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Esteri

Sono in molti a criticare il possibile intervento americano (nonché francese e britannico) in Siria sottolineando che finora i piani bellici statunitensi nella regione non hanno mai sortito gli effetti desiderati. Lo ha affermato perfino il presidente siriano Bashar al-Assad in una intervista per la stampa russa, e bisogna ammettere che perfino i più grandi detrattori del dittatore di Damasco in questo caso faticano a negare una certa fondatezza al suo argomento.

C’è un altro paese alleato dell’America, però, che ha una certa esperienza in guerre mediorientali, e che ha nella maggior parte dei casi ottenuto risultati assai più brillanti di Washington: Israele.   

Nonostante Tel Aviv non si sia mai fatta troppo scrupolo a lanciare offensive nella regione quando si è sentita minacciata, ha però evitato di interferire in modo sensibile nel conflitto siriano, nonostante esso stia avvenendo lungo uno dei suoi confini più delicati. Il non-intervento, naturalmente, non è stato totale; Israele tiene sotto controllo molto attentamente ciò che accade oltre le alture del Golan, e soprattutto i movimenti degli arsenali chimici e dei sistemi missilistici siriani. Per evitare che essi cadessero nelle mani di Hezbollah, dall’inizio di quest’anno è anche intervenuta con rapidi raid militari notturni che hanno colpito convogli di trasporto e i depositi di questi armamenti. Ma quale sarà il ruolo dello stato israeliano in un possibile intervento militare occidentale?

Per rispondere a questa domanda bisogna innanzitutto chiedersi quale sia l’epilogo della crisi siriana favorito da Israele, e la verità è che probabilmente nemmeno i leader israeliani lo sanno con certezza. Assad, ovviamente, è un nemico. È alleato dell’Iran, ha ospitato la leadership di Hamas per anni, e ed è il principale alleato arabo di Hezbollah. Dall’altra parte però gli Assad, padre e figlio, hanno evitato di sparare un solo colpo attraverso il confine con Israele a partire dall’armistizio del 1973. Certo, hanno fornito supporto politico e militare a gruppi che hanno sparato per loro, ma la sicurezza di un confine così delicato in un momento in cui il Sinai e il Sud del Libano sono a rischio è un elemento prezioso nel calcolo di Tel Aviv, che del resto ha scarsa fiducia nell’opposizione siriana. L’ala militare è infatti composta in modo sempre più preoccupante da elementi fondamentalisti che certo non avrebbero verso Israele un atteggiamento più benevolo dell’attuale regime, mentre l’ala politica, più laica, stenta a coagularsi in un fronte in grado di rappresentare una vera alternativa, aumentando così il rischio di caos in seguito alla caduta di Assad.

Ecco quindi spiegata la quasi totale inazione israeliana di questi due anni: meglio un nemico conosciuto – e indebolito – piuttosto che un caos pericoloso da cui potrebbe emergere un nemico peggiore.

Ma quello che desidera Israele non è il solo fattore determinante per il ruolo che Tel Aviv potrebbe assumere nella crisi. Volente o nolente il “nemico sionista” è diventato una delle armi propagandistiche più potenti nelle mani dei leader arabi, Assad in primis. I media del regime hanno tirato in ballo Tel Aviv in più occasioni come il “mandante” della “cospirazione internazionale” che, camuffata da rivolta popolare, mirerebbe a rovesciare il legittimo regime siriano. Lunedì scorso, quando i venti di guerra hanno cominciato a soffiare da Washington in maniera sempre più inequivocabile, le prime dichiarazioni da Damasco e Teheran hanno sottolineato come Assad e i suoi alleati considerino il regime sionista il vero responsabile di queste manovre aggressive nei confronti della Siria e mercoledì il ministro degli esteri siriano ha ribadito che Israele sarà il primo bersaglio della risposta siriana all’attacco Nato; una minaccia esplicita che preluderebbe a una possibile rappresaglia militare nei confronti di Tel Aviv. Sono stati molti in Israele, sia tra i leader militari e politici, sia tra la gente comune, a vedere in questa situazione una atmosfera simile a quella che nel 1990 aveva condotto al lancio di missili scud contro Tel Aviv e altre città da parte del regime baa’tista di Saddam Hussein nel disperato tentativo di trascinare Israele – considerato il nemico per eccellenza tra le masse arabe – nel conflitto che lo vedeva opposto alla coalizione guidata dalla Nato.

Non a caso negli ultimi 3 giorni in Israele si sono quadruplicate le richieste di maschere a gas, dagli anni Novanta distribuite direttamente dallo stato. Alcuni alti leader militari israeliani sono inoltre volati a Washington lunedì 26 agosto per discutere con le loro controparti statunitensi i dettagli del possibile intervento Nato in Siria e le possibili conseguenze per Israele. Tel Aviv è certamente preoccupata, ma non allarmata. Nei giorni scorsi i vertici militari hanno affermato tramite la radio dell’esercito di considerare un attacco siriano “possibile” ma non “probabile”.

Gli israeliani, effettivamente, se da una parte hanno certamente ragioni per preoccuparsi, dall’altra ne hanno almeno altrettante per tranquillizzarsi. La verità è che tutti, israeliani compresi, sanno che con ogni probabilità l’intervento Nato non sarà risolutivo. Il massimo che la maggior parte degli analisti ritengono che si possa ottenere è un riequilibrio delle forze in campo, per arrivare ad una futura conferenza di pace con l’opposizione – soprattutto quella più “laica” – rinforzata dal punto di vista politico e militare. Assad questo lo sa. Sa che gli americani e i loro alleati europei non hanno l’intenzione di impegnarsi troppo profondamente e a lungo nel teatro siriano. Ma con Israele sarebbe un discorso diverso.

Fino ad oggi il regime è sopravvissuto anche per la determinante “neutralità” di Tel Aviv, il cui perno è il rispetto dell’armistizio del 1973. Se da una parte rompere questa neutralità porterebbe a dubbi vantaggi sul piano della propaganda internazionale - le masse arabe, da buona parte dei laici, ai fratelli musulmani fino agli estremisti di al-Qaeda hanno da tempo perso qualunque simpatia per il regime di Assad – dall’altra  porterebbe certamente ad una reazione dura di Israele, il quale non avrebbe più alcun motivo determinante per continuare a tollerare il regime di Damasco. E Assad sa che, mentre gli americani probabilmente arriveranno e se andranno presto, Israele, con il suo confine a 70 chilometri da Damasco, non se ne andrà tanto facilmente prima di aver dato un colpo fatale al regime.  

Eugenio Dacrema, ISPI Research Assistant
 

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