Europa, la rabbia del ceto medio presenta il conto
Parigi brucia da giorni, letteralmente, Milano ha appena preso fuoco. Due città differenti, due nazioni differenti, due ecosistemi differenti eppure le stesse ragioni. Non è un caso. Sono i sintomi di un fenomeno molto più complesso che ora sta raggiungendo il suo punto di svolta. Sarebbe facile considerare i due eventi separati, ridurre il tutto a pochi studenti facinorosi delle banlieue parigine o maranza delle periferie milanesi. Ci sono due tempeste che imperversano in Europa e ora si stanno unendo. Facciamo il punto.
Quando i fronti si scontrano
Una tempesta antica, la fine della globalizzazione occidentale, ne incontra una moderna: quattro anni di sanzioni contro la Russia da parte dell’Europa. Di fatto una guerra commerciale contro il più grande fornitore di materie prime economiche che l’Europa abbia mai avuto. E sullo sfondo di questa guerra economica il conflitto russo-ucraino, con una nazione invasa che, da 4 anni, assorbe senza sosta miliardi di euro sotto forma di armi e sussidi al governo locale.
Sabato 17 ottobre l’Europa è scesa in piazza tutta insieme, senza essersi messa d’accordo. Nessun sindacato continentale aveva proclamato uno sciopero, nessun partito aveva chiamato a raccolta i militanti, nessun leader carismatico aveva fissato una data. Eppure, nello stesso pomeriggio, la Francia ha contato oltre 550.000 manifestanti secondo il Ministero dell’Interno, 1.200 arresti e un municipio, quello di Limoges, che aveva più di 140 anni ed è stato devastato dalle fiamme. A Lisbona hanno sfilato decine di migliaia di persone contro gli affitti. A Bruxelles la polizia ha usato idranti e lacrimogeni dopo settimane di proteste studentesche contro l’aumento delle tasse universitarie. A Milano un corteo di circa 5.000 persone contro il carovita è degenerato in scontri a pochi passi dal Duomo: vetrine sfondate, un’auto dei carabinieri distrutta, una cinquantina di fermati, quasi la metà minorenni. Disordini anche a Torino, Bologna e Bergamo.
Sarebbe bello pensare che dietro queste proteste esista una singola regia, come il “cattivo” di qualche film di 007. Una Spectre mondiale che cerca di sovvertire l’ordine democratico. Purtroppo non esiste un grande regista. A Milano il corteo era stato organizzato online da un movimento che si definisce apartitico e senza legami sindacali. Le parole d’ordine erano tutte economiche: il prezzo del carburante, le bollette, i salari, il peso delle tasse. A Lisbona la parola chiave era una sola, casa. A Bruxelles erano le rette universitarie. In Francia tutto questo si è fuso in una rivolta che ha attraversato una decina di città, da Parigi a Marsiglia, da Lille a Tolosa.
Proteste diverse, città diverse, motivazioni diverse. Ma un filo comune c’è, ed è semplice: la classe media europea e i suoi figli non riescono più a far quadrare il bilancio di casa. Per capire perché questo filo si sia teso fino a spezzarsi proprio adesso bisogna guardare a due tempeste. La prima è antica e lenta, la seconda è recente e violenta. Da sole erano gestibili. Insieme stanno producendo quello che abbiamo visto il 17 ottobre.
La prima tempesta: la lunga fine della globalizzazione occidentale
La prima tempesta non ha una data di inizio precisa, perché si è formata per accumulo, come le nuvole sopra il mare in un pomeriggio d’estate. Ha cominciato a gonfiarsi più o meno vent’anni fa, quando l’Europa ha scommesso tutto su un modello: produrre dove costava meno, finanziarsi a tassi vicini allo zero, contare sul fatto che la crescita dei mercati compensasse la stagnazione dei salari. Per un po’ ha funzionato. Le merci costavano poco, i mutui anche, le borse salivano. Chi aveva un patrimonio si arricchiva, chi viveva di stipendio restava fermo, ma la differenza si notava grazie al continuo flusso di prestiti che supportavano la riduzione del potere di acquisto dei consumatori (in particolare americani). La prima avvisaglia che qualcosa non funzionava emerge nel 2008, quando il credito facile svanisce e le famiglie, indebitate per case sovrapprezzate e auto, si ritrovano sul lastrico. Il 2008 passa, il mondo “Non Occidentale” prende nota della fragilità finanziaria americana e si continua come se niente fosse.
