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Esteri

Emanuele Schibotto*

Le tensioni nella Penisola coreana rendono più marcate le difficoltà della Repubblica Popolare nella gestione del più scomodo degli alleati.

Il 12 dicembre 2012 Pyongyang ha lanciato in orbita un satellite, sfidando le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza (CdS) 1695, 1718 e 1874. Due mesi dopo il regime ha condotto il suo terzo test nucleare nel sottosuolo provocando la risposta (unanime) del CdS con la risoluzione 2094, la quale condanna il test e de facto legittima l'inasprimento delle sanzioni economiche da parte di singoli Stati. Settimana scorsa Pyongyang ha minacciato di considerare nullo l'armistizio del 1953 a seguito dell'inizio delle annuali esercitazioni militari congiunte condotte da Seoul e Washington.

Questa serie di episodi implica due considerazioni: da un lato mostra come la strategia di politica estera di Pyongyang non sia cambiata da quando al potere è salito Kim Jong-un, dall'altro evidenzia l'incapacità di Pechino nel gestire i rapporti con l'alleato nordcoreano.

Dal 1994 in avanti, cioè a dire da quando Kim Jong-il succedette formalmente al padre alla guida del paese, il perno attorno al quale ruotano le relazioni internazionali del paese è la strategia della minaccia, declinata in due forme: la minaccia nucleare-missilistica e la minaccia umanitaria.

La minaccia nucleare, risalente alla fine degli anni Ottanta e basata sulla messa in opera di un programma missilistico-nucleare, è diretta contro Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti. La minaccia umanitaria riguarda invece l'eventualità che un collasso interno del regime spinga flussi ingentissimi di persone a emigrare verso i confini cinesi, sudcoreani e russi.

Proprio questa seconda minaccia tiene in scacco Pechino. Pur considerando la leva economico-finanziaria che Pechino esercita sulla Corea del Nord (primo partner commerciale del regime con un interscambio stimato in oltre 5 miliardi di dollari ed una dipendenza nordcoreana superiore al 70%), il rischio di una implosione interna del regime, e la conseguente destabilizzazione dei confini (oltre 1200 km) rendono la Cina propensa ad una difesa dello status quo. Inoltre, è bene ricordare come Pyongyang si presi a esercitare il ruolo di stato cuscinetto, tenendo lontani i circa 29.000 militari statunitensi di stanza in Corea del Sud.   

Non è da escludere l'ipotesi che Pyongyang possa aver approfittato del periodo di transizione in atto in Cina per portare avanti la propria agenda e avvicinarsi all'obiettivo principe di politica estera: il raggiungimento dello status di potenza nucleare. Da Kim il-Sung in avanti, detenere l'arma nucleare, e soprattutto poter portare un attacco missilistico nucleare, significa per il regime entrare a far parte di un club esclusivo che gode ancora oggi di maggior rispetto e considerazione tra la Comunità degli stati.

Pechino si trova nella difficile situazione di mantenere stabili i rapporti col regime nordcoreano senza compromettere le relazioni con Seoul, le quali peraltro si rivelano sempre più interessanti: basti pensare che nel 2003, solo 11 anni dopo l'avvio delle relazioni diplomatiche, la Cina divenne il primo partner commerciale della Corea del Sud mentre oggi l'interscambio commerciale supera i 220 miliardi di dollari. Un partenariato, quello con la Repubblica Popolare, che il Ministero degli Esteri sudcoreano ha recentemente definito “strategico”.

Il risultato di questa impasse cinese, resa evidente già nel 2010 allorché si verificò un analogo momento di crisi nella penisola coreana, si manifesta nell'accresciuta influenza degli Usa nella regione. L'appoggio incondizionato mostrato fino ad oggi dalla Cina nei confronti dello storico alleato potrebbe ora essere messo in discussione dalla nuova leadership.

* Emanuele Schibotto, dottorando di ricerca in Geopolitica economica presso l’Università Marconi e coordinatore editoriale del Centro Studi di Geopolitica e Relazioni Internazionali Equilibri.net.

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