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Esteri
La guerra fa volare il Pil russo: la Banca Mondiale promuove Mosca
Putin e Shoigu (LaPresse)

La guerra fa volare il Pil russo: la Banca Mondiale promuove Mosca

Per la Russia la guerra è…un affare. Perlomeno per le statistiche ufficiali del Pil, che trainate dalla spesa militare del Paese di Vladimir Putin dal 2022 a oggi hanno conosciuto, nonostante sanzioni occidentali e embarghi, un’impennata. Tanto che nel 2024 per la prima volta dal 2015 la Russia, sulla base dei dati dell’anno precedente, è stata indicata dalla Banca Mondiale nel gruppo dei Paesi a alto reddito, con un reddito pro capite superiore ai 14mila dollari l’anno. Il motivo è il fatto che la spinta agli investimenti pubblici che il conflitto in Ucraina ha promosso ha concentrato la spesa e la produzione all’interno del territorio nazionale della Federazione Russa.

Russia, il Pil cresce del 3,6%

Il Pil reale pro capite nel 2023 è salito dal 3,6% e Il Pil nominale è stato spinto del 10,9% principalmente dalla ripresa del commercio, cresciuto del 6,8%, del settore delle costruzioni, in aumento del 6,6%, e del circolo del credito, con la finanza che segna +8,7%. La spesa militare è salita del 7%, e tutto questo rappresenta Pil attivo e circolante: da 102,37 a 109,45 miliardi di dollari. 

Le spese militari fanno crescere la Russia

Complessivamente, nota il Wilson Center,  “i costi della guerra non si limitano al pagamento dell'esercito e all'acquisto di armi. Le spese per curare i feriti sono classificate nel bilancio come spese sanitarie, mentre le spese per la rimozione dei detriti, la costruzione e il ripristino delle infrastrutture nelle regioni occupate rientrano in "alloggi e servizi". Le spese militari comprendono gli stipendi per i servizi speciali, la polizia, gli insegnanti, i dottori, i lavoratori nei territori occupati e persino gli artisti in tournée”. Il prestigioso think tank americano indicava a fine 2023 nel 10% del Pil l’apporto diretto alla crescita garantito dall’economia di guerra, non solo finanziata dallo Stato centrale: “Le regioni cofinanziano i pagamenti dei contractor e partecipano alla ricostruzione dei territori occupati. Anche le aziende private contribuiscono. Finanziano unità militari private e acquistano flotte di petroliere per aggirare le sanzioni sul petrolio. La popolazione raccoglie fondi per varie iniziative per provvedere all'esercito”.

La guerra di Putin ha fatto felici anche gli operai...

Inoltre, su Carnegie Politika l’analista Ekaterina Kurbangaleeva ha di recente ricordato che la distribuzione del reddito dell’economia di guerra spesso si riverbera fino alle periferie della Federazione Russa. Creando un contesto dinamico per il Paese guidato da Vladimir Putin, in cui il reddito medio dei russi è salito del 5,8% nel 2023, ha conosciuto un'analoga espansione nel primo trimestre 2024 e il gettito fiscale del Paese è salito dal 40%. E, come ha scritto Fulvio Scaglione su InsideOver , la guerra di Putin ha fatto felice, per ora, gli operai degli oblast più periferici. Si applica il cosiddetto “keynesismo militare” proprio dei Paesi in economia di guerra: un’espansione del bilancio che crea domanda aggregata orientata allo sviluppo dell’apparato militare. 

Così Mosca resiste alle sanzioni occidentali. Ma quando il conflitto finirà...

Una strategia che nei numeri consente a Mosca oggi di reggere economicamente alle dure sanzioni occidentali, impedendo quel crollo totale dell’economia nazionale vaticinato da molti sin dal 2022. Ma a cui si aggiunge un dato fondamentale: la Russia dovrà evitare che in futuro questa spesa generi, a guerra finita, uno shock inflattivo e deve sanare le deficienze negli approvvigionamenti della catena del valore dell’industria tecnologica e delle materie prime strategiche, veri e propri colli di bottiglia per la sua industria, non solo militare. Quanto a lungo terrà la Russia in un’economia riconvertita ai fini bellici e mobilitata è difficile da prevedere. Vero è che la spinta della Russia a portare l’economia sul campo di battaglia appare per ora più forte di quella delle sanzioni per farla barcollare. Con impatti concreti anche sul reddito, e dunque sul consenso, della popolazione. Un dato di fatto che l’Occidente non può ignorare.






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