Altre crisi minori seguono ma sino al Covid il mondo occidentale sembra stabile, nella sua bolla. La pandemia, a prescindere dalle sue origini, innesca un processo di risparmio forzato, chiusi in casa, sono molti gli americani che si danno agli investimenti in borsa. SPAC, Gorilla, Musk tutti figli di quel periodo. Lo stesso Musk riesce a emergere, grazie alla sua abilità nel vendere il suo storytelling, come campione mondiale. Intanto il costo della vita continua a crescere, e dopo il covid molti prodotti, tra cui le auto, vedono i prezzi crescere senza una ragione precisa.
In Spagna gli affitti sono raddoppiati in dieci anni e hanno raggiunto una media di 1.176 euro al mese. Secondo il Consiglio della Gioventù spagnolo, quella cifra equivale al 98,7% dello stipendio medio di un giovane. Detto in altri termini: un ragazzo spagnolo che lavora e vuole vivere da solo deve consegnare al proprietario quasi tutto quello che guadagna. A inizio ottobre il parlamento di Madrid ha bocciato il decreto con cui il governo voleva bloccare fino al 2030 gli sfratti delle famiglie più fragili e prorogare il congelamento degli affitti. Il giorno dopo i manifestanti hanno occupato la Puerta del Sol, e il sindacato degli inquilini ha cominciato a parlare apertamente di sciopero generale. Una delle storie che ha acceso la rabbia è quella di una donna di 87 anni sfrattata dopo che un fondo immobiliare aveva acquistato il suo palazzo e, secondo il sindacato, le aveva aumentato l’affitto del 275%.
In Portogallo la dinamica è la stessa. A Lisbona i prezzi delle case sono più che raddoppiati dal 2017 e gli affitti dei nuovi contratti sono saliti quasi altrettanto. La risposta del governo alle proteste è stata secca: non cederà “alle urla della piazza”. È una frase che chiunque abbia studiato un po’ di storia europea riconosce, perché è stata pronunciata molte volte, quasi sempre poco prima che la piazza smettesse di urlare e cominciasse a fare altro.
La casa è il sintomo più visibile, ma la malattia è più profonda. La globalizzazione ha spostato in Asia una parte enorme della manifattura europea e, con essa, una parte della base fiscale e dei posti di lavoro stabili. Gli Stati hanno compensato con il debito. La Francia è il caso di scuola: non chiude un bilancio in pareggio dagli anni Settanta, e oggi i mercati se ne sono accorti. Il 16 ottobre lo spread tra titoli di Stato francesi e tedeschi a dieci anni era a 137 punti base, livelli che fino a pochi anni fa si associavano ai paesi del Sud Europa, non alla seconda economia dell’eurozona. Quando lo Stato paga di più per finanziarsi, ha meno margine per sostenere chi è in difficoltà. E chi è in difficoltà, prima o poi, se ne accorge.
Poi ci sono i giovani, i veri perdenti di questa prima tempesta. Il dato più eloquente arriva dagli Stati Uniti, ma descrive una generazione che è la stessa su entrambe le sponde dell’Atlantico. Secondo l’indice di Gallup, solo il 44% degli americani tra i 18 e i 29 anni si dichiara in una buona condizione di vita, contro il 64% del 2010. È il calo più forte registrato da qualsiasi fascia d’età. Oltre uno su quattro dichiara di essere in cura per depressione. Non è un caso se in Belgio e in Francia le proteste siano partite proprio dalle scuole e dalle università. Il 5 ottobre, a Parigi, un gruppo incappucciato ha bloccato gli ingressi del liceo Vauquelin e gli ha dato fuoco con un centinaio di studenti e insegnanti all’interno. Oggi gli studenti di arte hanno bloccato l’accesso al museo del Louvre. È un episodio estremo, ma dice molto del livello di rabbia che si è accumulato.
