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Esteri
Libia, Pinotti: "Pronti a via libera per utilizzo basi e spazi aerei"

Pinotti, possibile uso basi italiane e spazio aereo - "Il governo mantiene aperta una linea di dioalogo diretta e assidua sia con la controparte libica sia con gli alleati americani per verificare lo sviluppo dell'operazione e e la necessita' di un supporto indiretto, ed e' pronto a considerare l'utilizzo delle basi e dello spazio aereo nazionale se cio' sara' se fuinzionale a una piu' rapida ed efficace conclusione dell'operazione". La ha detto il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, rispondendo al quetion time alla Camera sui bombardamenti americani contro l'Isis nell'area di Sirte in Libia. Pinotti ha ribadito del "l'Italia finora non e' stata iteressata" all'intervento americano che si svolge "in piena coerenza con la risoluzione Onu" e non prevede "l'uso di forze a terra ma e' volta a consentire alle forze libiche d sconfiggere le forze dell'Isis" a Sirte.

Libia, il piano: 30 giorni di guerra. Ecco quale sarà il ruolo dell'Italia - La campagna di bombardamenti aerei per liberare Sirte dalle milizie dell'Is continuerà a essere condotta per mano americana e durerà non meno di trenta giorni. È la deadline pianificata dai comandi Usa e comunicata nelle ultime ore da Washington oltre che al governo e ai comandi militari di Tripoli, a Palazzo Chigi, alla nostra Intelligence e alla nostra Difesa. Il nostro Paese - scrive il quotidiano la Repubblica - metterà a disposizione la base aerea di Sigonella e il suo spazio aereo e, al netto delle comunicazioni che oggi farà alla Camera il ministro della Difesa Roberta Pinotti e delle parole del ministro degli Esteri Paolo Gentiloni di ieri ("Valuteremo eventuali richieste americane"), Palazzo Chigi ritiene che per dare corso al pieno coinvolgimento logistico dell'Italia nella spallata contro la roccaforte dell'Is non saranno necessari di qui alle prossime settimane ulteriori passaggi parlamentari. Non fosse altro perché la decisione politica è già stata presa dalla Presidenza del Consiglio. I nostri Comandi hanno infatti già ottenuto il via libera ad autorizzare i caccia e i droni Usa, nel momento in cui verrà richiesto da Washington, ad operare appoggiandosi alle nostre infrastrutture militari.

Con la benedizione dell'Onu (che ha definito l'intervento militare sollecitato da Tripoli "in linea con le risoluzioni delle Nazioni Unite") e tra le scontate proteste di Mosca (che ha definito "illegali" i raid e chiede un pronunciamento del Consiglio di sicurezza al Palazzo di Vetro), si compie dunque sull'altra sponda del Mediterraneo, a 700 chilometri in linea d'aria da Sigonella, l'ultimo tratto di un percorso politico e insieme militare di cui l'Italia è stata artefice dal marzo scorso che ora conosce il suo passaggio decisivo. "È nell'interesse della sicurezza nazionale americana assicurare che il governo libico possa completare il suo lavoro contro l'Is evitando che si rafforzi in Libia", ha detto ieri il presidente americano Barack Obama. Ma mai, come in questo frangente, la "sicurezza nazionale" di Washington e quella di Roma si sovrappongono. Non è un caso che fonti di Palazzo Chigi indichino in queste ore come "cruciale la liberazione di Sirte dalle milizie di Daesh". "Perché - aggiungono - Sirte liberata dalle bandiere nere del Califatto può diventare la pietra angolare su cui costruire la nuova Libia. Un Paese che vedrebbe definitivamente legittimato il governo di Fayez al Serraj e in cui, auspicabilmente, si potrebbe aprire una fase nuova di dialogo tra Tripoli e Tobruk". Con un effetto domestico: "Liberare dal potenziale contagio islamista un Paese che per ragioni geografiche è decisivo per la nostra sicurezza".

