Il commento
Ogni presidente americano ha cercato di consegnare alla storia un’immagine del proprio Paese. C’è chi ha parlato di libertà, chi di diritti, chi di pace, chi di innovazione. Donald Trump, nel discorso del 4 luglio, ha scelto un’altra strada: quella della celebrazione della potenza (lasciamo perdere l’anticomunismo). Un’America più ricca, più forte, più rispettata, più temuta. Un’America che, nelle sue parole, non avrebbe mai avuto così tanto successo. Eppure è proprio qui che si nasconde il paradosso. Perché la storia insegna che le grandi potenze non iniziano il loro declino quando smettono di essere ricche. Iniziano a declinare quando scambiano la ricchezza per invincibilità. Quando confondono la forza economica con la superiorità morale.
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Gli Stati Uniti continuano ad avere l’economia più dinamica del pianeta, i grandi protagonisti dell’intelligenza artificiale sono americani, Wall Street continua a macinare record, le imprese innovative attirano capitali da tutto il mondo. Sarebbe intellettualmente disonesto negarlo. Ma sarebbe altrettanto miope attribuire tutto questo a Trump. L’innovazione americana nasce da decenni di investimenti nella ricerca, nelle università, nella capacità di attrarre i migliori cervelli del pianeta. Nasce da un sistema che ha sempre fatto della contaminazione culturale e dell’immigrazione qualificata uno dei suoi principali punti di forza.
Molti dei più grandi imprenditori americani sono figli di immigrati o immigrati essi stessi. È questo il modello che ha reso gli Stati Uniti una superpotenza. Ed è proprio questo modello che oggi viene progressivamente messo in discussione da Trump. La retorica contro gli immigrati, la guerra culturale contro le università, gli attacchi continui a chi dissente, la contrapposizione permanente tra “noi” e “loro”, la convinzione che il protezionismo possa sostituire la competitività internazionale, la negazione del cambiamento climatico: sono tutti tasselli di un progetto che guarda allo specchietto retrovisore. Persino sul piano economico il paradosso è evidente.
Trump continua a presentarsi come il campione del libero mercato, tuttavia il suo mandato ha visto un intervento pubblico nell’economia che, per dimensioni e finalità strategiche, difficilmente potrebbe essere definito liberista. Lo Stato è entrato direttamente nel sostegno di settori industriali ritenuti decisivi per la competizione globale, dai semiconduttori alle tecnologie avanzate. Una scelta che, dal punto di vista degli investitori, ha certamente contribuito a sostenere fiducia e mercati, ma che racconta un’America molto diversa dalla retorica della totale libertà economica. Gli investitori, almeno per ora, continuano a premiare gli Stati Uniti. Ed è comprensibile. I fondamentali dell’innovazione restano straordinari.
Le grandi aziende tecnologiche continuano a guidare la rivoluzione dell’intelligenza artificiale e nessun’altra economia sembra oggi in grado di competere davvero sullo stesso livello. Ma la Borsa misura il valore delle aziende. Non necessariamente la salute di una democrazia. La forza di una nazione non si valuta soltanto dalla capitalizzazione delle sue imprese. Si misura anche dalla qualità delle sue istituzioni, dalla libertà della ricerca, dalla capacità di attrarre talenti, dal rispetto delle minoranze, dalla credibilità internazionale, dalla fiducia che riesce a trasmettere al resto del mondo.
Ed è proprio sul piano internazionale che emerge un’altra contraddizione. Trump proclama un’America più forte che mai, ma rischia di consegnare al mondo un’America sempre più sola. Per decenni Washington ha costruito la propria leadership attraverso una fitta rete di alleanze. Non era soltanto una questione militare o economica; era soprattutto una comunità di valori democratici. Oggi, invece, quella rete viene progressivamente logorata. Non è un caso che Trump sembri trovarsi più a suo agio con uomini forti come gli autocrati che con i leader delle democrazie liberali. Il motivo è quasi culturale prima ancora che politico. Con gli autocrati il rapporto è semplice: decide uno solo. Non esistono Parlamenti, media indipendenti, opposizioni, compromessi o mediazioni. Esistono soltanto rapporti di forza. Con le democrazie è diverso. Occorre costruire consenso, ascoltare gli alleati, accettare compromessi. È una complessità che Trump ha sempre vissuto come un limite, preferendo il linguaggio dell’ultimatum a quello della diplomazia.
Ma proprio qui emerge un’altra debolezza. Quando infatti Trump incontra leader altrettanto determinati, come quello cinese, o crisi geopolitiche molto più complesse delle sue semplificazioni, la retorica lascia spazio alla realtà che è molto meno pieghevole degli slogan. Lo si è visto in più occasioni: dalle tensioni commerciali alle crisi internazionali, fino alle vicende mediorientali. Governare è molto più difficile che impartire ordini. Per questo il discorso del 4 luglio potrebbe essere ricordato non come il manifesto dell’apogeo americano, ma come il simbolo di un equivoco storico.
Quello di un Paese convinto che basti essere ancora il più ricco per restare il più grande. Gli Stati Uniti, naturalmente, non sono destinati ad affondare. La loro capacità di reinventarsi è stata dimostrata più volte nel corso della storia e probabilmente continueranno a essere una delle grandi potenze mondiali anche dopo Trump. Ma questo non cambia il giudizio storico su una stagione politica.

