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Midterm Usa, per le imprese italiane i dazi restano un’incognita: “Più probabili nuove esenzioni che un cambio di rotta”. L’analisi

Una vittoria democratica cambierebbe davvero le regole del gioco? L’intervista a Gabriel Monzon Cortarelli dello studio di diritto americano Becker & Poliakoff

Midterm Usa, per le imprese italiane i dazi restano un’incognita: “Più probabili nuove esenzioni che un cambio di rotta”. L’analisi

Midterm Usa, per le imprese italiane i dazi restano un’incognita

Oggi gli Stati Uniti votano per le elezioni di metà mandato, che rinnovano l’intera Camera dei Rappresentanti e circa un terzo del Senato. Per le imprese italiane la posta in gioco va oltre la politica: dall’esito del voto dipende quanto margine avrà la Casa Bianca su dazi e politica industriale.

Una vittoria democratica cambierebbe davvero le regole del gioco? Le aziende si stanno già muovendo? E quali settori rischiano di più in caso di scontro tra Congresso e presidenza? A rispondere è Gabriel Monzon Cortarelli, Head of International Practice Group dello studio di diritto americano Becker & Poliakoff.

Una vittoria democratica potrebbe ridurre i dazi o, per le imprese italiane, cambierebbe poco?

È un fenomeno piuttosto fisiologico e storicamente consolidato che, durante le elezioni americane di midterm, il partito del Presidente in carica perda seggi al Congresso, generalmente con perdite più significative alla Camera dei Rappresentanti rispetto al Senato. Pertanto, un’eventuale riduzione del numero di deputati e senatori repubblicani non rappresenterebbe un’anomalia.

In questo scenario, è probabile che la politica tariffaria dell’amministrazione Trump sia sottoposta a un maggiore scrutinio da parte del Congresso, con pressioni crescenti sulla Casa Bianca affinché moderi la propria strategia di espansione dei dazi. Ciò detto, le imprese italiane non dovrebbero necessariamente interpretare una maggiore attenzione del Congresso come il preludio a un’effettiva riduzione delle tariffe. Riteniamo più probabile un graduale ampliamento dell’elenco dei prodotti esenti dai dazi, piuttosto che un cambiamento strutturale della politica commerciale della Casa Bianca.

Le aziende si stanno già preparando a un possibile cambio di maggioranza? Quali investimenti stanno rinviando o accelerando?

Non osserviamo, tra le aziende nostre clienti, cambiamenti strategici significativi direttamente riconducibili alle prossime elezioni di midterm. Riteniamo, infatti, che la trasformazione strutturale delle strategie di investimento fosse già in corso da tempo, a partire dall’amministrazione Biden, con le politiche di reshoring e friendshoring incentivate da provvedimenti quali l’Inflation Reduction Act e il CHIPS Act.

Con l’insediamento dell’amministrazione Trump, abbiamo assistito a un’ulteriore accelerazione dei progetti di internazionalizzazione verso gli Stati Uniti. Le imprese italiane che disponevano delle risorse e delle capacità necessarie hanno accelerato i propri investimenti USA, ampliando o rafforzando la capacità produttiva sul territorio americano.

Questa tendenza è stata ulteriormente favorita da un contesto macroeconomico europeo caratterizzato da segnali di debolezza strutturale e da una concorrenza cinese sempre più incisiva sui mercati europei. Ad oggi, riteniamo che il ritmo degli investimenti diretti italiani negli Stati Uniti abbia raggiunto una fase di relativo equilibrio, pur in un contesto in cui i flussi di investimento europei verso gli USA continuano a mostrare una dinamica più favorevole rispetto a quelli americani diretti verso l’Europa.

Con una maggioranza democratica, quali rapporti tra l’amministrazione Trump e le grandi aziende potrebbero finire al centro di indagini parlamentari?

Come accennato, un riequilibrio dei rapporti di forza al Congresso in occasione delle elezioni di midterm rappresenta un fenomeno storicamente fisiologico. L’elemento determinante sarà, tuttavia, l’ampiezza di tale riequilibrio. Al Senato, riteniamo che i margini per un cambiamento significativo degli equilibri politici siano relativamente limitati. Alla Camera dei Rappresentanti, invece, lo scenario potrebbe evolvere in maniera più sostanziale.

Molto dipenderà dall’affluenza alle urne e dalla capacità di mobilitazione degli elettori di entrambi gli schieramenti. In caso di una significativa avanzata democratica, potremmo assistere a un Congresso più attivo sul fronte delle attività di controllo, con un aumento delle indagini parlamentari e una maggiore attenzione mediatica alle iniziative del legislatore, soprattutto nei settori che hanno maggiormente beneficiato delle politiche dell’amministrazione Trump.

Resta tuttavia da capire in quale misura tali indagini potrebbero tradursi in un effettivo cambiamento di indirizzo politico/legislativo. Riteniamo più probabile che una maggiore conflittualità tra Congresso e Casa Bianca possa determinare una situazione di cosiddetto gridlock legislativo, con un conseguente rallentamento dell’attività normativa e una maggiore difficoltà nel promuovere nuove iniziative legislative.

In caso di scontro tra Casa Bianca e Congresso, quali settori italiani rischierebbero di più e quali potrebbero beneficiarne?

Un eventuale scontro tra la Casa Bianca e il Congresso potrebbe generare una fase di maggiore incertezza politica e regolamentare, con conseguenze differenti per i vari settori dell’economia italiana. Riteniamo che i comparti maggiormente esposti siano quelli con una forte dipendenza dalle esportazioni verso gli Stati Uniti, in particolare la meccanica strumentale, l’automotive, e la componentistica industriale. Per queste aziende, il rischio principale non sarebbe necessariamente un ulteriore incremento dei dazi, quanto piuttosto il protrarsi di un contesto d’incertezza.

D’altro canto, alcuni settori potrebbero beneficiare di un maggiore controllo del Congresso sulle politiche commerciali dell’amministrazione Trump. Pensiamo soprattutto alle aziende italiane attive nei settori farmaceutico, tecnologico e dei macchinari industriali, dove eventuali esenzioni tariffarie o una maggiore prevedibilità normativa potrebbero favorire gli scambi commerciali.  Un altro elemento da considerare è che le aziende italiane già dotate di una presenza produttiva negli Stati Uniti potrebbero trovarsi in una posizione relativamente più favorevole rispetto a quelle che servono il mercato americano esclusivamente attraverso le esportazioni.

In generale, non riteniamo che un eventuale gridlock legislativo possa determinare un cambiamento strutturale della politica industriale americana. Le dinamiche di reshoring e friendshoring sono ormai consolidate e godono, almeno nei loro principi fondamentali, di un sostegno bipartisan. Pertanto, per le imprese italiane, la variabile strategica più importante continuerà a essere la capacità di rafforzare la propria presenza sul mercato americano, diversificare le catene di approvvigionamento e adattarsi a un contesto commerciale sempre più orientato alla produzione locale.

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