La seconda tempesta: quattro anni di guerra ed energia
Se la prima tempesta fosse rimasta sola, l’Europa avrebbe avuto tempo. Le crisi lente si possono gestire con politiche lente: piani casa, riforme fiscali, investimenti nella formazione. Ma nel febbraio del 2022 è arrivata una seconda tempesta, di natura completamente diversa: rapida, violenta, e abbattutasi su un terreno già fragile.
Il primo canale con cui ha colpito è stato l’energia. Per decenni l’industria europea, e in particolare quella tedesca e italiana, si era retta su un vantaggio poco discusso ma decisivo: il gas russo a basso costo. Con la guerra quel vantaggio è sparito. Secondo Eurostat, tra il primo semestre del 2021 e il primo semestre del 2025 la bolletta elettrica media delle famiglie europee è salita del 30% e quella del gas del 79%. Sono numeri che si sentono nel bilancio di ogni famiglia, ma che pesano ancora di più sulle imprese. L’energia europea è diventata strutturalmente più cara di quella americana e di quella cinese, e per un’economia che vive di manifattura questa è una condanna lenta ma certa.
Le conseguenze sull’industria sono visibili. In Germania i disoccupati a settembre erano 3,012 milioni, il livello più alto dal marzo del 2011. La chimica, cuore dell’industria tedesca e grande consumatrice di gas, è stata il primo settore a rallentare. In Italia la produzione industriale di giugno è scesa dell’1% rispetto a maggio e dello 0,6% su base annua; il tessile e l’abbigliamento hanno perso il 7,1% in un anno, i macchinari il 2,3%. Sono settori che non fanno notizia nei titoli dei giornali, ma che danno lavoro a centinaia di migliaia di persone nei distretti del Nord.
Il secondo canale è stato l’agricoltura, ed è quello di cui si parla meno. Nel giugno del 2022, per sostenere l’economia ucraina dopo il blocco dei porti sul Mar Nero, l’Unione Europea ha cancellato dazi e quote sui prodotti agricoli provenienti dall’Ucraina. È stata una scelta comprensibile sul piano politico, ma con effetti pesanti su quello economico. Grano, pollame, zucchero e uova ucraini, prodotti a costi molto più bassi di quelli europei, hanno invaso i mercati dei paesi vicini e fatto crollare i prezzi pagati ai nostri agricoltori. Ne sono nate le proteste dei trattori, partite dalla Polonia e arrivate fino a Bruxelles. Solo nel luglio del 2025 l’UE è tornata a un sistema di quote, con un nuovo accordo che però alza i volumi consentiti su diversi prodotti. Gli agricoltori, nel frattempo, avevano già pagato.
Il terzo canale è il bilancio pubblico. Secondo il Kiel Institute, che dal 2022 tiene il conto più dettagliato degli aiuti all’Ucraina, già ad aprile del 2025 l’Europa aveva stanziato 138 miliardi di euro, più degli Stati Uniti. Da allora i fondi hanno continuato ad arrivare: solo tra maggio e giugno del 2026 se ne sono aggiunti quasi 11. Il 16 ottobre, al Consiglio europeo, Zelensky ha spiegato che la guerra costerà 155 miliardi il prossimo anno e ha chiesto all’Europa almeno altri 70 miliardi per difesa, armi e “resilienza”. Ha anche avvertito che, se l’Ucraina dovesse cadere, 20 milioni di ucraini potrebbero arrivare in Europa.
Qui è necessaria una precisazione, perché è il punto su cui si concentrano le critiche a chi solleva questo tema. Non tutti quei miliardi sono “spariti” in Ucraina. Una parte importante degli aiuti militari è stata spesa nell’industria europea della difesa, che ha visto crescere ordini e fatturati, e una parte è finita all’industria americana: secondo lo stesso Kiel Institute, nel solo primo semestre del 2026 gli europei hanno acquistato armi da aziende statunitensi per almeno 3 miliardi di euro.
Ma è esattamente questo il nodo. Quei soldi non sono andati alla casa, alle bollette, alla scuola o alla sanità. Sono andati alle imprese della difesa, europee e americane. L’Ucraina non fa parte dell’Unione Europea, eppure il conto lo hanno pagato i cittadini europei, attraverso le tasse, il debito e la rinuncia ad altre spese. È legittimo chiedersi chi abbia guadagnato da questa redistribuzione, e chi ci abbia perso.
