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Ceuta, la realtà che mette alla prova il modello dell’accoglienza. E l’Europa mira sempre più al controllo delle frontiere

Sullo sfondo, l’ipotesi di Palazzo Chigi di reintrodurre controlli alle frontiere con la Spagna, nel solco di precedenti come il caso Ghali del 2021 e la crisi turco-greca del 2020

Ceuta, la realtà che mette alla prova il modello dell’accoglienza. E l’Europa mira sempre più al controllo delle frontiere

Ceuta, il fallimento dell’accoglienza senza controllo: perché l’Europa guarda al modello Meloni

Ci sono immagini che valgono più di qualsiasi vertice europeo. Quelle arrivate da Ceuta, con centinaia di migranti che tentano di raggiungere a nuoto l’enclave spagnola dal Marocco, sono destinate a riaprire il grande dibattito sull’immigrazione. Non solo in Spagna, ma in tutta Europa. Perché quelle scene raccontano una realtà che la politica, troppo spesso, ha preferito leggere attraverso le lenti dell’ideologia. E ricordano una verità scomoda: quando il controllo delle frontiere si indebolisce o viene percepito come tale, la pressione migratoria può aumentare rapidamente. È un tema che divide governi e opinione pubblica, ma che torna puntualmente ogni volta che si verificano episodi come quello di Ceuta. Nessuno, naturalmente, pensa di poter fermare un fenomeno globale con una ricetta semplice. Ma è significativo che oggi il confronto europeo si concentri sempre più su accordi con i Paesi di origine e di transito, rimpatri più efficaci e rafforzamento delle frontiere esterne.

In questo contesto, il modello italiano promosso dal governo Meloni viene indicato dai suoi sostenitori come un cambio di paradigma rispetto al passato. L’obiettivo dichiarato non è quello di gestire gli arrivi una volta avvenuti, ma di ridurli a monte attraverso accordi con i Paesi di origine e di transito, un rafforzamento del controllo delle frontiere esterne, il contrasto alle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani e un incremento dei rimpatri di chi non ha diritto alla protezione internazionale. Il governo di Pedro Sánchez si trova ora davanti alla contraddizione di una linea che per anni ha presentato la disponibilità all’accoglienza come alternativa alla fermezza. È la conferma che la distinzione decisiva non passa tra chi sarebbe umano e chi sarebbe insensibile, ma tra chi prova a regolare i flussi prima dell’ingresso e chi interviene soltanto quando l’emergenza è già esplosa.

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Quando Giorgia Meloni arrivò a Palazzo Chigi, infatti, la sua linea venne accolta con grande scetticismo da una parte delle opposizioni e anche da diversi partner europei. Gli accordi con i Paesi del Nord Africa, la cooperazione con gli Stati di transito, il contrasto ai trafficanti e la richiesta di una maggiore responsabilizzazione dei Paesi di partenza furono descritti da molti come misure difficilmente realizzabili. A distanza di quasi quattro anni, il quadro europeo appare diverso. Sempre più governi chiedono esattamente ciò che Roma sosteneva fin dall’inizio: esternalizzare parte della gestione dei flussi, rafforzare i rimpatri, aumentare la cooperazione con i Paesi terzi e impedire alle organizzazioni criminali di decidere chi entra in Europa. Non significa che tutte le proposte italiane siano state adottate integralmente, ma il dibattito europeo si è spostato in quella direzione.

Anche i numeri degli sbarchi verso l’Italia hanno registrato una riduzione rispetto ai livelli più elevati degli anni precedenti, pur restando influenzati da fattori geopolitici e diplomatici. È un elemento che i sostenitori dell’azione del governo indicano come segnale dell’efficacia di un approccio basato sulla prevenzione delle partenze e sulla cooperazione internazionale. Non è un caso che anche l’Unione europea abbia progressivamente modificato il proprio orientamento. Sempre più governi sostengono la necessità di rafforzare la dimensione esterna della politica migratoria, attraverso partenariati con Paesi terzi, una maggiore cooperazione sui rimpatri e misure più incisive contro l’immigrazione irregolare. Un’evoluzione che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata difficilmente immaginabile. Le scene di Ceuta sembrano rafforzare questa tendenza. Quando migliaia di persone tentano contemporaneamente di superare una frontiera, emerge con evidenza quanto sia complesso coniugare il dovere umanitario con l’esigenza di garantire sicurezza, ordine pubblico e sostenibilità dei sistemi di accoglienza. Ignorare una di queste dimensioni significa offrire risposte incomplete.

