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Esteri
Obama e la guerra, un indecisionismo imperdonabile

Ecco un detto che si applica magnificamente a Barack Obama: Signore, dammi la forza di sopportare i mali che non posso evitare. Signore, dammi la forza di combattere i mali che posso evitare. Signore, dammi la capacità di distinguerli.
Questo presidente nei suoi otto anni aveva programmato un'inversione di tendenza dell'America. Niente più interventi all'estero, niente più grandi spese militari, niente più americani che tornavano in patria avvolti nella bandiera. Il progetto era lodevole, ma purtroppo urtava contro la terza invocazione del detto: distinguere le guerre che val la pena di fare da quelle che non val la pena di fare, anzi, quelle che si possono evitare da quelle che non si possono evitare.
Tutti sappiamo che la guerra del Vietnam ebbe pessima stampa, al punto che non si capisce come mai gli americani siano ancora oggi innamorati di Kennedy, che ne fu il principale responsabile, e siano tanto severi con Nixon, che la concluse.
Si usa dire che gli Stati Uniti hanno perso quella guerra, ma è evidentemente una stupidaggine, ci sarebbe voluto ben altro, per batterli. La frase ha senso se la trasformiamo così: cinquantamila americani sono morti per niente. Si voleva impedire che quel piccolo Paese cadesse sotto la dittatura comunista e non si è riusciti nell’intento. Ecco in che senso Washington ha perso. Anche se è vero che, nella prospettiva storica, il comunismo ha poi perso. Non soltanto economicamente il Vietnam del Sud non è più comunista, ma ha smesso di esserlo anche il Vietnam del Nord.
Il trauma della “sconfitta” americana in Vietnam è comunque rimasto indimenticabile, e certo non è stato guarito né dall'eterna guerra dell'Afghanistan né dai risultati ottenuti in Iraq. L'isolazionismo di Obama è non soltanto comprensibile, ma in linea con i desideri del suo popolo. E tuttavia ciò non risponde alla domanda: per quanto riguarda lo Stato Islamico, si tratta di una guerra da fare o di una guerra da non fare? Quella del Vietnam non si poteva vincere perché si combatteva nella giungla, ma qui siamo in un terreno piatto e sgombro. E allora?
Dal salotto di casa propria non si può avere la pretesa d'indicare al Presidente degli Stati Uniti la cosa giusta da fare. Ma rimane lecito aspettarsi che una cosa o l’altra la faccia. O invia l'esercito e spazza via quello Stato criminale in una settimana o due oppure si disinteressa della situazione militare della zona, e smette di bombardare qui e là o di cercare di ammazzare con i droni singoli terroristi. Soprattutto dovrebbe smettere di giudicare la politica internazionale col metro della morale protestante, secondo la quale – chissà perché – Bashar el Assad è insopportabile, mentre tanti altri – a cominciare dai governanti dell'Arabia Saudita – non lo sono.
Il buon senso vuole che si apprezzi la risolutezza nel fare una guerra ed anche la risolutezza nel non farla. Ma farla “un po'” no, non è ammesso. Soprattutto quando nello scacchiere entra un politico di razza come Vladìmir Putin che di questo indecisionismo non soffre per nulla.
Il risultato oggi è infatti che il russo appare la figura centrale, in quello scacchiere, mentre Obama sembra un giovanotto smarrito che lo segue barcollando, inciampando e balbettando. Gli Stati Uniti meritano di meglio.
O forse no, se è vero che un paio d'anni fa gli americani hanno rieletto questo senatore per un secondo mandato. Se gli piace tanto, che se lo tengano.

Gianni Pardo

pardonuovo@myblog.it
 

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