Dove le tempeste si incontrano: le urne
Quando una tempesta lenta incontra una tempesta veloce, il primo segnale non arriva dalle piazze. Arriva dalle urne. E arriva in una direzione che molti commentatori faticano a leggere, perché non è una sola.
La Germania è il caso più evidente. A settembre, in Sassonia-Anhalt, l’AfD ha preso il 43,8% dei voti e ha conquistato 38 collegi su 41. Nello stesso mese la CDU, il partito del cancelliere, è uscita dal parlamento del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, scendendo sotto la soglia del 5% per la prima volta dalla riunificazione. Secondo un sondaggio dell’istituto INSA, solo il 14% dei tedeschi ritiene Friedrich Merz il cancelliere giusto. Ma chi legge questi dati come una semplice “ondata di destra” sbaglia. A Berlino, lo stesso 20 settembre, il primo partito è stata la Linke, la sinistra radicale, con il 25,7%. Il voto non premia una parte politica: premia chiunque prometta di rompere con il sistema che ha governato gli ultimi vent’anni.
In Francia, a sei mesi dalle presidenziali, i mercati di previsione assegnano a Marine Le Pen probabilità di vittoria vicine al 50%. In Spagna il governo di minoranza è sotto pressione proprio sul tema della casa, e nei corridoi di Madrid si parla di elezioni anticipate. Nei prossimi mesi l’Europa affronterà un ciclo di otto elezioni nazionali, tra cui quelle di Francia, Spagna, Italia e Polonia. Molti osservatori, come ha scritto Mario Giro su Domani, ritengono che questo ciclo possa cambiare in profondità gli equilibri del Consiglio europeo e, con essi, la direzione stessa dell’integrazione europea.
In questo quadro l’Europa ha deciso di riarmarsi. La Germania ha modificato il freno costituzionale al debito per poter portare la spesa militare al 3,5% del PIL entro il 2029, circa 152 miliardi di euro l’anno. Il cancelliere Merz ha dichiarato di voler costruire “l’esercito convenzionale più forte d’Europa”. Ma la generazione chiamata a riempire quell’esercito non sembra d’accordo. A marzo oltre 50.000 studenti tedeschi hanno scioperato in circa 130 città contro il ritorno della leva obbligatoria, sospesa dal 2011, con uno slogan che riassume meglio di qualsiasi analisi lo stato d’animo di una generazione: “I ricchi vogliono la guerra, i giovani un futuro”. Nel Regno Unito il capo di Stato maggiore dell’esercito, il generale Sir Roly Walker, ha detto ai soldati di Catterick che “la nazione avrà bisogno di voi”. Un sondaggio Ipsos, uscito negli stessi giorni, ha rilevato che il 48% dei britannici non prenderebbe le armi per il proprio paese in nessun caso.
La storia insegna
Nessuno di questi fenomeni è nuovo. La storia europea li ha già visti tutti, quasi sempre uno alla volta. Vale la pena ricordarli, perché aiutano a capire dove può portare la miccia.
Il primo precedente è il 1789. Si tende a pensare alla Rivoluzione francese come a un fenomeno parigino, ma la sua miccia fu rurale. Il raccolto del 1788 fu disastroso, il prezzo del pane salì alle stelle e nelle campagne si diffuse quella che gli storici chiamano la “Grande Paura”, un’ondata di rivolte contadine contro i castelli e i registri feudali. Quando il mondo rurale si ribella, il problema non è più di un singolo settore: è dell’intero sistema. Oggi gli agricoltori europei che bloccano le strade con i trattori non chiedono la fine di un regime, ma segnalano che il patto tra le campagne e chi governa si è rotto.
Il secondo precedente riguarda il debito, ed è ancora una volta francese. All’inizio del Settecento la Francia è schiacciata dai debiti lasciati dalle guerre di Luigi XIV. Lo scozzese John Law propone una soluzione apparentemente geniale: sostituire l’oro con la carta moneta e finanziare lo Stato con le azioni della Compagnia del Mississippi, una società che prometteva ricchezze favolose dalle colonie americane. Per qualche anno funziona, poi nel 1720 la bolla esplode e rovina migliaia di famiglie. La diffidenza dei francesi verso le banche e la carta moneta durerà generazioni. Quando lo Stato ha speso tutto e prova a uscirne con artifici finanziari, la crisi del debito diventa crisi del consenso.
