Matthew Pottinger, viceconsigliere per la sicurezza nazionale statunitense, è l’ispiratore della strategia dura e aggressiva con cui Donald Trump e la Casa Bianca si stanno confrontando con la Cina riguardo alla pandemia da coronavirus, e ora ha aperto un inedito canale di comunicazione diretta con il popolo cinese.
L’occasione l’ha fornita una conferenza, online, organizzata dal Miller Center sulle relazioni tra Washington e Pechino, dal titolo U.S.-China Relations in a Turbulent Time: Can Rivals Cooperate?. Pottinger ha tenuto il suo intervento in mandarino e questo è inusuale nelle comunicazioni tra i due Paesi, ma non per lui, che il cinese l’ha studiato all’università e in Cina ha vissuto sette anni.
Il dialogo tra Cina e Stati Uniti si concentra generalmente sull’economia e sul commercio, e col suo discorso Pottinger ha introdotto un tema più delicato, quello della democrazia e dei suoi valori che, ha sostenuto, sono più legati storicamente alla cultura cinese che a quella occidentale.
Ha fatto riferimenti alla ricorrenza del 4 maggio, anniversario dei moti di protesta che hanno preso piede a Pechino nel 1919, e che nella storiografia ufficiale della Repubblica popolare cinese sono considerati il punto di partenza della storia contemporanea del Paese, portatori di innovazione, progresso, fiducia nella scienza e democrazia.
“Una società sana dovrebbe avere più di una voce”, ha detto il viceconsigliere, citando poi Hu Shih, un pensatore di spicco dei Moti del 4 maggio, e P.C. Chang, un diplomatico che ha contribuito a redigere la Dichiarazione universale dei diritti umani delle Nazioni Unite. Questa tattica si rifà ai dissidenti cinesi quando criticano i loro leader: appellarsi alla storia nazionale, agli anniversari e alle azioni degli eroi del passato, piuttosto che attaccarli direttamente.
Qualcuno ha già sollevato dubbi sull’efficacia di un discorso dai toni così sottili, che potrebbe essere ben presto nascosto da quelli ben più forti e rudi utilizzati dal resto dell’amministrazione presidenziale. Eppure Pottinger non ha lasciato nulla al caso, utilizzando la lingua mandarina, per rivolgersi direttamente alla popolazione cinese, offrendole velatamente come modello la democrazia americana, non ha risposto all’interrogativo presente nel titolo della conferenza, “In questo periodo turbolento, Usa e Cina possono cooperare?”, e ha eluso le domande sui rapporti tra Cina e Hong Kong e sul futuro dei colloqui commerciali tra Stati Uniti e Cina.
Senza dimenticare che resta sempre lui dietro la strategia che la Casa Bianca sta adottando nelle comunicazioni ufficiali che riguardano la pandemia da coronavirus e la Cina. Ultimo ad affermarlo è stato il Washington Post, che citando fonti amministrative ha individuato proprio il viceconsigliere dietro certe dure prese di posizione di Trump. Per esempio, sembra essere stato lui il primo a usare l’espressione “virus cinese” per indicare il Covid-19, e a esortare l’intera amministrazione a farlo.
Già a gennaio, ha iniziato a fare pressioni affinché l’intelligence americana indagasse sulla trasparenza con cui Pechino stava affrontando l’epidemia, e sulla possibilità che il virus fosse stato creato in laboratorio e poi diffuso, più o meno dolosamente. Teoria di cui a tutt’oggi è uno dei maggiori sostenitori.
Uomo di pensiero e di azione, Matthew Pottinger è stato definito da Steve Bannon, “una delle persone più significative dell’intero governo degli Stati Uniti”, pur non rientrando nell’ala più conservativa del Partito repubblicano e rimanendo spesso nell’ombra.
Laureato in sinologia all’università del Massachusetts, ha lavorato diversi anni come giornalista, tra cui, dal 1998 al 2001, come corrispondente di Reuters da Pechino, dove ha vissuto in prima persona le intimidazioni delle autorità cinesi. È stato lui stesso a raccontare di perquisizioni subite, eliminazioni di materiale compromettente per evitare rappresaglie e anche di un’aggressione fisica avvenuta in un locale pubblico allo scopo di intimidirlo e farlo allontanare dal Paese.
Più volte candidato al Premio Pulitzer, ha documentato l’epidemia di Sars scoppiata nel 2002 in Cina e lo tsunami del 2004 che ha colpito l’Indonesia. L’anno successivo ha impresso una svolta alla propria carriera, arruolandosi nell’esercito americano come ufficiale del corpo dei Marines, operando in Iraq e Afghanistan.
Per questo è ben visto da molti generali presenti nell’entourage del presidente Trump, mentre per la sua profonda conoscenza della cultura orientale è diventato l’ispiratore delle politiche statunitensi con Cina e Corea del Nord.