I precedenti

Cinque anni fa, durante la crisi diplomatica provocata dall’ospitalità concessa dalla Spagna al leader del Fronte Polisario Brahim Ghali, oltre ottomila persone entrarono a Ceuta mentre i controlli marocchini apparivano improvvisamente allentati. Il Parlamento europeo accusò allora Rabat di avere utilizzato i migranti, compresi numerosi minori, per esercitare pressione politica sulla Spagna. Il Marocco respinse l’accusa, ma quella vicenda resta uno dei casi più evidenti di possibile “weaponisation of migration”, la trasformazione dei flussi migratori in uno strumento negoziale e diplomatico. È lo stesso meccanismo utilizzato nel 2020 da Recep Tayyip Erdoğan. Il presidente turco annunciò l’apertura delle frontiere e migliaia di migranti furono indirizzati verso la Grecia, nel tentativo di ottenere dall’Unione europea maggiore sostegno politico ed economico sulla crisi siriana. Ankara sfruttò la presenza di milioni di profughi sul proprio territorio come una leva nei confronti di Bruxelles: aiuti, concessioni e appoggio internazionale in cambio del contenimento delle partenze. Il vero errore della sinistra europea è stato pensare che l’accoglienza potesse sostituire una politica delle frontiere.

La solidarietà verso chi fugge dalle persecuzioni è un dovere, ma uno Stato deve poter distinguere i rifugiati da chi entra irregolarmente, fermare i trafficanti ed effettuare i rimpatri. Diversamente, il messaggio trasmesso è che basta raggiungere il territorio europeo per ottenere comunque la possibilità di restare. Ceuta, in questo senso, rappresenta un campanello d’allarme anche per il centrosinistra italiano. Per anni una parte della sinistra ha insistito soprattutto sulla redistribuzione dei migranti all’interno dell’Unione e sul rafforzamento dei sistemi di accoglienza. ll problema, infatti, non è la solidarietà verso chi fugge davvero da guerre e persecuzioni, ma spesso è quello dell’ideologia che confonde l’umanità con la rinuncia dello Stato a decidere chi entra, in quali condizioni e con quale titolo. Una linea permissiva non elimina le tragedie: rischia di moltiplicare le partenze, arricchire le reti criminali e rendere ancora più pericolosi i viaggi

Il punto politico, però, è un altro. L’Europa del 2026 non discute più se rafforzare le frontiere, ma come farlo. Non si interroga più sull’opportunità di negoziare con i Paesi africani, bensì su quali strumenti rendere più efficaci. Non mette più in discussione la necessità dei rimpatri, ma la loro concreta attuazione. La sfida, dunque, non è scegliere tra umanità e sicurezza, ma trovare un equilibrio credibile. Le immagini di Ceuta dimostrano che affidarsi esclusivamente alla gestione degli arrivi non basta. Per chi sostiene la linea della fermezza, la priorità resta intervenire prima che i flussi raggiungano le coste europee, rafforzando la cooperazione con i Paesi di origine e di transito e rendendo effettivi i rimpatri di chi non ha titolo a restare. La conseguenza più grave potrebbe ora ricadere sull’intera Europa. Secondo fonti di Palazzo Chigi riportate da diversi organi d’informazione, il Governo italiano sta valutando misure su Schengen nei confronti della Spagna. Tecnicamente non si tratterebbe di abolire il Trattato, ma di reintrodurre temporaneamente controlli alle frontiere interne, possibilità prevista dal Codice Schengen solo come extrema ratio davanti a una seria minaccia per l’ordine pubblico o la sicurezza. E il dibattito aperto da quanto accaduto a Ceuta difficilmente potrà essere archiviato come un episodio isolato. Perché la gestione dell’immigrazione continuerà a rappresentare uno dei principali test sulla capacità dell’Unione europea di coniugare solidarietà, legalità e controllo delle proprie frontiere.

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