Il terzo caso storico è il 1848. Tra il 1845 e il 1847 la peronospora distrugge i raccolti di patate in mezza Europa, il prezzo del grano esplode e nel 1847 arriva anche una crisi finanziaria. Nella primavera del 1848, nel giro di poche settimane, insorgono Parigi, Vienna, Berlino, Milano, Venezia, Palermo. Non c’è alcuna regia comune, non ci sono contatti tra i rivoltosi delle diverse capitali. Eppure le rivolte scoppiano quasi in contemporanea, perché le cause sono le stesse ovunque. Gli storici l’hanno chiamata la Primavera dei popoli. Quasi tutte quelle rivoluzioni furono represse entro un anno, ma l’Europa che ne uscì non fu più la stessa: cadde la monarchia di luglio in Francia, l’Austria abolì la servitù della gleba e si misero in moto i processi che avrebbero portato all’unità d’Italia e di Germania. La lezione è semplice: quando il pane e la casa diventano un problema continentale, le piazze non hanno bisogno di coordinarsi. Si sincronizzano da sole.
Il quarto precedente è britannico. Il 9 febbraio 1933 gli studenti dell’Oxford Union approvano, con 275 voti contro 153, una mozione rimasta celebre: “Questa Camera non combatterà in nessun caso per il suo Re e il suo Paese”. Sei anni dopo quella stessa generazione era in guerra. Il voto di Oxford non impedì la guerra, ma rivelò quanto il patto tra lo Stato e i suoi giovani si fosse logorato dopo il massacro del 1914-1918 e la crisi economica. Il sacrificio non si ordina. Si costruisce, nel tempo, con un patto sociale credibile.
L’ultimo precedente è più recente. Il 13 luglio 1977 un blackout spegne New York per circa 25 ore. La città è già in piena crisi fiscale, i servizi sono stati tagliati, la disoccupazione nei quartieri poveri è altissima. Nel buio vengono saccheggiati oltre 1.600 negozi e si contano circa 3.700 arresti. Il blackout non creò la rabbia: la fece emergere. L’Europa ha avuto un piccolo assaggio di questa fragilità il 28 aprile 2025, quando un blackout ha lasciato senza corrente circa 60 milioni di persone in Spagna e Portogallo per una decina di ore. Allora non ci furono saccheggi. Oggi, in Francia, i saccheggi ci sono anche con la luce accesa.
Conclusione: quando le tempeste si incontrano
Messi in fila, questi precedenti raccontano un meccanismo preciso. Il costo della vita sincronizza le piazze, come nel 1848. La rabbia delle campagne mina le fondamenta del sistema, come nel 1789. Uno Stato che ha esaurito le risorse perde credibilità, come nel 1720. I giovani si staccano dal patto sociale, come nel 1933. E basta un evento per far emergere ciò che si è accumulato sotto la superficie, come nel 1977.
Nella storia europea questi fattori si sono presentati quasi sempre uno alla volta. Oggi sono tutti sul tavolo insieme, ed è questo che rende il momento diverso. La prima tempesta, quella lenta della globalizzazione, ha svuotato il ceto medio: case inaccessibili, salari fermi, Stati indebitati. La seconda tempesta, quella veloce della guerra, ha presentato il conto: energia più cara, industrie in difficoltà, campagne invase da prodotti a basso costo e decine di miliardi destinati alla guerra invece che alla spesa sociale. Da sola, ciascuna delle due sarebbe stata gestibile. Insieme producono quello che abbiamo visto il 17 ottobre: piazze sincronizzate senza un leader, un voto che premia chiunque prometta di rompere con il sistema, a destra come a sinistra, e una generazione che non si sente più parte del patto su cui l’Europa è stata costruita.
Il 1848 insegna un’ultima cosa, che chi governa oggi farebbe bene a ricordare. Le rivolte quasi sempre falliscono. Ma le classi dirigenti che le ignorano cadono lo stesso, solo un po’ più tardi.
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