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Esteri

L’accordo per una nuova coalizione di governo fra i cristiano-democratici di Angela Merkel e i socialdemocratici di Sigmar Gabriel, presentato il 27 novembre a Berlino dopo due mesi di intense trattative, non sembra aver creato grande entusiasmo in Germania. Feroce è stata la reazione della stampa tedesca, soprattutto quella più vicina ai conservatori. Molto critici sono stati i sindacati, che non vedono accolte alcune delle loro istanze. Infine, assai diffuso è stato il malumore della base socialdemocratica che passa il tempo a chiedersi se davvero non fosse possibile ottenere qualcosa in più, magari gestendo tutta la partita in maniera strategicamente diversa. In molti pensano che tenendo aperta la porta a un’alleanza con la Linke si sarebbe costretta la CDU a cedere su alcune questioni che invece sono rimaste tabù, come ad esempio l’aumento delle tasse per i più ricchi. La consultazione degli iscritti, il cui risultato sarà noto solo intorno alla metà di dicembre, rischia di diventare il catalizzatore di tutto il malessere di una base che si trova a fare i conti con un partito che, nonostante i quattro anni di opposizione, alle elezioni di settembre ha ottenuto il suo secondo peggior risultato dal dopoguerra.

Eppure i risultati portati a casa dai socialdemocratici non sono affatto pochi. È infatti sufficiente scorrere le 185 pagine di cui si compone l’accordo di governo per trovare molti dei temi storicamente cari all’elettorato progressista. I media hanno concentrato molto l’attenzione sull’introduzione del salario minimo a 8,50 euro l’ora che diventerà valido su scala nazionale a partire dal 2015. Ma gli interventi che riguardano il mondo del lavoro vanno ben oltre questa misura e segnano una radicale inversione di rotta rispetto alle riforme introdotte nel corso del decennio scorso durante il governo rosso-verde di Gerhard Schröder. Vengono infatti aumentati alcuni diritti sindacali, vengono introdotti criteri più stringenti per il ricorso al lavoro temporaneo, sono previste facilitazioni per coloro che – dopo aver accettato un lavoro part-time – decidono di tornare al lavoro a tempo pieno e si stabilisce che i contratti nazionali possano essere dichiarati vincolanti per tutte le imprese del settore se viene riscontrato un interesse pubblico in tal senso. Anche sul versante pensionistico e assistenziale le novità sono importanti: si stabilisce innanzitutto che chi ha versato 45 anni di contributi possa andare in pensione a 63 anni, ben prima dei 67 stabiliti dall’attuale legge. Viene poi innalzato il contributo per le madri con figli a carico e reso più flessibile l’utilizzo del congedo parentale da parte di entrambi i genitori. Grande attenzione viene data all’edilizia popolare: nell’accordo di coalizione si è stabilito che fino al 2019 ogni anno il governo dovrà investire oltre mezzo miliardo di euro per la costruzione di nuovi alloggi e per la ristrutturazione di quelli già esistenti.

Il capitolo sui mercati finanziari vede forse i maggiori successi per la SPD. Vengono infatti introdotte misure per frenare la speculazione sulle materie prime e sui prodotti alimentari, mentre per quanto riguarda la speculazione sui mercati dei capitali viene confermato l’impegno all’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie. Di particolare interesse – soprattutto in un’ottica sovranazionale – è l’impegno del futuro governo tedesco a garantire in Europa la separazione operativa fra banche di investimento e banche commerciali, anche se bisognerà capire come questa operazione verrà realizzata concretamente. Infine viene ribadito l’investimento strategico sulle energie rinnovabili e sulle infrastrutture di trasporto, con un netto no alla privatizzazione della compagnia ferroviaria tedesca Deutsche Bahn.

Molto più deludente, invece, è il capitolo riguardante le politiche europee. Al netto di un generico impegno per investimenti a favore della crescita e della creazione di posti di lavoro, si continua a individuare la via d’uscita dalla crisi nella combinazione di riforme strutturali e nel consolidamento fiscale. Il Fiscal Compact e la nuova governance economica europea vengono presentati come necessità irrinunciabili per conquistare la fiducia dei mercati. Viene ribadito il principio che ogni Stato membro debba rispondere da solo delle proprie obbligazioni e viene di conseguenza esclusa qualsiasi operazione che metta in comune, in tutto o in parte, i debiti pubblici. Anche il fondo salva-Stati ESM viene ricondotto a strumento di ultima istanza, da utilizzare solo nei casi in cui a essere in pericolo sia l’intera eurozona.

Nel documento finale non viene fatta menzione degli eurobond, ma i deputati della CDU/CSU si sono affrettati a ribadire che il no ai titoli europei è stata una delle prime condizioni poste dai conservatori per aprire la trattativa per la formazione del nuovo governo e che tale elemento non è mai stato messo sul tavolo dalla SPD.

In conclusione, l’accordo di coalizione contiene senza dubbio importanti novità per quanto riguarda la politica interna, mentre sulle questioni europee appare in continuità con le scelte della maggioranza nero-gialla uscente. Per i paesi delle periferie europee non resta che sperare che l’aumento del salario minimo e gli altri provvedimenti sul mercato del lavoro possano spingere verso l’alto la domanda interna tedesca quanto basta per alleviare il fardello di una recessione continentale che sembra non conoscere fine.

 

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