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Esteri
G7 e conferenza di pace sull’Ucraina, quello che non si può dire
Volodymyr Zelens'kyj Giorgia Meloni

Conferenza di pace sull’Ucraina, quello che non si può dire

Indire una conferenza di pace senza invitare uno dei contendenti e segnatamente la Russia di Vladimir Putin, appare alquanto singolare, se non decisamente surreale. Eppure, per la china presa dagli eventi in questi due anni e mezzo che ci separano dall’inizio dell’invasione russa, il vertice che si aprirà a Bürgenstock -in Svizzera- domani, sabato 15 giugno, appare un passaggio ineludibile con un senso strategico inconfessabile.

Come è facile intuire, infatti, l’assise potrà ufficialmente solo ipotizzare e, nel migliore dei casi, elaborare una proposta di tregua o di accordo di pace da sottoporre all’attenzione del Cremlino. Una proposta che, di fatto, avrebbe potuto vedere la luce anche senza il palcoscenico internazionale e le luci della ribalta di una conferenza di pace decisamente sui generis.

Allora perché tanto rumore? Il motivo è presto detto: bisogna -ufficialmente- celebrare alla massima potenza l’eroe Volodymyr Zelensky per poi chiedergli -sotto banco ma con una potenza di “fuoco politica” ai massimi livelli- un passo indietro su tutta la linea.

Ovvero un passo indietro (se non una vera e propria abiura) sul decreto che sancisce l’impossibilità di fare accordi di pace con lo “Zar di Mosca”, sulla rivendicazione -senza se e senza ma- dell’integralità del territorio ucraino e, soprattutto, sulla richiesta di adesione alla NATO.

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Condizioni condivise ormai anche dalla Casa Bianca e che costituiscono la base di una qualunque ipotesi -credibile- di proposta di pace ma anche posizioni che rischierebbero di smentire apertamente e clamorosamente l’operato (e soprattutto la narrazione integralista) del Presidente ucraino il quale ha sempre rigettato ogni possibilità di venire a patti con Vladimir Putin proclamando -ai quattro venti- di voler vincere la guerra contro Mosca senza possibilità di compromesso.

Una virata di 360 gradi che -per non far perdere la faccia a Zelensky (lo si dica con chiarezza)- imponeva una grande kermesse per celebrare, da un lato, il condottiero di Kiev, e, dall’altro, dare la possibilità all’Occidente di farsi carico dell’onere di una nuova strategia capace di condurre alla conclusione di un conflitto che, ormai, non tollera più nessuno.

Dunque, sotto l’egida dell’Occidente (e i 50 miliardi stanziari dal G7 serviranno a questo), Kiev sarà accompagnata (per non dire “costretta”) ad un accordo con Mosca, tutto al suono della fanfara e nella scintillante atmosfera di una virtuale vittoria.

Questo appare il vero senso -non detto ma decisivo- di una conferenza di pace apparentemente insensata che lo stesso Joe Biden ha benedetto sperando di poter sbandierare l’accordo di pace prima del 4 novembre, giorno dell’elezione del 47° Presidente degli Stati Uniti d’America. 






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