Oggi, domenica 8 novembre, alle 17 ora israeliana (le 16 in Italia), il presidente Isaac Herzog consegnerà a Gadi Eisenkot, leader del partito centrista Yashar!, l’incarico di formare il prossimo governo di Israele. È uno smacco per Benjamin Netanyahu, il premier uscente: nelle consultazioni con i partiti è stato indicato come candidato da molti meno deputati del suo rivale.
Per capire come si è arrivati qui bisogna partire dal voto del 27 ottobre. Le elezioni hanno avuto un’affluenza record del 77,7% e una netta affermazione dei partiti arabo-israeliani. Il Likud di Netanyahu è arrivato primo con 27 seggi, Yashar! di Eisenkot secondo, ma nessuno dei due schieramenti ha la maggioranza di 61 seggi nella Knesset, che ne ha 120. I risultati ufficiali sono arrivati il 4 novembre. Poi Herzog ha incontrato tutti i partiti: 67 deputati hanno raccomandato Eisenkot, 46 Netanyahu, e una lista da sette deputati non ha scelto nessuno dei due.
Quel 67, però, non è una maggioranza di governo. Comprende anche la Lista Unita e Ra’am, i due principali partiti arabi, che hanno consigliato a Herzog di dare l’incarico a Eisenkot, ma raccomandare qualcuno non vuol dire entrare in coalizione. I seggi di Eisenkot e dei suoi alleati più stretti sono circa 48 secondo i media israeliani, molto sotto i 61 necessari. Lo stesso Herzog ha ammesso che chi abbia davvero la capacità di formare un governo non è del tutto chiaro.
Cosa succede adesso
Da oggi Eisenkot ha 28 giorni per presentare una coalizione alla Knesset, che deve votarle la fiducia. Herzog può concedere una proroga di 14 giorni. Contando dall’8 novembre, la scadenza cade intorno al 6 dicembre, o intorno al 20 con la proroga: è un calcolo indicativo, non una data annunciata. Se il tentativo fallisce, Herzog ha tre giorni per scegliere un altro deputato o avvisare il presidente della Knesset che nessuno sembra in grado di governare. Se nessuno ci riesce, si torna alle urne, scenario che lo stesso Herzog ha detto di voler evitare.
Le strade possibili sono diverse. La più diretta sui numeri è un governo Eisenkot sostenuto dai partiti arabi, ma Naftali Bennett e Avigdor Lieberman, secondo la stampa israeliana, non vogliono sedere con loro, e Eisenkot stesso aveva escluso questa opzione in campagna elettorale. Un’alternativa è un governo da 61 deputati con i partiti ultraortodossi: sul tavolo c’è anche una rotazione alla guida dell’esecutivo tra Eisenkot e Lieberman. La terza è un governo di unità nazionale, la “condivisione del potere” proposta da Herzog per evitare nuove elezioni: Yashar! e Beyachad, il partito di Bennett e Lapid, l’hanno rifiutata. Netanyahu invoca un governo di unità, ma con tutti i suoi alleati al seguito, mentre Yashar! replica che il Likud può unirsi a una coalizione guidata da Eisenkot “senza gli estremisti”.
Tre nodi da sciogliere
I nodi da sciogliere sono almeno tre. Il primo sono i partiti arabi: tra le condizioni per entrare in coalizione Eisenkot ha posto il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica. Mansour Abbas, leader di Ra’am, spera che Eisenkot “crei un buon governo”; Yousef Jabareen, della Lista Unita, dice che i loro elettori hanno votato per il cambiamento ma riconosce la distanza da alcune sue posizioni. Il secondo è il servizio militare: dopo il mancato sostegno degli ultraortodossi alla coalizione di Netanyahu, nel campo del cambiamento si ragiona su un governo che li includa, ma Eisenkot ha ribadito che la leva resta obbligatoria. Il terzo è la tenuta: anche trovando i numeri, il problema è costruire una coalizione che duri. Eisenkot dice di aver condotto decine di ore di negoziati con l’opposizione, con «progressi significativi», e parla di un “governo di emergenza nazionale”, ma finora non ha annunciato accordi.
Intanto Tony Blair, inviato del Board of Peace di Donald Trump per la ricostruzione di Gaza, è già in visita in Israele per avviare i contatti con il futuro premier.
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