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Esteri
Cessate il fuoco non vuol dire pace. L'analisi

Tregua — La stampa dà sempre notizia di un “cessate il fuoco” in termini gioiosi e ottimistici, come se con questi episodi “scoppiasse la pace”. Non è quasi mai così e l’illusione giornalistica può essere dannosa per le parti così sprovvedute da crederci davvero. Oltre al fatto che in genere le tregue non reggono, non sembrano neanche “avviare” verso una soluzione pacifica del conflitto.

Il giornalista Patrick Burke—dopo l’ennesimo annuncio della sospensione dei combattimenti per il controllo della città di Aleppo—ha fatto un censimento di questi episodi falliti, partendo dalla Guerra civile birmana del 1947 per arrivare agli attuali conflitti in Ucraina, nello Yemen e in Siria. Delle 105 tregue fallimentari analizzate, l’84 percento sono state seguite da una pesante offensiva entro una media di soli 13 giorni. Tutte e quattro le tregue concordate in Ucraina sono state seguite dal lancio quasi immediato di nuove offensive; nello Yemen i 9 cessate il fuoco finora falliti hanno portato subito a 7 devastanti attacchi su larga scala: solo in due casi è proseguito il “normale” livello di violenza di prima. La guerra in Siria ha generato una casistica particolarmente ricca. Sulle 20 tregue fallite esaminate, 19 hanno comportato una rapida ripresa della violenza attraverso nuove offensive militari.

Nei fatti, le pause nei combattimenti vengono utilizzate non tanto per cercare una risoluzione al conflitto quanto per prepararsi a scontri ancora più cruenti. Non si riparte da dove si era arrivati, ci si riorganizza per far di peggio. Il fenomeno è stato evidente nella guerra del Vietnam. I Viet Cong e lo Stato Maggiore Usa hanno entrambi sfruttato i cessate il fuoco per le festività—il Natale cristiano e il Têt, il Capodanno vietnamita—non per cercare di abbassare il livello degli scontri ma per ripartire con slancio maggiore. Ne è esempio l'Offensiva del Têt del 1968, un grande attacco a sorpresa sferrato dai nordvietnamiti, le cui forze colpirono quasi tutte le maggiori città del Sud, cogliendo ovunque impreparate le truppe americane e sudvietnamite e imponendo una svolta alla guerra.

La Russia invece, durante l’ultimo cessate il fuoco di Aleppo, ha mandato una flotta navale in Siria guidata dalla portaerei Kuznetsov per portare rifornimenti alle sue truppe e per consegnare nuovi sistemi d’armamenti, compresi nuovi elicotteri d’attacco ancora sperimentali, da “testare sul campo” all’inevitabile ripresa dei combattimenti.

È nota la “Tregua di Natale” del 1914, quando soldati tedeschi e britannici sul Fronte Occidentale lasciarono spontaneamente le trincee e si incontrarono nella terra di nessuno per celebrare la Festività. Dopo avere cantato degli inni insieme, giocato a pallone e scambiato dei piccoli regali, il giorno dopo ripresero ad ammazzarsi. È meno celebrato un episodio analogo a Salgareda (TV) la notte di Natale del 1917, quando gli Austro-Ungarici nelle trincee lungo il Piave iniziarono a suonare e a cantare in coro, rivolgendosi agli Italiani sulla sponda opposta e proponendo una breve tregua: “O buoni italiani, lasciateci divertire tranquillamente in questa sera della vigilia di Natale! … Divertitevi anche voi e buona notte!” La proposta, riportata nei diari di guerra del soldato Antonio Rotunno, fu “informalmente” accolta e per una notte le armi tacquero. Si era a un mese dalla sanguinosissima disfatta di Caporetto.

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