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Esteri

Le vicende che stanno interessando la penisola coreana, portate all’attenzione del mondo da un inusitato tambureggiare mediatico di carattere spesso catastrofista, hanno senz’altro già raggiunto lo scopo di impaurire, indignare, scatenare diatribe supportate da argomenti più o meno convincenti. Ma soprattutto, nel bel mezzo di una crisi planetaria, hanno stornato in molti paesi l’attenzione delle masse dai problemi interni e hanno probabilmente visto aumentare le tirature di molti giornali. Tuttavia, a un esame appena più attento della situazione, e soprattutto tenendo a mente la periodicità delle crisi intercoreane – regolari almeno quanto le eruzioni stromboliane – pochi troverebbero sensato affermare seriamente che ci troviamo a un passo dalla catastrofe. Di fatto, quello a cui stiamo assistendo non è che uno degli innumerevoli atti di un dramma-farsa che si trascina ormai da più di sessant’anni, secondo un ben preciso gioco delle parti, nel quale due realtà politiche impossibilitate a decidere veramente del proprio destino si muovono più o meno goffamente e rumorosamente sotto i fili dei loro manovratori.

Coloro che più di tutti si sono assuefatti a questa situazione sono proprio i comuni cittadini coreani. Oggi, 5 aprile, il primo servizio mandato in onda dal telegiornale in prima serata della KBS, una delle principali reti televisive della Corea del Sud, riferiva dell’ondata di maltempo che nel weekend si abbatterà sul paese, con precipitazioni fino a 80 mm nella costa sudorientale e addirittura 120 mm nella grande isola di Cheju. La pioggia fa evidentemente più paura dei missili nordcoreani, e io stesso, in trent’anni di viaggi e lunghi soggiorni in Corea, non ho mai avuto la sensazione di trovarmi veramente sull’orlo di un conflitto armato.

Qual è dunque la ragione di un simile ottimismo? I motivi che portano a dubitare che tutto ciò a cui stiamo assistendo sia una cosa seria risiedono principalmente nel fatto che le due Coree si sono ormai cristallizzate come feudi, rispettivamente, della Cina (Corea del Nord) e degli Stati Uniti (Corea del Sud), e ciò fa essere molto pessimisti, invece, sulle possibilità di una riunificazione della penisola, almeno a medio termine. Non è una cosa seria perché nemmeno gli strumenti politico-diplomatici pensati per dirimere le questioni intercoreane sono seri: quale credibilità può infatti avere il famoso “Negoziato a sei” (le due Coree oltre a Cina, USA, Russia e Giappone) se a sedersi al tavolo delle trattative sono proprio quei paesi ai quali meno conviene la riunificazione e che maggiormente traggono profitto dallo status quo? Non è una cosa seria perché il rifiuto sistematico degli Stati Uniti di intavolare colloqui bilaterali con la Corea del Nord (che li richiede insistentemente dalla metà degli anni Settanta del secolo scorso) non può che sottintendere la “cessione” della stessa Repubblica Popolare Democratica di Corea all’influenza di Pechino, visto che il Sud è ormai abbondantemente occidentalizzato e “addirittura” nelle proprie mani. Sarebbe impossibile non accorgersi che ogni sanzione, ogni isolamento della Corea del Nord da parte dell’Occidente, spinge inesorabilmente i nordcoreani verso Pechino, che mai ha veramente rinunciato a reclamare sulla penisola coreana la propria pesante influenza, politica ed economica, nell’ambito dell’asfissiante ruolo di “fratello maggiore” che ha saldamente mantenuto per quasi settecento anni.

Il problema, però, è che ai nordcoreani i cinesi non piacciono: al contrario, la Corea del Nord vede Pechino come una seria minaccia alla propria volontà di porsi nel mondo come l’unico custode dell’indipendenza e dell’identità nazionale del popolo coreano. Il timore dei nordcoreani, in altre parole, è quello di fare, presto o tardi, la fine del Tibet: il motivo per cui il vecchio leader Kim Il-sung aveva voluto dare alla Corea del Nord un ruolo chiave all’interno dei paesi non allineati stava proprio nel fatto che, già a metà degli anni Settanta, aveva ben percepito il pericolo cinese. E allora la domanda è: e se l’atomica nordcoreana fosse da un lato volta a parare la minaccia cinese e dall’altro un appello disperato agli Stati Uniti per trovare un compromesso capace di salvare il proprio sistema politico (che consiste in un Confucianesimo ortodosso, ancor prima che nello stalinismo) e la propria identità nazionale dalle mani di Pechino? Neanche molti giorni fa, il giovane leader Kim Jong-un aveva lanciato un segnale molto preciso in tal senso, invitando a Pyongyang un asso del basket statunitense: un gesto che il mondo ha ignorato o ha fatto finta di non capire.

Purtroppo, però, pare proprio che la penisola coreana debba essere ancora una volta sacrificata sull’altare della Realpolitik, bellamente ed equamente divisa fra due superpotenze che continueranno a recitare la loro parte, l’una indignandosi e dispiegando portaerei nel Mar Giallo, l’altra invitando alla moderazione. Alla Corea del Nord, probabilmente, non resterà che qualche sussulto d’orgoglio al fine di ottenere quel filo di ossigeno capace di prolungarne l’esistenza fino alla prossima crisi.

Si comincia a capire, dunque, perché un conflitto armato non può scoppiare. La posta in gioco è altissima, e la guerra, oltre a portare a irreparabili distruzioni nelle due Coree (che come sempre finirebbero per pagare per tutti), metterebbe a rischio tutta la stabilità dello scacchiere politico ed economico dell’Estremo Oriente, con gravissime ripercussioni anche in Cina e Giappone. In più, una guerra potrebbe anche forzare la riunificazione e allora, scomparso inevitabilmente il regime nordcoreano, Pechino e Washington si troverebbero pericolosamente di fronte per decidere cosa fare di tutta la parte settentrionale della penisola. La parola d’ordine per tutte le parti, dunque, è “navigare a vista”, muovendosi con attenzione per rendere il provvisorio quanto più definitivo possibile.

Di Maurizio Riotto per Italianieuropei.it

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