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Esteri

 

 

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Il vertice del G20, conclusosi oggi a San Pietroburgo, ha confermato tutte le divisioni della comunita' internazionale sulla crisi siriana e,  soprattutto, sull'intervento armato annunciato da Barack Obama: divisioni confermate anche dal faccia a faccia tra il presidente americano e il padrone di casa russo, Vladimir Putin, che alla fine una riunione bilaterale a margine dei lavori l'hanno avuta. Riunione breve, peraltro, non certo paragonabile a un summit vero e proprio come quello originariamente in agenda e poi cancellato per gli strascichi dell'Nsagate, e contraddistinta da perduranti "divergenze" sulla Siria: e' stato lo stesso Putin a ribadirlo, pur definendo il colloquio con Obama, meno di mezz'ora, "amichevole e costruttivo". Putin ha poi avvertito che, qualora passassero davvero all'offensiva, gli Stati Uniti e i loro alleati "si porrebbero al di fuori del diritto", in quanto non si tratterebbe di auto-difesa e d'altra parte occorrerebbe la "preventiva approvazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite".

La Russia, ha avvertito, se le cose andassero diversamente aiuterebbe Damasco, sebbene solo sul piano "umanitario". La contrapposizione tra i due schieramenti si e' consumata anche sul piano strettamente numerico. Il confronto e' stato aperto dal premier turco Recep Tayyip Erdogan, secondo cui tra i partecipanti al G20 i piu' sarebbero favorevoli all'intervento. Putin nella conferenza stampa conclusiva ha ribattuto con cifre opposte: solo Stati Uniti, Arabia Saudita, Turchia e Francia appoggerebbero un attacco anti-siriano, insieme ai governi di Gran Bretagna, il cui Parlamento ha pero' bocciato l'iniziativa, e Canada, che comunque ha da tempo fatto sapere che non vi parteciperebbe direttamente. Contrari, tra gli altri, Russia, Cina, Argentina, Brasile, India, Indonesia, Sudafrica e l'Italia, unica citata tra i Paesi occidentali, con in piu' il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon. Immediata la contro-replica della Casa Bianca: undici Stati sui venti presenti a San Pietroburgo sarebbero pronti non solo a condannare l'attacco chimico del 21 agosto ma altresi' a dare "una forte risposta internazionale" a Bashar al-Assad. La parola passa adesso al Congresso americano, che votera' sull'eventuale operazione anti-siriana la settimana prossima: ad affermarlo non e' stato Obama bensi' il francese Francois Hollande. L'americano ha anzi preferito sorvolare su come si comporterebbe qualora il Parlamento lo sconfessasse.

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