In questo quadro, l'obiettivo della campagna aerea cominciata lunedì e su cui Washington, Roma e Parigi marciano di conserva è il completo azzeramento della presenza di Daesh in Libia. Impedendo dunque che da Sirte parte dei mille miliziani "neri" (il 95 per cento dei quali non libici) che la occupano possa ritirarsi verso Sud o verso Est. Riproponendo dunque la minaccia da qui ai prossimi mesi in un altro quadrante del Paese. Detta altrimenti e con la franchezza di una fonte di vertice dell'Aise, "la battaglia per Sirte non ammette scenari diversi da una vittoria militare piena e definitiva ".

Anche per questo i 30 giorni pianificati della campagna potrebbero diventare 40 o 50. "Il numero e l'intensità dei raid quotidiani dipenderanno dalla qualità dell'illuminazione sul terreno degli obiettivi", osserva ancora la fonte dell'Aise. E dunque dall'intelligence che arriverà dal terreno e da chi, come l'Italia, conosce Sirte e la sua struttura urbanistica meglio di chiunque altro, per il semplice fatto di averla costruita negli anni della nostra occupazione coloniale.

Cinque sono stati gli "strike" condotti lunedì, almeno due quelli effettuati ieri, se si sta a quanto comunicato dalle milizie libiche impegnate nell'Operazione militare che dal maggio scorso cinge d'assedio Sirte e battezzata "Al Bunian al Marsus". Gli obiettivi sono e continueranno a essere nelle prossime quattro settimane mezzi pesanti, armi semoventi (lanciarazzi, postazioni di artiglieria), depositi munizioni e centri di comando del Califfato. Con un targeting calibrato per tenere insieme le ragioni della politica e le regole della guerra. A Sirte, Daesh tiene infatti in ostaggio almeno 7mila civili (quel che resta di una popolazione originaria di 100 mila anime per lo più fuggite quando, un anno fa, la città venne conquistata dai vessilli neri di Al Baghdadi) e il rischio che possano essere utilizzati come scudi umani in una battaglia che è e continuerà ad essere casa per casa (è di ieri la notizia della riconquista del quartiere "Al Dollar" di Sirte) ha convinto i comandi statunitensi a pianificare un intervento più protratto nel tempo perché più selettivo negli obiettivi e meno esposto a "danni collaterali" per la popolazione. Non fosse altro per evitare di complicare il già difficile dialogo con l'altro pezzo di Libia. Quella di Tobruk e del generale Haftar che, ieri, si sono schierati con Mosca, chiedendo che l'ambasciatore americano in Libia Peter William Bodde riferisca sui raid alla Commissione per la difesa e la sicurezza nazionale della Camera dei rappresentanti della Libia.

È questo del resto l'altro non irrilevante corno della questione libica. Quello che fa insistere in queste ora sia la Casa Bianca che Palazzo Chigi nel sottolineare come l'intervento militare a Sirte sia arrivato "su richiesta del governo Farraj". E che ha fatto cadere ogni piano di intervento militare che contemplasse di affondare gli anfibi nella sabbia della Cirenaica, preferendogli l'opzione aerea. Qualcosa di più di una clausola di stile o di un escamotage formale necessario a ottenere legittimità sul piano del diritto internazionale. Un tentativo, piuttosto, di non perdere di vista la catastrofica lezione dell'Iraq. Quando la coalizione dei "liberatori" perse rapidamente di vista l'obiettivo di conquistare la popolazione irachena alle ragioni di un cambio di regime consegnandola così a quelle dell'islamismo radicale. Al Qaeda prima, Daesh, poi. "La Libia, la sua gente - chiosa una qualificata fonte della nostra intelligence - è stata sin qui impermeabile alle sirene del radicalismo. Non commetteremo l'errore di apparire quello che non siamo e non intendiamo essere".

Tags:
libia italia azione militare
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