzione. E’ un manifesto dedicato alla società. E’ una canzone che parla di una separazione. Un nuovo amore dopo essersi separati da un matrimonio. E la società condanna queste separazioni. Se tu leggi la canzone in questa chiave, capisci tutto”.

Il sociale, dunque. E  poi è arrivato Maroni. Era allora governatore della Lombardia..
“Pensava a un inno per la Lombardia. Gli proposi una  canzone molto bella, scritta con il musicista Mario Lavezzi. Quel presidente lì aveva detto che la avrebbe lanciata, poi non ha fatto un bel niente…”.

Dove è finita?
“Non lo so. Era una bellissima canzone ma poi non facendo niente la canzone si spegne.”

Piove  una promessa inaspettata
“Chiami la mia segretaria al Cet, Lorella, si faccia inviare una copia  ella mia canzone sulla Lombardia, Affaritaliani.it faccia quello che non ha fatto Maroni, la pubblichi”.

Ringrazio il Maestro. Un inedito clamoroso. Una canzone perduta di Mogol, in questi tempi di magra, di rap e  di “immondizie musicali” (citazione di Battiato) non è poco. Un piccolo gioiello che Affari pubblicherà presto.

L’intervista è finita. Alessandro Sansoni, direttore di “Cultura e società” che ha fatto da patron a tutto il D’Annunzio week accompagna il Maestro in auto, direzione Cet .

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