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Patriot a Kiev, Margelletti: “L’Europa si indebolisce da sola. E gli affari vanno agli Usa”

Intervista ad Andrea Margelletti, presidente del Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali

Patriot a Kiev, Margelletti: “L’Europa si indebolisce da sola. E gli affari vanno agli Usa”

Patriot a Kiev, Margelletti (Ce.S.I.): “Trump ci è riuscito, l’Europa no. La nostra divisione ci rende più deboli”

Alla vigilia dell’ennesima notte di raid missilistici russi su Kiev, Donald Trump ha annunciato che gli Stati Uniti concederanno all’Ucraina la licenza per produrre in proprio gli intercettori del sistema Patriot. L’annuncio, arrivato a margine del summit NATO di Ankara durante un bilaterale con Volodymyr Zelensky, segna una svolta nel rapporto tra Washington e Kiev dopo mesi di richieste ucraine rimaste senza risposta.

Ma dietro la portata simbolica della mossa, i numeri disponibili suggeriscono che l’effetto pratico sul campo di battaglia resterà, nel breve periodo, molto limitato. A fare il punto per Affaritaliani è Andrea Margelletti, presidente del Ce.S.I. – Centro Studi Internazionali, che però sposta il ragionamento su un altro piano: non è la sicurezza dell’eventuale impianto ucraino il vero problema, quanto l’incapacità dell’Europa di offrire un’alternativa credibile a quella americana.

“L’Ucraina produce già migliaia di droni e missili che vengono impiegati contro la Russia. Se Mosca sapesse dove si trovano tutte le fabbriche o fosse in grado di distruggerle facilmente, lo avrebbe già fatto. Evidentemente non è così. Una nuova fabbrica non sarebbe più vulnerabile delle altre e verrebbe comunque protetta dai sistemi di difesa aerea”, dice Margelletti, liquidando così una delle obiezioni più diffuse alla mossa annunciata da Trump.

Per il presidente, sullo sfondo si muovono due questioni molto più profonde e sottili. La prima riguarda la sovranità tecnologica dell’Occidente: “Per produrre i missili Patriot servono materie prime che arrivano in larga parte dalla Cina, a partire dalle terre rare. La vera domanda è: fino a quando potremo contare su queste forniture? E, soprattutto, cosa sta facendo concretamente l’Europa per costruire una filiera autonoma? Il problema non è solo riconoscere questa dipendenza, ma capire quali passi si stanno compiendo per superarla. Possiamo davvero continuare a restare concentrati solo sulla politica interna, che in qualche modo anestetizza tutto, come se questo tema non esistesse?”

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La seconda questione, dice Margelletti, è squisitamente politica, e riguarda il motivo per cui un accordo di questo tipo lo abbia offerto Washington e non Bruxelles: “Molti applaudono Trump, ma la domanda è un’altra: perché l’Europa non è riuscita a ottenere lo stesso risultato con sistemi prodotti in Europa? Perché gli europei non sono riusciti a presentare un’offerta altrettanto competitiva di quella americana? Continuiamo ad avere politiche profondamente divergenti sulla difesa, spesso anche all’interno delle stesse maggioranze di governo, e non parlo solo dell’Italia. Questa frammentazione non rischia di penalizzare gli europei anche sul piano economico? Non sarebbe meglio se quei 10 o 15 miliardi rimanessero in Europa?”, sottolinea il presidente.

La divisione politica

A sostegno della sua tesi, Margelletti richiama il precedente del programma per il caccia di nuova generazione franco-tedesco, arenatosi tra contrasti politici e industriali: “L’Europa continua a ragionare in termini di ‘è mio, è tuo’. Purtroppo, la divisione politica dell’Europa finisce per limitarne anche la capacità industriale. Il Patriot è oggi il miglior sistema di difesa aerea, mentre quello europeo è più indietro, ma il problema vero è un altro: non esiste un unico missile europeo. MBDA è un consorzio che riunisce aziende britanniche, francesi, tedesche e italiane. Per proporre agli ucraini una soluzione comune e realizzare una fabbrica servirebbe l’accordo di più governi. Siamo sicuri che Francia, Italia e Regno Unito sarebbero tutti sulla stessa linea? Le differenze politiche pesano anche sulle scelte industriali: se in Francia dovesse vincere Le Pen, ad esempio, gli orientamenti potrebbero cambiare”.

C’è poi un altro aspetto: gli investimenti nella difesa generano innovazione tecnologica: “La tecnologia militare non ‘puzza di morte’: basti pensare che oggi tutti usiamo Google Maps, ma il GPS è nato per guidare le bombe. Oppure alle M&M’s, create perché i soldati americani nel Pacifico avevano bisogno di un cioccolato che non si sciogliesse. In una fase di forte stagnazione economica, l’Europa continua invece a combattere battaglie ideologiche che finiscono per ostacolare la possibilità di investire in tecnologie e risorse che potrebbero tradursi in benefici concreti per i cittadini”.

I nodi aperti

Le parole di Margelletti arrivano all’indomani dell’annuncio di Trump. Restano però diversi punti da chiarire: non è stato specificato se si tratterà della versione PAC-2 o della più sofisticata PAC-3, né se la produzione avverrà fisicamente in territorio ucraino o altrove. Finora, le uniche licenze di produzione concesse dagli Stati Uniti per il sistema Patriot erano quelle di Germania e Giappone, ottenute dopo un lungo iter di verifica su standard degli impianti e sicurezza delle informazioni tecniche. Fonti ucraine hanno definito l’annuncio “troppo vago” per tradursi, allo stato attuale, in un impegno concreto.

Sul piano della produzione, il confronto tra le due parti in guerra resta impietoso. Secondo le stime ucraine, la Russia produce oggi circa 100 missili al mese, con alcune fonti che parlano di un picco fino a 120, tra cui 60-65 missili balistici Iskander, il principale vettore usato da Mosca contro le città ucraine. Gli Stati Uniti, dal canto loro, producono circa 50-60 intercettori Patriot al mese, un ritmo che finora è servito a coprire non solo le richieste di Kiev ma anche quelle degli alleati europei e del Golfo.

Ogni intercettore costa circa tre milioni di dollari. Il risultato è già visibile sul terreno: nei due attacchi missilistici russi più recenti contro Kiev, nella notte fra l’1 e il 2 luglio e in quella fra il 5 e il 6, le difese ucraine non sono riuscite a intercettare nessuno dei missili balistici lanciati da Mosca. Anche nella notte dell’annuncio di Trump, secondo i dati dell’aviazione ucraina, le difese aeree hanno abbattuto la maggior parte dei droni russi ma nessuno dei cinque missili balistici lanciati contro la capitale.

Sta di fatto che, per Margelletti, la percezione pubblica del conflitto si sta progressivamente affievolendo: “La Russia conduce operazioni straordinariamente efficaci di influenza e intelligence, capaci di far sì che la vicenda ucraina resti lontana dall’attenzione pubblica. Da noi è sparita dai radar, mentre in altri Paesi se ne parla ancora. Paghiamo il fatto – conclude – che alcune forze politiche interne sono favorevoli alla Russia”. Resta da vedere se l’annuncio sui Patriot si tradurrà in un accordo industriale concreto o se resterà, come temono alcuni osservatori – Margelletti incluso, seppure da un’angolazione diversa – soprattutto un gesto che mette a nudo i limiti dell’autonomia industriale europea più che una vera svolta per Kiev.

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