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Esteri
Corea (e Italia): le sfide geopolitiche post Covid-19

Il timore di una nuova crisi economica, la competizione globale tra Stati Uniti e Cina, lo spettro di un decoupling, il difficile posizionamento tra Washington e Pechino. Il Covid-19 ha accelerato una serie di tendenze in atto da tempo e presenta prima del previsto il conto di alcune sfide da risolvere. Seppur molto lontane geograficamente tra loro, queste sfide hanno un aspetto simile per Italia e Corea del sud, che al menù aggiungono rispettivamente il caos in Libia in un caso e la rinnovata tensione con Pyongyang nell'altro. Questa ideale vicinanza è ben rappresentata dal webinar "La Repubblica di Corea e le sfide geopolitiche post-Covid19", organizzato dall'Ambasciata d'Italia a Seoul giovedì 18 giugno.

"Poteri medi come Italia e Corea sperano che lo scenario internazionale non sia dominato dalla tensione", spiega Federico Failla, ambasciatore italiano a Seoul, che sottolinea come i due paesi abbiano "tante somiglianze: dimensioni, popolazione, pil. Certo, i nostri vicini sono forse meno difficili di quelli coreani. Ma abbiamo simili sfide davanti a noi, per questo aumentare la cooperazione è fondamentale". Secondo l'ambasciatore, "il Covid sta velocizzando processi già in corso", in uno scenario nel quale "la geoeconomia si incrocia sempre di più con la geopolitica. Problemi che non sembravano così urgenti ora stanno diventando urgenti". Per quanto riguarda i difficili rapporti tra Usa e Cina, Failla spiega come "paesi votati all'export come Italia e Corea sono in difficoltà quando ci sono ansia e divisioni". Secondo l'ambasciatore, il tanto temuto decoupling (disaccoppiamento economico) "non è inevitabile", anche perché "ci sono tante questioni, dalla cooperazione sanitaria al clima fino al crimine organizzato e al terrorismo, che vanno per forza di cose affrontate in modo globale e multilaterale". 

E' la stessa opinione espressa da Ra Jong-yil, docente al National Defence College di Seoul ed ex consigliere presidenziale in materia di difesa: "Non credo che un vero decopling sia possibile. Anche perché ci si dimentica spesso che i paesi non sono singole entità. La Cina non è solo Xi Jinping e gli Stati Uniti non sono solo Donald Trump. Per convenienza e facilità si prendono sempre i paesi come blocchi unici, ma in realtà le cose sono sempre più complesse. Dovremmo andare oltre per capire anche le dinamiche domestiche che si riflettono poi su quelle globali". Ra Jong-yil spiega che la Corea "dipende molto sia dalla Cina e sia dagli Usa. Gli scossoni della competizione tra le due superpotenze qui si sentono più che altrove" e auspica che un giorno i paesi asiatici possano essere in grado di risolvere i problemi che si portano avanti a livello storico. "La presenza degli Stati Uniti in Asia è dettata dal fatto che Cina, Giappone e Corea non sono mai riusciti ad appianare le tensioni per conto loro. Io spero e confido in una nuova fase di cooperazione asiatica, con o senza l'aiuto di Washington". Tornando all'ipotesi decoupling, Ra si chiede come si possano "cambiare le aspettative pubbliche e i livelli di consumo. Come si può cambiare l'idea di felicità raggiunta in questi decenni? Io credo che alla fine un vero decoupling non ci sarà".

John Delury, docente di Chinese Studies alla Yonsei University Graduate School of International Studies di Seoul, spiega come prima del Covid "la Corea stava lavorando duramente per diminuire i rischi dell'essere così dipendente da Cina e Stati Uniti, ma in generale proprio dalla relazione Washington-Pechino. Quella coreana è una delle economie più vulnerabili del mondo a questa competizione strategica". Per farlo, Seoul aveva lanciato una "new southern policy", per approfondire i legami con i paesi Asean, "sviluppando rapporti interessanti per esempio col Vietnam", dice Delury. "Allo stesso modo ha tentato di rafforzare i legami con l'Unione europea. Con la pandemia i lavori non stanno andando avanti ma Seoul sta comunque cercando di non sprecare gli sforzi fatti in precedenza sia a livello economico sia a livello diplomatico. E può contare su un'arma importante come il soft power, ben rappresentato per esempio dal successo di k-pop e k-drama". Per quanto riguarda lo scenario globale, Delury dice che "non si può più pensare di poter trasformare la Cina e farla diventare una democrazia di tipo occidentale. Però bisogna trovare il modo di cooperare comunque, soprattutto su alcuni temi come il clima". E conclude: "Sarà molto importante il risultato delle elezioni Usa. Con Biden la strategia di fondo sulla Cina potrebbe anche non cambiare ma si aprirebbero possibilità di dialogo, con altri quattro anni di Trump sarebbe poi difficile premere il tasto rewind".

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