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Esteri
Truppe di terra in Siria e in Iraq? Obama ci pensa. Ipotesi non esclusa

Alla vigilia del tredicesimo anniversario degli attentati dell’11 settembre, Barack Obama ha parlato alla nazione per annunciare il piano di intervento che porterà gli Usa a combattere nuovamente in Iraq per «colpire e distruggere, ovunque siano» i miliziani dello Stato islamico (IS) (qui il testo e video dell’intervento del presidente). Secondo il Commander in Chief la missione anti-IS non prevederà l’invio di soldati sul campo ma farà leva soprattutto sugli interventi aerei. Ciononostante sono numerosi i dubbi sulle reali capacità di intervento e sull’effettivo conseguimento di un obiettivo di medio-lungo periodo che vada oltre il contenimento della semplice minaccia jihadista. Mentre la Cia annuncia in un suo rapporto che l’IS può contare tra i 20.000 e i 31.500 combattenti tra Iraq e Siria – di cui 15.000 sono reclutati all’estero –, sono iniziati i bombardamenti aerei Usa nei dintorni della capitale Baghdad.
 
Qual è il piano Obama?

Come scrive Mark Thompson sul Time, il piano Obama è articolato in quattro punti. Il primo riguarda una «campagna prolungata e senza sosta» di bombardamenti aerei che avranno l'obiettivo di sostenere l'azione delle truppe che combattono gli jihadisti sul campo: iracheni, curdi e i ribelli siriani moderati che riceveranno gli aiuti militari. In secondo luogo, sarà incrementato «il nostro sostegno a quelle forze che stanno già combattendo i terroristi sul terreno». A tale scopo, Obama ha annunciato che invierà 475 soldati in aggiunta alle 1600 unità già presenti sul territorio, senza compiti di combattimento ma con funzioni di training e intelligence. Il terzo e quarto punto della strategia Obama riguarderà infine le attività di counterterrorism e l’assistenza umanitaria alle popolazioni colpite. Al fine di tagliare i finanziamenti ai jihadisti, di bloccare il flusso di combattenti stranieri in Iraq e in Siria e assicurare aiuti umanitari alle popolazioni più minacciate, - riporta Politico - Washington collaborerà con i partner della coalizione internazionale per un più efficace coordinamento dei servizi di sicurezza e un rafforzamento della sorveglianza delle frontiere.

What’s the next step?

In una realtà fluida com’è quella siro-irachena non è ancora chiaro se ai raid seguiranno un’operazione terrestre Usa o se, più verosimilmente, un’azione di guerriglia portata avanti dai peshmerga curdi. Questa rimane ancora la fase più nebulosa della strategia Obama. Ad ogni modo, come ha affermato il capo di stato maggiore Martin Dempsey durante un’audizione al Senato, se gli attacchi aerei non dovessero fermare l’avanzata islamista, gli Stati Uniti potrebbero inviare truppe di terra in Iraq e in Siria. La Casa Bianca si è comunque affrettata a precisare che si tratta solo di uno scenario ipotetico. Come riporta il Washington Post, al momento la posizione ufficiale statunitense non prevede un impegno militare diretto in Iraq. Obama ha, infatti, paragonato il corso strategico anti-IS alle missioni Usa in Yemen e Somalia. Tuttavia, come ha spiegato il generale in pensione Anthony Zinni dalle colonne del Guardian, i raid aerei rischiano di mostrarsi poco utili senza un supporto militare e di intelligence sul campo. Spostare delle truppe di terra comporta molti costi sia di possibili perdite umane, sia di risorse economiche. Su quest’ultimo punto in particolare il Congresso non sembra essere molto propenso a mettere a disposizione del Pentagono nuovi fondi aggiuntivi per coprire il budget della difesa. È quanto scrivono James Jeffrey e W. J. Hennigan su Foreign Policy e Los Angeles Times.

E’ una strategia vincente?

Il piano Obama non sembra aver convinto la comunità degli analisti che reputa il discorso del presidente più simile a una dichiarazione di intenti che a un vero e proprio programma. In molti convergono sul fatto che anche a livello politico persistono delle incognite nella nuova strategia Usa che potrebbero ingarbugliare la matassa siro-irachena. In un editoriale apparso su Todays Zaman, Beril Dedeoglu fa notare la molteplicità delle questioni in gioco, a cominciare dal rifornimento e dal supporto militare ai peshmerga curdi che dovrà avvenire senza favorire tendenze secessioniste che possano fungere da detonatore in altre realtà mediorientali dove è forte la presenza curda. Allo stesso tempo, non si può pensare di debellare il problema IS senza il coinvolgimento del regime di Assad in Siria e, soprattutto, senza tener conto dell’Iran. Tra i più critici vi è anche l’opinionista del Washington Post David Ignatius che avverte sui pericoli che si annidano dietro una strategia poco chiara, mentre Frederic Wehrey sul Carnegie Endowment for International Peace ritiene che una strategia del genere potrebbe non risolvere il problema del ricostituirsi della minaccia jihadista sotto altra forma e/o nome, né garantire una stabilizzazione della regione.
 
Da http://www.ispionline.it/
 

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