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Esteri
Coronavirus, non ci perde solo la Cina. E Trump adesso rischia più di Xi
Donald Trump e Xi Jinping (foto Lapresse)

Lo si è più volte definito il possibile "cigno nero" della Cina. Ma il nuovo coronavirus, alla fine, potrebbe avere più conseguenze politiche altrove che non nel paese da dove è nato. Leggasi, Stati Uniti d'America, dove il 3 novembre si vota per le elezioni presidenziali. Elezioni che fino a qualche settimana fa apparivano scontate, con Donald Trump pronto a rimanere per altri quattro anni alla Casa Bianca. Ora, il tycoon eletto nel 2016 ai danni di Hillary Clinton è ancora il favorito, ma sulla sua strada rischia di planare un'insidiosa buccia di banana.

XI JINPING PRONTO A SCONFIGGERE IL "DEMONE" CORONAVIRUS

Per qualche settimana sono arrivati attacchi a Pechino un po' da tutte le parti. Come ormai in qualsiasi campo, anche l'emergenza sanitaria è diventato un argomento polarizzante in riferimento alla Cina: dagli Stati Uniti all'Europa, in molti hanno attaccato il governo per la poca trasparenza, pronosticando che l'epidemia potesse essere l'inizio della fine del modello cinese. La vicenda del medico Li Wenliang ha creato più di un imbarazzo anche a livello interno, con un'ondata di rabbia e indignazione social di proporzioni del tutto inedite. Eppure, il governo centrale sembra essere riuscito a imporre la sua narrazione. Nel mirino ci sono finiti soprattutto i funzionari locali, mentre Xi Jinping, promettendo la vittoria contro il "demone" Covid-19, si rilancia come "cavaliere senza macchia". Certo, forse non tutti all'interno del partito sono soddisfatti, anche il dibattito interno (sempre presente) non verrà esplicitato all'esterno. I nuovi casi di contagio, così come il numero delle vittime, ha iniziato a rallentare e Pechino spera che di aver superato il picco dell'epidemia. L'obiettivo è ripartire il più presto possibile. Le conseguenze economiche saranno importanti, non lo nega neppure il Partito Comunista. Quelle politiche potrebbero essere circoscritte, con il rilancio in piena regola del "modello cinese", che potrebbe comunque risentire di alcuni effetti collaterali, per esempio l'improvvisa consapevolezza, da parte di diversi paesi, di non poter dipendere da un solo partner economico, per quanto imponente.

DONALD TRUMP E LO SPETTRO CORONAVIRUS SULLE ELEZIONI USA 2020

Negli Stati Uniti cambia lo scenario. Per oltre un mese e mezzo sembrava tutto tranquillo per Trump & company, tanto che i "falchi", segretario di Stato Mike Pompeo in primis, hanno utilizzato la crisi sanitaria per attaccare il modello cinese. Più cauto, sin dall'inizio, l'atteggiamento del presidente. Ora però il coronavirus è arrivato anche negli Usa: c'è stata la prima vittima e si teme una moltiplicazione dei casi. Wall Street ha vissuto una settimana (la scorsa) da incubo, mentre Apple sta cercando di delocalizzare la produzione dalla Cina, visti gli enormi rischi di profitto. D'altronde le economie di Washington e Pechino sono molto più intrecciate di quanto spesso non si dica, rendendo difficile quel "decoupling" (disaccoppiamento) da molti profetizzato.

Le conseguenze economiche, insomma, si fanno e si faranno sentire anche negli States. E proprio nell'anno delle elezioni presidenziali. Si sa che gli elettori americani votano non tanto guardando alla politica estera ma al portafoglio. E un ingresso in recessione proprio nell'anno delle urne potrebbe rappresentare un bel problema per Trump. Non a caso, i candidati alle primarie democratiche, che fino a qualche settimana fa sembravano dei semplici agnelli sacrificali in vista della sfida per la Casa Bianca, sfruttano il tema. Joe Biden, per esempio, ha accusato Trump di essere stato troppo molle e accondiscendente con la Cina sul fronte del coronavirus.  "Fossi io il presidente insisterei con la Cina perché lasci entrare i nostri scienziati per determinare con precisione come l'epidemia è partita, da dove è partita e a che punto è arrivata", ha detto Biden. Anche Bernie Sanders ha parlato di Cina, adombrando persino una possibile reazione statunitense nel caso Pechino prenda iniziative militari nei confronti di Taiwan. 

Trump pare aver già fiutato il pericolo. Non a caso, tra i suoi sostenitori va di moda ora la teoria secondo la quale il coronavirus (definita una "semplice influenza") non sia altro che un complotto per colpirlo, con il celeberrimo "deep state" che avrebbe creato l'emergenza, o la starebbe sfruttando, come un'arma politica per screditare il presidente. Trump, con una serie di conferenze stampa, sta provando a concentrare su di sé la comunicazione in merito al coronavirus, provando a mettere in secondo piano alcune cifre e previsioni in arrivo dalle autorità sanitarie. 

Alla fine della storia, le conseguenze politiche più rilevanti del coronavirus potrebbero arrivare proprio dagli Stati Uniti. Le elezioni del 3 novembre prossimo potrebbero risentire delle conseguenze della pandemia. E in modo non positivo per l'attualmente favorito, vale a dire Donald Trump.

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