Regno Unito, Villa (Ispi): “Il consenso di Starmer era in calo da tempo”
Mentre la crisi politica a Londra precipita con le repentine dimissioni di Keir Starmer, il Regno Unito si ritrova proiettato in una nuova fase di profonda incertezza istituzionale ed economica. Sullo sfondo, la vertiginosa caduta nei sondaggi del Labour e l’ombra di una leadership di Andy Burnham riaprono i nodi strategici di un Paese stretto tra una cronica stagnazione finanziaria e la necessità di ridefinire il proprio posizionamento internazionale.
Il tracollo elettorale dei laburisti e lo spettro di un cambio di rotta economico basato su deficit e spesa pubblica sollevano interrogativi cruciali: il Regno Unito è ormai condannato a un’instabilità strutturale dopo gli anni turbolenti della post-Brexit? E quali sarebbero i costi reali, in termini di credibilità internazionale e mercati finanziari, di una virata tecnocratica o populista a Downing Street?
A fare chiarezza è Matteo Villa, Senior Research Fellow presso l’ISPI ed esperto di politica economica, che ad Affaritaliani analizza le ragioni profonde della crisi britannica e i possibili scenari futuri: “Il consenso di Starmer era in calo da tempo: la questione è che il suo approccio da ‘professore’ non funziona. Starmer governava come se la cosa più importante fosse dimostrare competenza, ma gli elettori britannici cercano qualcuno che sappia parlare alla loro pancia, più che alla loro testa”.
Quali sono le ragioni politiche più profonde che potrebbero aver portato Keir Starmer a un crollo così rapido di consenso e alle sue dimissioni?
“Partirei dai numeri: due anni fa il Labour aveva ottenuto il 34% dei voti. Oggi sarebbe intorno al 20%, scavalcato da Reform al 28% e con i conservatori al 18%. Il tracollo alle elezioni locali di maggio è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Ma il consenso di Starmer era in calo da tempo: la questione è che il suo approccio da “professore” non funziona. Starmer governava come se la cosa più importante fosse dimostrare competenza, ma gli elettori britannici cercano qualcuno che sappia parlare alla loro pancia, più che alla loro testa. Niente di più lontano da lui, che ha un profilo e un’indole tecnocratica mantenuta per tutto il mandato.
È poi impossibile ignorare che ormai tra gli elettori serpeggia una sfiducia diffusa verso chiunque sia alla guida del Paese, che prima di lui aveva portato a “bruciare” cinque premier conservatori in otto anni. Da questo punto di vista, Starmer è durato persino troppo!
Infine, ad affossarlo è stata una sequela di errori politici alla cui base c’est un malinteso: voler provare a fare “i laburisti”, ma senza una visione e senza soldi. Per esempio il taglio della winter fuel allowance per i pensionati, che li ha fatti arrabbiare e ha reso più impopolari gli aumenti delle tasse sulle imprese. La narrazione è diventata: “il Labour chiede sacrifici ma non migliora i servizi pubblici”. Da qui i continui cambi di rotta a cui è stato costretto il governo, che hanno rafforzato l’effetto dell’assenza di una narrazione chiara e coerente. Se il messaggio è costantemente contraddetto, sparisce”.
Se Andy Burnham dovesse effettivamente diventare primo ministro, quali scenari si aprirebbero per il Regno Unito nei prossimi due o tre anni? Quali potrebbero essere i cambiamenti più significativi in politica interna, nei rapporti con l’Unione Europea e nel posizionamento internazionale del Paese?
“Penso che Burnham rischi di avere vita altrettanto breve. Sulla carta è il contrario di Starmer: un politico che sa parlare alla pancia del Paese, a contatto con il “Paese reale”, i territori, il nord dell’Inghilterra lontano da Londra che si è spesso sentito trascurato. Proprio la parte in cui i laburisti stanno perdendo più consensi e che nei decenni passati era conosciuta come “Red Wall”. Da dentro il partito l’idea è: ripartiamo da dove eravamo più forti.
Ma sul piano delle politiche Burnham rischia di essere una sorta di Corbyn. È a favore di più spesa pubblica e più tasse, probabilmente anche di più spesa in deficit: proprio quello che spaventò i mercati e portò alla caduta di Liz Truss. E i mercati sono nervosi, visto che il Regno Unito ha un rapporto debito/PIL al 95% e un’economia in stagnazione, il che significa spazio fiscale piccolissimo.
L’unico modo in cui potrebbe andare meglio sarebbe se Burnham mettesse da parte la tentazione di fare “tax and spend” e si concentrasse soprattutto sul miglioramento dei servizi pubblici locali. Ma sarebbe un approccio inedito per un primo ministro britannico. Di certo dovrà dimostrare di saper trovare una quadra sui problemi che gli inglesi affrontano ogni giorno: la crisi della sanità, le case a prezzi sempre meno accessibili, i servizi pubblici che non funzionano.
Con l’UE non mi aspetto che rilanci il dibattito su un eventuale ritorno in Europa. Non è nella sua indole e porgerebbe il fianco a Reform proprio nel momento in cui l’obiettivo è arginarne l’ascesa. Al contrario, il mio timore è che su Ucraina e difesa europea Burnham possa dimostrarsi meno attivo di quanto abbia fatto Starmer, perché costretto a concentrarsi quasi del tutto sulle questioni interne”.
Quali conseguenze potrebbero avere queste dimissioni sulla credibilità internazionale di Londra, soprattutto nei rapporti con gli Stati Uniti e con l’Europa?
“Sarebbero piuttosto gravi se in fondo non ci fossimo ormai abituati a un Regno Unito instabile. All’estero Starmer era percepito come un fattore di stabilizzazione dopo il caos post-Brexit degli ultimi anni: affidabile su NATO e Ucraina e un ponte relativamente moderato per mediare con Trump. Invece ci si ripresenta davanti la realtà: il Regno Unito è ancora talmente instabile che persino un premier con una maggioranza enorme in Parlamento può cadere nel giro di due anni, senza arrivare neppure a metà mandato.
Vedremo come Burnham imposterà il rapporto con Trump (temo male) e con i leader europei (penso in maniera pacata ma non idilliaca). Ciò che dovrebbe contare di più è che il Regno Unito trovi un leader capace di mettere di fronte ai britannici la realtà di un periodo inevitabilmente complesso, ma restituendo loro visione e speranza insieme a servizi pubblici più efficienti. Un leader pragmatico, ma con un messaggio chiaro. Non sarà facile trovarlo. E temo che Burnham non lo sia”.

