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Esteri
Birmania-Aung San Suu Kyi. Due facce e un futuro incerto
(fonte Lapresse)

Di Vincenzo Olita
Presidente Società Libera
 

La situazione in Birmania continua ad aggravarsi in un quadro estremamente confuso, anche a livello internazionale; infatti, si passa dalla risoluzione del Consiglio Onu dei Diritti Umani, estremamente vuota di contenuti, alla Dichiarazione del Consiglio di Sicurezza in cui si assicura di essere "attivamente impegnati sulla questione", raccomandando, alla Giunta militare, la moderazione e il rispetto per i diritti umani. L'inefficacia di queste posizioni è il risultato di un complesso lavorio diplomatico verso la Cina al fine di assicurare, con il suo voto favorevole, l'unanimità alla Dichiarazione. La Cina, infatti, è l'alleato più vicino alla giunta militare del generale Hlaing e più volte ha posto il veto ad una risoluzione contro la Birmania in nome del rispetto della sua sovranità nazionale. Intanto, si continua a morire, in uno scenario di tutti contro tutti. Su una popolazione di 55 milioni il 30% è rappresentato da minoranze etniche e religiose, Rohingya, Karen e Rakhine le principali. Con le ondate migratorie arabe, già a partire dal VII secolo d.C., si costituirono, nell'Arakan, le prime comunità musulmane e travagliate furono le vicissitudini nei secoli successivi.

Aung San Suu Kyi  occorre  collocarla  in questo contesto storico, figlia di  Aung San, Primo ministro ideatore del trattato di Planglong, dalla vita politica altalenante, tra l'amicizia con l'Impero giapponese e l'alleanza con quello britannico, fu assassinato nel 1947. Nel 1992, dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la pace, San Suu Kyi  fu condannata agli arresti domiciliari, più volte rilasciata e arrestata, liberata definitivamente nel 2010.

Nel 2016 divenne Consigliere di Stato, carica che, di fatto, le assicurava la guida del governo. Nello stesso anno, la repressione della minoranza rohingya, di religione musulmana, s'intensificò e apparve evidente che si andava verso una crisi umanitaria e sul contemporaneo conflitto armato con le minoranze Karen e Rakhine nel più assoluto silenzio del Primo ministro, anche. I Rohingya, dall'indipendenza, sono stati considerati degli scomodi intrusi ma è dal 2017 che la situazione è andata assumendo i caratteri di un genocidio. Scontri si sono sviluppati nello Kachin, al confine con la Cina, tra esercito birmano e KIA, Kachin Independence Army, identica situazione al confine con la Thailandia, tra l’esercito separatista Karen e la Giunta militare.              

Una situazione complessa, quanto mai lontana da un processo di pacificazione, che chiama in causa la responsabilità di San Suu Kyi e, ancor più, la sua ostinata difesa, negazionista, delle forze armate birmane dalle accuse di genocidio. Nel 2019, alla Corte penale internazionale dell’Aia, San Suu Kyi difese l'indifendibile sostenendo che l'esercito aveva solo risposto agli attacchi armati della formazione "Arakan Rohingya Salvation Army". Sicuramente la situazione birmana è estremamente complicata, contrasti etnici e religiosi affliggono alcuni Stati, tra le minoranze più numerose si sono formate milizie armate; a quelle già menzionate si aggiungono l'Arakan Army formazione buddista che rivendica l’indipendenza dell’Arakan, collegata a formazioni islamiche, ed altre narcomilizie etniche. Questo scenario, però, non può giustificare il terrore e l'uso della forza senza una visione che conduca ad un cammino di riconciliazione.

Dalla politica San Suu Kyi ci si aspettava altro, il suo percorso di vita lo presupponeva.

Il suo è un caso in cui un perseguitato indossa i panni del persecutore ma, con il colpo di stato del 1° febbraio, si ha il ritorno della persecutrice nella posizione di perseguitata e il suo rientro sugli altari, venerata dall'informazione internazionale, dalle cancellerie occidentali e dalla solita filiera dell'opportunismo politico.

Un mito è caduto e tramontato. La sua figura era stata riconsiderata dai grandi giornali internazionali, assente, al solito, buona parte dell'informazione italiana. Le sono stati ritirati i Premi Sakharov e Ambasciatore della coscienza, il primo, assegnato nel 1990 dal Parlamento europeo per la libertà di pensiero. Nel mondo, l'affetto e l'entusiasmo sono scemati. La sua popolarità risale con il nuovo arresto. Ma la politica in nessun caso dovrebbe tollerare chi si macchia di complicità nel genocidio di un popolo, dovrebbe essere ben chiaro che schierarsi con chi difende i Diritti Umani non è scelta perpetua e irreversibile. Ancora siamo con i popoli birmani, ma non più in nome di chi ha negato i diritti naturali a una parte di quei popoli. Questa è la nostra libertà di pensiero.

 

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